Dov’è la tua casa?

Dov’è la tua casa? **

Un pubblicitario di mezza età, Javier Munoz, sposato e con un figlio adolescente, ha perso il lavoro da ormai un anno. Nessuno lo assume: troppo qualificato, troppo anziano, i soli contratti disponibili sono di apprendistato e di prova non remunerata.

La trafila dei colloqui diventa sempre più frustrante, i corsi di formazione serali non lo aiutano. La moglie Marga si adatta a fare la commessa, per garantire almeno uno stipendio in famiglia.

Ma le spese sono troppe e il magnifico attico affittato in una zona residenziale di Barcellona è incompatibile con la loro nuova condizione familiare. Così come la Bmw familiare, la collaboratrice familiare e la scuola privata, che frequenta il figlio Dani.

Solo che per Javier abbandonare quella casa e trasferirsi nel quartiere popolare del Carmel, diventa una vera e propria ossessione, che lo consuma.

Quando una sera, al colmo della delusione, dopo l’ennesimo inutile colloquio, scopre di avere ancora un mazzo di chiavi del vecchio appartamento, decide di spiare i nuovi proprietari, una giovane coppia con una figlia piccola e di introdursi pian piano, non solo nella loro casa, ma anche nelle loro vite, sfruttando a suo vantaggio le loro debolezze e ingenuità, con un piano che via via mostra la sua vera natura.

E’ curioso come questo Hogar, il terzo film dei fratelli catalani Alex e David Pastor, sia distribuito da Netflix proprio nei giorni di una pandemia globale, che è stato lo sfondo narrativo di entrambi i loro lavori precedenti, sia Carriers – Contagio letale, girato negli Stati Uniti nel 2009 per Paramount Vantage sia The Last Days, prodotto invece a Barcellona nel 2013.

I due hanno lavorato a lungo negli Stati Uniti, scrivendo per il cinema e la televisione, ma questa volta sono tornati nel loro paese, per dipingere un incubo nero, che ribalta il punto di vista di ogni tradizionale home invasion, per raccontare la storia dalla parte dell’invasore.

Lo sfondo politico e sociale con la famiglia del protagonista che perde ogni sicurezza borghese, dovendo rinunciare a simboli e conquiste serve ai fratelli Pastor per rendere plausibile l’inversione e per consentire una sorta di identificazione originale con il villain di questa storia, il cui piano acquista forma solo alla fine, nella sua crudeltà spietata e amorale.

Homo homini lupus. Sarà forse ancor più vero al termine di questa nuova cupissima crisi, ma certo il quadro che dipinge Hogar (letteralmente Casa in spagnolo) è già fosco e privo di alcuna compassione.

Quando Javier incontra Thomas, il giovane dirigente di una grande impresa, che ora vive in quella che era la sua casa, lo manipola e se ne serve, senza alcun rimorso, spazzando via dalla sua strada qualsiasi ostacolo.

Il suo obiettivo e potersi nuovamente svegliare la mattina osservando il panorama mozzafiato dalle finestre della sua vecchia casa. E chiunque si frapponga tra lui e la sua ossessione, diventa un pericolo, una minaccia da eliminare, da silenziare, senza scrupoli.

In questo racconto crudele, non è previsto il castigo, il compasso morale si è rotto. E’ un mondo in cui la gentilezza è solo debolezza da sfruttare, la solidarietà una chimera, i rapporti personali e familiari sono ridotti a pura utilità e pertanto diventano interscambiabili.

La verità e la giustizia rimangono sullo sfondo, mai neppure evocati sul proscenio di un’opera al nero.

I due fratelli Pastor hanno dichiarato di essere tornati a girare in Spagna, per avere la libertà di raccontare questa storia dal punto di vista sgradevole e scomodo che avevano scelto.

Il problema del loro film è che l’ambiguità di Javier non promette mai nulla di buono, l’empatia che cercano di creare nella prima parte del film, per ribaltarne gli effetti nella seconda, non funziona mai troppo bene, anche perchè la parabola si adagia su un racconto di genere sin troppo ordinario, senza mai uno scarto, una differenza.

Forse il problema è anche nel protagonista, Javier Gutierrez, che abbiamo già visto molto convincente in La isla minima e in Campeones – Non ci resta che vincere, ma che questa volta appare canagliesco e insincero sin dall’inizio.  Ne sono una spia evidente i rapporti con la moglie e il figlio, mai particolarmente affettuosi o trasparenti.

Se l’idea era quella di mostrare i limiti di chi ha perso quasi tutto e cerca di recuperare la propria posizione sociale, costruendo un arco narrativo coerente, il film ci riesce fino ad un certo punto, perchè l’umiliazione di Javier è ormai esperienza comune anche al cinema e il suo tentativo di evitare una bancarotta esistenziale non passa mai attraverso altra dimensione che non sia quella puramente egoistica.

E, se vogliamo, anche materialistica.  La riconquista della casa è per lui un fatto puramente simbolico. Non c’è alcun elemento affettivo neppure in quegli spazi, come dimostra il finale, che lo vede al centro di un nuovo appartamento, ancor più prestigioso, accompagnato dalle note di Massenet.

Peraltro i comprimari sono delineati con una certa sciatteria e utilizzati a bella posta per giustificare, in un certo senso, le reazioni di Javier. Per quale motivo, il giardiniere che l’ha scoperto, dovrebbe essere anche un pedofilo, se non per dare una buona scusa al protagonista per levarlo di torno, senza troppi rimorsi?

E perchè la moglie, che pure ha compreso tutto, viene emarginata sistematicamente, salvo poi riapparire in extremis, solo per costruire lo spiegone finale?

Il film rimane così un po’ irrisolto e si sente troppo pesante la mano dei suoi sceneggiatori. Ci sono echi di Parasite, nel feticcio dell’abitazione, nella lotta di classe giocata senza esclusione di colpi, nello stesso modo con cui sono dipinte le famiglie borghesi. Tuttavia siamo molto, molto lontani dall’intelligenza sottile e dall’amarezza malinconica dei personaggi creati da Bong Joon ho.

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