In difesa di Jacob: nessuno eredita il proprio destino

In difesa di Jacob ***

Newton è una tranquilla cittadina del Massachusetts caratterizzata da strade con scarso traffico, viali alberati e giardini pubblici. Nelle linde ville a tre piani abitano cittadini diligenti della buona borghesia americana. Ogni villa, al piano superiore, ha almeno una stanza tappezzata di poster, classico rifugio per ragazzini solitari affamati di videogiochi. Immaginiamoci quindi la famiglia tipo: lui, un avvocato intorno ai quarant’anni, lei, forse un po’ più giovane, un’educatrice. Con ogni probabilità votano democratico e, con altrettanta probabilità, hanno un figlio ormai adolescente. Il figlio non parla molto con i genitori e tende a chiudersi in se stesso. I genitori in fondo non se ne preoccupano molto. Il padre, viceprocuratore distrettuale, è assorbito dal lavoro. La madre, sicura di sé e sorridente, è orgogliosa di contribuire al benessere della comunità. Finché…

Finché un giorno al padre, Andrew Barber, giunge una telefonata. Un cadavere è stato trovato nella fitta foresta di Cold Spring, presso una strada che taglia i boschi e porta al liceo frequentato anche da suo figlio Jacob. Andrew ha un sobbalzo, poi tira un sospiro di sollievo. La vittima non è Jacob. Il ragazzo ucciso è uno studente di nome Ben Rifkin e il suo corpo, riverso a terra, presenta ferite da arma da taglio. Andrew e Laurie conoscono i suoi genitori, anche se non sono amici. Ora l’avvocato Barber deve svolgere le indagini per il Commonwealth e trovare, si spera in tempi rapidi, il colpevole di un crimine tanto efferato. Jacob, intanto, non pare sconvolto dall’accaduto. La sua giornata a casa si svolge secondo i consueti riti quotidiani, compiti, playstation, cena, chat.

Proprio su un social network, sotto un post di Jacob in ricordo dello studente ammazzato, compare un commento. Andrew, imbeccato da un messaggio anonimo, lo legge. Derek Yoo, compagno di classe di Jacob, non usa giri di parole: sappiamo tutti che sei stato TU. Dove TU è Jacob Barber. Si fa riferimento a un coltello che il timido quattordicenne porterebbe con sé a scuola. Per la rispettabile famiglia Barber è l’inizio di un incubo. Pochi giorni dopo, sulla felpa che Ben indossava la mattina dell’omicidio è rilevata un’impronta digitale di Jacob.

La forza di In difesa di Jacob, miniserie AppleTv+ tratta da un romanzo di William Landay, sta innanzitutto nella performance dei due attori protagonisti, Chris Evans e Michelle Dockery, perfettamente affiatati e convincenti nei rispetti ruoli.

Chris Evans dismette i panni di Captain America per indossare quelli di un uomo coraggioso e combattivo. Gli autori di In difesa di Jacob indagano l’elemento maschile della discendenza. Il legame padre-figlio, già dall’inizio, ci appare più decisivo rispetto a quello, per noi italiani scontato, madre-figlio (“voglio mio padre”, dice un tramortito Jacob alla poliziotta che lo ha appena arrestato in uno spettrale parco giochi mentre la notte incombe su Newton), una mossa che si rivela determinante nell’intelligente elaborazione di uno script altrimenti stretto in regole fin troppo classiche. Andrew, uomo segnato dal peso di un’onta familiare occultata da sempre, ingaggia una battaglia borderline, dentro e fuori dalla legalità, per scagionare il figlio dalle terribili accuse.

Michelle Dockery, star della pietra miliare delle serie tv britanniche Downton Abbey e pistolera nella splendida Godless, è una donna scavata dal dubbio, un tarlo che conduce all’atroce sospetto che il figlio non sia innocente, o che quantomeno possa non esserlo. Laurie è tormentata da un vecchio ricordo. Jacob voleva davvero compiere l’insano gesto di sfracellare una palla di bowling sulla testa di un amichetto quando aveva cinque anni? Oppure si trattò della proiezione di una madre ansiosa, un incubo senza alcun fondamento nella realtà delle cose? E quel medico che giudicò Jacob “emotivamente indietro rispetto alla sua età” era attendibile? Il marito sostiene che i deficit emotivi spariscono col tempo e il figlio è solo un adolescente problematico, come tantissimi altri. Perché non credergli? Intanto, in attesa del dibattimento in aula, la stima della comunità nei confronti di entrambi evapora.

La famiglia Barber è additata, complice la stampa assetata di scandali. Andrew, per ovvie ragioni di incompatibilità, è costretto a dimettersi da viceprocuratore. Al sua fianco resta solo la poliziotta Pam (Betty Gabriel, Georgina in Get Out di Jordan Peele). Laurie, esposta ai malumori del suo ambiente di lavoro ed estromessa dagli incarichi, diviene fragile, indifesa, spietata con se stessa. Laurie si accorge dei lati oscuri, inesplorati, degli uomini di casa e di sé. Parallelamente, la sua passione per l’arte si riacutizza, in particolare riaffiora il feeling con gli Impressionisti. Forse, distanziarsi dal quadro permette una visione d’insieme della tragedia. I singoli punti della questione, se fissati troppo a lungo, accecano.

In difesa di Jacob è una serie sulla paura e sui fantasmi sepolti dell’America di provincia. La città del Massachussetts, magnificamente fotografata in toni metallici, è una parente lontana di Twin Peaks, meno surreale e meno lynchiana, certo, però inserita nella narrazione attuale, dura e contraddittoria, degli Stati Uniti. Nessuno si sarebbe mai aspettato, dicono le cronache, che Minneapolis, città con un sindaco di sinistra ed un capo della polizia afroamericano, fosse così prossima all’esplosione. Cecità irresponsabile? Non si è voluto vedere il caos mentre stava montando? Anche nella Newton di Defending Jacob (titolo originale) si muovono gli scarti umani dell’American Dream, adolescenti sballati senza alcuna prospettiva di cambiamento, pedofili rintanati in casette di periferia e sinistri figuri con un passato di violenza. Intanto, il sottosuolo virtuale offre asilo alle peggiori perversioni. Fantasie digitali e corpi reali, sexting e bullismo, omertà e inquietudine: l’aria a Newton è carica di risentimento. Quando gli altoparlanti della scuola danno l’annuncio dell’aggressione e l’intera struttura è posta in lockdown, tutti gli studenti si schiacciano al muro. Non è un’esercitazione. Sono immagini che riportano agli anni Cinquanta, quando gli americani si aspettavano l’apocalisse nucleare. Ora, invece, si teme l’elephant imbizzarrito, il fucile automatico del compagno di classe.

Anche l’infinitamente piccolo può tenderci agguati. Tra le invisibili spire del materiale genetico si celano eredità potenzialmente scomode. Quanto può dire, del presente di ciascuno di noi e delle nostre scelte future, un microscopico frammento di DNA? Siamo prevedibili o perfino predestinabili? Con l’aiuto della dottoressa Elizabeth Vogel, Andrew e Laurie giocano la carta della “psicologia biologica”.

Andrew sa di avere un padre in galera, Billy, interpretato dal magnetico J.K. Simmons (premio Oscar nel 2015 per il suo ruolo di direttore d’orchestra in Whiplash). Billy, condannato all’ergastolo per il barbaro assassinio di una studentessa, è l’inatteso crocevia sul cammino di Jacob, la prova che potrebbe rafforzarne l’innocenza o mitigarne la colpevolezza. Il “gene dell’omicidio” è il microscopico filo rosso che unisce nonno e nipote? Siamo all’incrocio filosofico tra volontà e natura. Andrew, l’uomo di legge che ha celato l’imbarazzante segreto alla propria famiglia, ora cede all’esigenza del confronto con quel padre fino ad allora rimosso.

Andrew ha un avversario aggiuntivo, l’invidioso collega Neal Logiudice (Paul Schreiber, il leprecauno di American Gods), il pubblico ministero certo di convincere la giuria della colpevolezza di Jacob. L’obiettivo nel mirino di Neal è soprattutto Andrew. Il rampantismo meschino di chi vuole affossare i meriti del primo della classe si unisce al tipico puritanesimo di stampo anglosassone. Contro i Barber, Neal non esita ad utilizzare l’argomento-Billy: l’istinto omicida di Jacob rientrerebbe in una “attività di famiglia”. La difesa del ragazzo è affidata all’esperto avvocato Joanna Klein. L’attrice Cherry Jones, vincitrice di un Emmy Award per l’interpretazione di Allison Taylor, presidente donna degli Stati Uniti, nella serie-fiume della Fox 24, si ritaglia una parte umanamente valida. È lei ad illustrare a Jacob, tra una seduta e l’altra, la definizione di duplice natura della materia (onda-corpuscolo), un’allusione metaforica alla condizione critica e vacillante della vicenda giudiziaria. Proprio quando la sua accorta strategia sembra condurre l’imputato verso una probabile assoluzione, interviene la deposizione di Derek, un fendente imprevisto, un tiro mancino alla speranza. E speranza, ovvero Hope, è il nome della ragazza incontrata da Jacob quando tutto pare finito e invece non lo è.

Veniamo ora all’attore che impersona Jacob, il giovane Jaeden Martell. L’attore diciassettenne ha recitato nei due capitoli cinematografici di It e, insieme a Chris Evans e a Daniel Craig, fa parte del cast del recentissimo Knives Out di Rian Johnson. Nella serie, il suo volto, imperscrutabile allo sguardo altrui e refrattario alle emozioni, resta sicuramente impresso nella memoria dello spettatore. Jacob è l’anomalia di un quadretto familiare che aspira alla perfezione. Un padre sexy (Chris Evans, icona gay fin dai suoi esordi, giudicato uno dei celibi più ambiti del pianeta) e una madre affascinante (“tua moglie è una bambola”, dice Billy al figlio dopo aver ricevuto una visita della nuora), una vita condotta sotto l’ala dell’agiatezza, una carriera sicura all’orizzonte. Poi, il misero crollo delle illusioni. Il corpo di Ben è il buco nero di un’intera comunità. Jacob, come egli stesso sostiene con determinazione, si è limitato a toccare il cadavere senza trovare il coraggio di dare l’allarme? Leonard Patz, molestatore di bambini, è solo un capro espiatorio? Derek Yoo dà in pasto alla giuria i vizi nascosti di Jacob in nome della giustizia oppure per allontanare definitivamente da sé le residue ombre di un eventuale coinvolgimento? Il mondo del ventunesimo secolo non è salvato dai ragazzini, egoisti, indifferenti e tendenti al cameratismo, esattamente come i loro genitori. Tuttavia, il maggior supporto a Jacob arriva proprio da una sua compagna di classe, l’artistoide Sarah. Jacob e Sarah, due “imperfetti” bersagliati da Ben, condividono un linguaggio comune.

In difesa di Jacob è un dramma sul crimine che non si fossilizza nel genere. La testimonianza resa da Andrew a Neal, collocata temporalmente al termine delle vicende narrate, è una confessione intima in grado di generare tensione. Cosa è accaduto a Laurie? Fino a che punto si è sfasciata la famiglia di Andrew? Il vecchio Billy ha giocato un ruolo attivo? L’eterno dilemma morale ritorna: è meglio accettare la verità, qualunque essa sia, o è meglio andare avanti con un peso sulla coscienza? Falsi finali si susseguono.

L’indeterminatezza vince: siamo liberi, anche di fare deliberatamente del male a coloro che amiamo. Nessuno eredita il proprio destino. La miniserie ideata da Mark Bomback, sceneggiatore di blockbuster (la saga del Pianeta delle Scimmie, Total Recall, The Wolverine), è uno dei prodotti più interessanti fin qui sfornati da AppleTv+. Le musiche del compositore islandese Ólafur Arnalds regalano la giusta dose di irrequietezza atmosferica.

Titolo originale: Defending Jacob
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 45 minuti
Distribuzione: Apple TV+
Uscite: settimanali, dal 24 aprile al 29 maggio 2020
Genere: Crime Drama

Consigliato a chi: desidera una guardia del corpo personale, si commuove davanti ai quadri di Pierre Bonnard, non accelera mai sotto la pioggia.

Sconsigliato a chi: non desidera una guardia del corpo personale, ha un pessimo ricordo di una festa di Capodanno, sviene se si procura un taglio.

Letture parallele:

– L’allucinato diario di formazione di un’adolescente americano: Jeff Jackson, Mira Corpora, Pidgin Edizioni, 2017;

– Per alcuni critici è il miglior romanzo dell’epoca di Donald Trump: Ben Lerner, Topeka School, Sellerio, 2020.

Una frase: “Puoi essere un brav’uomo. O puoi essere un bravo padre. Io non sono né uno né l’altro, questo lo so. Ma tu puoi scegliere”. (Billy Barber al figlio durante l’ultimo colloquio in carcere)

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