Ted Bundy: Falling For a Killer

Ted Bundy: Falling For a Killer ***

A partire dal racconto di Elizabeth Kendall, per anni fidanzata di Ted Bundy, la serie esplora un mondo lasciato finora ai margini delle narrazione sul famoso serial killer e cioè quello delle vittime. Sono quindi le donne ad essere le principali artefici di questa rilettura: le giovani donne che sono state uccise, quelle che lo hanno accompagnato come amiche o come colleghe, quelle che hanno indagato su di lui. E’ uno specchio dei tempi: la rilettura di una storia da un punto di vista inusitato ci fornisce non solo una diversa chiave di lettura, ma ci dice qualcosa anche sulla nostra società e sui temi che essa percepisce come più urgenti per consentire l’evoluzione dei valori condivisi.

Tra le figure femminili che hanno attraversato l’universo di Bundy certamente quelle più affascinanti sono le donne che lo hanno amato: Elizabeth Kendall, la fidanzata di Bundy nel 1974, il periodo dei primi omicidi confessati, e la figlia Molly, all’epoca una bambina. L’elaborazione di quel rapporto affettivo, così mutato alla luce dello stratificarsi delle accuse contro di lui e dell’esposizione dei dettagli degli omicidi commessi, ha segnato la vita di entrambe in maniera indelebile. Tra le vittime di Bundy vanno annoverate anche loro. Vale un discorso analogo per Rich, il fratello minore di Ted che oggi vive su una roulotte, solo con il suo gatto, cercando di sopravvivere ad un profondo disadattamento sociale. Per tutti coloro che in Ted hanno riposto fiducia ed amore, la scoperta delle sue terribili azioni è stata sconvolgente ed ha naturalmentemesso in discussione la propria consapevolezza (Come ho fatto a non accorgermene?). Non solo: l’associazione tra le date dei crimini ed i momenti spensierati trascorsi insieme, campeggiando in montagna o cenando in un ristorante, ha portato i protagonisti a rimuovere una parte del proprio passato per il senso di vergogna verso la felicità provata. Mentre era con me, mentre stavamo mangiando un hamburger lui aveva appena ucciso qualcuno si ripete con voce pacata, a più riprese,Elizabeth, quasi fosse stata una cosa semplice smascherare le coperture e le disarticolazioni della mente di Ted.Il racconto delle esperienze passate si intreccia così, nelle parole di Elizabeth e Molly, con la descrizione delle emozioni provate allora e della loro evoluzione nel tempo, fino a modificare lo statuto dei ricordi.

Questo profondo senso di inadeguatezza e di colpa, come se aver voluto bene ad un serial killer volesse dire aver condiviso i suoi atti o averli indirettamente avvallati, pervade non solo Rich, Elizabeth e Molly, ma anche Louise, la madre di Ted che a più riprese si scusa per il comportamento del figlio.

Tra le donne che ascoltiamo nel corso dei cinque episodi di questa docuserie ci sono le amiche delle vittime, le sorelle maggiori o minori, le madri. Un’umanità segnata in modo indelebile da quanto accaduto. Alle loro parole si accompagnano le tante foto delle giovani donne uccise da Bundy. Rispetto ad altre rappresentazioni, non c’è accanimento nella descrizioni delle atrocità commesse dal killer, c’è piuttosto l’intenzione di trasmettere la vitalità, la forza, la fragilità di queste giovani donne. E’ il senso tragico di potenzialità inespresse quello che resta allo spettatore. Nei volti di queste ragazze ci sembra spesso di rivedere i tratti della prima fidanzata di Bundy che in questa serie non viene mai citata: Stephanie Brooks (pseudonimo di Diane Edwards). E’ un peccato perché il travagliato rapporto con Stephanie, iniziato nel 1967 e vissuto da Ted come un fallimento personale,è significativo nella sua biografia. L’assenza di uno spazio adeguato per la sua figura e per quella della madre Louise sono elementi che ci lasciano perplessi perché la sensazione è che così allo spettatore finisca per mancare qualche elemento, qualche tassello rilevante per capire di più della mente di Ted Bundy. Spazioche viene invece dedicato a Caro Ann Boone, la donna che supporta Ted durante il processo in Florida, convinta della sua innocenza e che accetterà la sua plateale richiesta di matrimonio in un’aula di giustizia, propriodurante il secondo processo. Nel 1986,dopo avergli dato una figlia, concepita in carcere, chiederà il divorzio.Il carattere di Carol Ann è definito in modo chiaro nei suoi tratti essenziali, ma viene descrittoutilizzando categorie che non rendono ragione delle sfumature e delle emozioni che ha provato, come invece la serie riesce a fare per Elizabeth, soprattutto nei primi due episodi.

Nella descrizione delle molteplici sfumature dell’universo femminile non mancano invece spunti interessanti portati da personaggi minori come la poliziotta del campus Cheryl Martin che tra i primi crede in un collegamento tra le sparizioni delle ragazze, la psicologa Donna Schram con cui Bundy collabora a Seattle, l’avvocatessa Polly Nelson che lo aiuta a chiedere il rinvio della pena capitale, l’agente Kathleen Mcchesney, impegnata attivamente nelle indagini e prima donna a raggiungere le più alte posizioni gerarchiche nell’FBI.

All’esplorazione di questo specifico punto di vista si sovrappone poi nel finale il discorso sulla pena di morte: l’argomento è sviluppato senza retorica e senza ideologia, semplicemente riportando pareri e sensazioni delle vittime. Emoziona la testimonianza congiunta di Vivian e Judy, madre e sorella di Susan Elaine Rancourt, una delle prime vittime riconosciute di Ted Bundy, uccisa a 18 anni, presumibilmente il 17 Aprile del 1974: “Quando avete visto il circo fuori dal tribunale non eravamo noi. Non c’era niente da festeggiare. No. No. (I due no si sovrappongono, nelle voci emozionate delle due donne). Era solo un’altra vita persa. Un’altra madre che perdeva il figlio”. Una sintesi straziante che appartiene per sensibilità e pragmatismo all’universo femminile, se è vero, come precisa Judy che “… gli uomini non sentivano quello che sentivamo noi. Mio padre voleva tagliargli le palle. Anche mio marito lo avrebbe preso a calci fino all’inferno e ritorno”. Naturalmente non è una questione di genere, ma di attivazione di paradigmi: da sempre la punizione del colpevole che consentel’elaborazione del lutto all’interno della comunità e l’espulsione del lutto dall’orizzonte del diritto tramite la vendetta rappresentano i due poli nei quali si muove la risposta umana alla violenza. La pena di morte rappresenta un estremo tentativo di elaborare la vendetta in un contesto sociale, cercando di sintetizzare le due posizioni. Ma lo spettacolo di canti, balli e grigliate che ha accompagnato la morte di Theodore Bundy è giustamente definito dall’avvocato difensore James Coleman come svilente per le persone coinvolte in maniera diretta o indiretta. “Avevano tolto di mezzo l’uomo che volevano giustiziare più di tutti. Lo fecero in un modo che svilì tutti loro, me e tutti coloro che vi presero parte”.

La madre di Susan, parlando con quella di Bundy non ha dubbi: Ted era malato. Usa questo termine, aprendo così una voragine che negli anni successivi sarebbe stata esplorata da neurologi, psicologi, psicanalisti. Ted Bundy soffriva con molta probabilità di diversi disturbi della personalità: la descrizione che ne fa il fratello, ma anche alcune dichiarazioni dello stesso Bundy sembrano portare proprio in questa direzione. Nel 2007 un gruppo costituito da 73 psicologi ha identificato in Bundy un Disturbo antisociale della personalità (ASPD): quasi l’80 per cento degli studiosi ha identificato in lui un esempio perfetto di chi soffre di questo disturbo i cui principali sintomi sono la combinazione di: mancanza di empatia e di rimorso, comportamenti antisociali, incapacità di mantenere lunghe relazioni sentimentali, azioni rivolte alla ricerca della propria gratificazione anche se pericolose, irresponsabili e contrarie alle norme sociali, egocentrismo. Accanto a questo Disturbo antisociale Bundy dimostrava ampi tratti di comportamento psicopatico, tra cui la tendenza a mentire in modo sistematicoe la propensione a compiere atti di violenta devianza sociale. A questi si aggiunga con buona probabilità una forma di Disturbo narcisistico della personalità (NPD) che comporta, oltre ai tratti sopra elencati, un diffuso sentimento di superiorità, la ricerca di ammirazione sociale e la capacità di riconoscere bisogni ed emozioni degli altri, sfruttandoli a proprio vantaggio. Quelle capacità indicate da più parti come manifestazioni del genio diabolico di Bundy si inseriscono quindi in un quadro clinico segnato da diverse patologie. A livello cerebrale non ci sono però significative evidenze: asportato dopo l’esecuzione e studiato, il cervello di Bundy non ha mostrato segni di lesioni particolari. Sarebbe stato però interessante adottare tecniche come l’imaging per studiarne il funzionamento. L’ imaging rappresenta uno dei progressi più notevoli della medicina contemporanea: ha reso finalmente possibile osservare in maniera dettagliata il funzionamento di ampie sezioni del cervello, creando una mappatura del suo funzionamento. La risonanza magnetica funzionale (MRI), la PET e lo SPECT aiutano la diagnosi e il trattamento delle disfunzioni neurologiche, tra cui la depressione, la schizofrenia e il disturbo bipolare.

Il fatto che fosse malato può portarci a ritenere Ted Bundy esente da colpe? Questo certamente è da escludere anche perché se è vero che Bundy sembra acquisire una progressiva consapevolezza delle proprie patologie, non sembra aver mai cercato alcuna via per curarle.

Per sviluppare un racconto di questo tipo, la regista canadese Trish Wood (I didn’t do it) ha puntato molto sulle emozioni. Non ha cercato di spaventare lo spettatore con il racconto, ma di avvolgerlo in un clima emotivo agghiacciante. La voce bassa e monocorde con cui Elizabeth ci parla dal suo salotto, come fosse la nostra migliore amica, contribuisce a darci un senso di verità.La scelta di alternare alle interviste ed ai video dell’epoca molte immagini che ritraggono scorci di vita familiare, dell’assassino come delle sue vittime rafforza questa sensazione, mentre la musica drammatica ed il frequente ricorso adinquadrature a piombo della natura selvaggia conferiscono alla narrazione una sottile venatura lirica che ben si inserisce nel contesto dell’opera. Anche le digressioni sull’evoluzione della figura femminile negli anni ’70 e sul contesto storico (il Watergate o la realizzazione delle grandi infrastrutture stradali che finalmente univano il Paese) sono condotte con una tempistica efficace, senza cedere a dilatazioni non sostenibili a livello narrativo e aiutano ad inquadrare il contesto nel quale si muove l’assassino.

Nel complesso una serie che merita di essere vista sia per chi già conosce Ted Bundy sia per chi si avvicina per la prima volta alla scia di dolore che il passaggio di quest’uomo ha lasciato dietro a sé.

Titolo originale: Ted Bundy: Falling for a killer
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 5
Distribuzione streaming: Amazon Prime
Genere: docu crime

Consigliato: a chi non sopporta che le vittime, tutte le vittime,siano ridotte ad un elenco di date e numeri.

Sconsigliato: a chi pensa che un assassino sia un assassino e basta.

Visioni parallele:  Conversazioni con un killer: il caso Bundy, una docuserie Netflix che nel 2019 ha raccontato la vicenda di Ted Bundy a partire da audio, anche inediti, inseriti in un’accurata ricostruzione storica e culturale realizzata da Joe Berlinger.

You, serie Tv il cui protagonista ricorda per molti aspetti proprio Ted Bundy. Distribuita da Netflix racconta di un giovane ed affascinante ragazzo che fa di tutto per insinuarsi nella vita delle persone che in qualche modo lo attraggono. La terza stagione è prevista per il 2021.

Un’immagine: la disperazione di Elizabeth per il fatto di non essere stata ascoltata con attenzione dagli investigatori ed il suo dubbio che forse al padre avrebbero dato più ascolto. Ma il padre, anche lui ammaliato da Ted, non solo non ha voluto aiutarla, ma anzi l’ha rimproverata di non fidarsi del suo fidanzato, invitandola a desistere.

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