Vitalina Varela

Vitalina Varela **1/2

Cinque anni dopo il Pardo alla regia per Cavalo Dinheiro il portoghese Pedro Costa torna a Locarno con un nuovo film ambientato nella stessa favela di Fontainhas a Lisbona, tra le case di fortuna, occupate dagli immigrati capoverdiani.

Vitalina Varela, Pardo d’Oro e premio per la migliore interpretazione femminile nel 2019, compone con il precedente un dittico lontanissimo da molto cinema del presente.

Vitalina, che compariva anche nel precedente in piccolo ruolo, qui diventa protagonista, mentre il prete Ventura che era al centro di Cavalo Dinheiro, qui diventa uno dei personaggi laterali: entrambi attori non professionisti, consentono a Costa di continuare il suo percorso originale, che sfronda ogni elemento narrativo e rifiuta persino l’osservazione documentaristica, affidandosi ad una messa in scena rarefatta, ipnotica, composta di quadri a camera fissa, in cui la luce svolge un ruolo decisivo, per illuminare volti, occhi, gesti, lasciando il resto in un’oscurità fortemente simbolica.

Il film si apre con una lenta processione, avvolta nel buio della notte. Joaquim, uno degli operai che vive nel quartiere è appena morto. Una sorta di quarto stato capoverdiano gli tributa un silenzioso omaggio.

Vitalina Varela, la moglie che Joaquim ha abbandonato a Capo Verde venticinque anni prima, lo raggiunge finalmente in Portogallo, ma è troppo tardi. Il suo corpo è stato sepolto da tre giorni e nessuno sembra volerla lì.

Ostinatamente Vitalina prende possesso della piccola casa del marito, “un lavoro fatto molto male, pieno di infiltrazioni, con porte di merda” e un tetto che trema ad ogni tempesta.

Pian piano la protagonista cerca di comprendere il senso di quella esistenza parallela che il marito ha condotto in Portogallo, anche grazie all’aiuto di un prete completamente ubriaco, che non dice più messa perchè fedeli non ce ne sono più e che ha perso la fede, assediato da un’oscurità che si è mangiata tutto.

Vitalina Varela è un film fatto di atmosfere, di silenzi, di simboli, che riprende la comunità capoverdiana con un senso fotografico dell’immagine. Gli unici personaggi che sembrano muoversi sono Vitalina e il prete. Gli altri sono come comprimari che lo sfondo inghiotte nel buio che avvolge il film e che la luce squarcia solo raramente, come preclusa da queste abitazioni senza finestre, basse, chiuse, spoglie, di fortuna.

Non è un cinema realistico quello di Costa, che invece mostra sempre il lavoro del suo sguardo sulla realtà che vuole raccontare. Anche se si affida ad attori non professionisti, il suo lavoro sembra evocare quel cinema del trascendente che Paul Schrader aveva messo al centro del suo famoso saggio e che ha aggiornato di recente Rethinking Transcendental Style, 2018, inserendo il regista di Vitalina Varela in quella corrente estetica dello slow-cinema, condivisa con Lav Diaz, Bela Tarr, Tsai-Ming Liang, che tende a superare le maglie della narrazione, per fare emergere significati non immediatamente visibili.

Costa azzera tutti gli elementi che consentono una identificazione emotiva con i personaggi, coglie nei suoi film uno iato narrativo, che si alimenta solo della presenza dei suoi attori, inquadrati sempre a camera fissa, senza colonna sonora o altri elementi extradiegetici.

Le scene si susseguono come giustapposte, senza più causalità logica e il finale rimane sospeso, non chiude nulla, anzi in questo caso sembra essere semplicemente un ricordo passato.

Molti hanno scritto di senso del sacro, di spiritualità delle immagini. A me invece è parso che Vitalina Varela sia un film sin troppo compiaciuto, levigato, cesellato, pieno di recadrage, tagli di luce, leggeri grandangoli, che sembra quasi scolpire le sue immagini, in quel formato stretto scelto con il direttore della fotografia Leonardo Simões, e che tuttavia restano molto lontane dalla forza mitopoietica, dalla disperazione, dal dolore evocato dai lavori di Bela Tarr o Tsai-Ming Liang.

Un film che si specchia e si trova bello, davvero poco interessato al destino dei suoi personaggi.

Qui tutto sembra essere immobile e inerte, ma terribilmente affollato di simboli – una croce azzurra che macchia il legno, i panni stesi, la chiesa di lamiera, gli ubriachi riversi a terra, le scale buie, le fogne che scorrono in mezzo alla strada, il cimitero con le lapidi divise per anno – che gravano sull’infinita contemplazione di Vitalina, che si prolunga per 130 minuti.

Il film è disponibile su Raiplay, ma è certamente un’opera a cui non giova la presentazione televisiva e la visione casalinga e che sembra trovare il suo spazio ideale nei festival o nelle rassegne d’essai.

Estenuante.

 

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