Messiah. Credere ai miracoli in un mondo in fiamme

Messiah **1/2

Un giorno, nella Siria devastata dalla guerra, compare dal nulla un predicatore carismatico che non appartiene a nessuna religione codificata. È un uomo sulla trentina, ha la barba e porta i capelli lunghi. I suoi sermoni esortano alla speranza, a credere in Dio e ad intendere, con il cuore, il messaggio che lui, per intercessione, reca al popolo sofferente. I tempi sono molto difficili. Si preannuncia uno scontro finale. L’ISIS stringe d’assedio Damasco e sembra che la città stia per capitolare. Solo un miracolo potrebbe evitare il tracollo. Al-Masih, questo l’appellativo che il giovane reclama per sé, evoca la terribile punizione divina. Puntualmente, giunge sulla capitale siriana un enorme tempesta di sabbia destinata a durare settimane. Le armate dell’ISIS vengono sepolte e sono costrette a ritirarsi. Damasco è salva.

Al-Masih è il nome arabo per indicare la figura di Gesù Cristo, un nome contenuto nel Corano. In un mondo interconnesso e pattugliato da migliaia di occhi tecnologici, le gesta del “profeta” non tardano ad essere notate. Ovviamente se ne interessa la CIA e a ruota il Mossad. Al-Masih in effetti non si limita a predicare alle folle: le muove. Anzi, sono le folle a seguire spontaneamente i suoi passi. La meta è misteriosa e per arrivarci occorre attraversare, non metaforicamente, il deserto. Al-Masih conduce i suoi accoliti verso un confine che scotta, quello che separa la Siria da Israele. Con lui ci sono arabi musulmani, per giunta di nazionalità palestinese, stremati da anni di conflitto. Perché Al-Masih trascina laggiù una fiumana di poveri sventurati, sotto il sole rovente, senza pane né acqua? È un gesto dimostrativo? Una studiata provocazione politica, obiettivamente senza precedenti? Oppure è solo un’abile operazione di marketing pianificata da un folle in cerca di notorietà? In definitiva, chi è Al-Masih, il figlio di Dio o un millantatore?

Messiah rischia a tratti di cadere nel kitsch e nel ridicolo, eppure la serie Netflix, composta da dieci episodi ambientati tra il Medio Oriente e l’America profonda, riesce sempre a restare in piedi grazie alla validità dell’intuizione di partenza, provocatoria e non banale. Al di là del credere o non credere, Messiah esercita una forte suggestione sullo spettatore. L’idea di partenza è dirompente: che cosa accadrebbe se Dio inviasse, nel contesto geopolitico attuale, caratterizzato da divisioni religiose, ideologiche e culturali sempre più stridenti, un suo emissario di pace? Come si comporterebbero i governi, quali misure metterebbero in atto per contrastare gli effetti dirompenti di un novello Cristo? Le dottrine “ufficiali” si aprirebbero all’ascolto, accettando di essere messe in discussione o si arroccherebbero in se stesse, gelose della propria ortodossia? Prevarrebbero le istanze di riforma o quelle conservatrici? Messiah può essere letto come un tiro mancino giocato contro tutte le convenzioni e incrostazioni del pensiero, non ultimo il dogma laicista, ansioso di relegare la religione nel paradiso privato della sfera interiore, al di fuori della sfera pubblica. Il pacifismo di Al-Masih, summa di molti credi, non è neutrale. Gli imam lo bollano come eretico, le eminenze grigie del potere sono intimorite dalla sua carica eversiva. Il criptico Al-Masih sa scardinare la coscienza degli infelici e sa insinuare il dubbio nelle menti razionali.

La serie sfrutta con scaltrezza le contraddizioni del mood politico attuale, presidenti in carica che twittano tutti i santi giorni, associando il volere di Dio alle decisioni prese, e leader che si affidano alla Madonna di Medjugorje, salvo poi comportarsi in maniera diametralmente opposta ai dettami della misericordia. Come reagirebbero costoro al cospetto di un uomo ispirato dall’alto, anzi, dall’Altissimo? Al-Masih, in una scena al contempo efficace ed ingenua, parla a-tu-per-tu con il Presidente degli Stati Uniti, mormone e lo persuade ad imboccare una direzione opposta alla realpolitik. La serie azzarda un confronto tra Parola e Babele della comunicazione contemporanea. Chi potrebbe reprimere il Verbo se questo dilagasse, veicolato dai giornali e dai mass media? Quali conseguenze sociali avrebbe la proliferazione incontrollata di filmati di (presunti) miracoli, disponibili in tempo reale su Youtube e Snapchat? La serie, però, pone soprattutto un interrogativo che prescinde dalla politica e arriva direttamente a noi, uomini e donne di un’epoca imbevuta di disincanto e scetticismo: se giungesse un nuovo Messia, sapremmo riconoscerlo?

Medhi Dehbi, attore belga di origini tunisine fattosi notare nel film L’Infiltrato di Giacomo Battiato del 2010 e in A Most Wanted Man di Anton Corbjin del 2014, affronta qui una sfida importante che coincide con il suo primo ruolo da protagonista. Contro Al-Masih si desta l’agente della CIA Eva Geller, interpretata da Michelle Monaghan, attrice che, nel campo delle serie TV, ha dato il meglio di sé nelle vesti di Maggie Hart nella prima stagione di True Detective. Eva Geller è un personaggio tormentato. Segnata da un grave lutto, la sua vita è appesa a un desiderio di maternità, un sogno che la tecnica avanzata rende possibile ma che avrebbe forse bisogno di altro perché effettivamente si traduca in realtà. La terza figura cardine di Messiah è il pastore Felix Iguero, che ha il volto di John Ortiz, visto di recente nel fantascientifico Ad Astra di James Gray. Anche Iguero, nel cuore del Texas conservatore, sta affrontando la sua personale via crucis: la chiesa che amministra è sguarnita di fedeli e di offerte, la moglie Anna eccede con la bottiglia mentre la figlia Rebecca, angustiata da un segreto, ha in mente di fuggire via. Due altri personaggi, l’agente israeliano Aviram Dahan (Tomer Sisley, l’autista di Rabin nell’omonimo film di Amos Gitai) e il giovane Jibril Hassan (Sayyd El Alami, scritturato in Zombi Child, ultima pellicola di Bertrand Bonello), sono chiamati a ricoprire, rispettivamente, le caselle del ‘cattivo’ e del ‘puro senza macchia’.

L’arrivo di Al-Masih è un prodigio o il frutto di una macchinazione? Michael Petroni, già ideatore di una sfortunata serie del 2003, Miracles, torna sui temi a lui cari. Lo showrunner di Messiah, coadiuvato dai registi James McTeigue (V for Vendetta, The Raven) e Kate Woods (molta serialità alle spalle), sonda ancora una volta lo spazio conteso tra fede e scienza. Il tempo dei social network introduce delle variabili impazzite. Instagram e Facebook amplificano al massimo le gesta di Al-Masih. Lo vediamo resuscitare innocenti in scenari “caldi” come la Moschea Al-Aqsa a Gerusalemme e camminare sulle acque del Lincoln Memorial a Washington. Vero o falso? Quanti like servono per convalidare una tesi? Non può sfuggire il fatto che la serie contestualizzi l’evento miracoloso in un’epoca di credulità popolare nutrita di fake news. Nonostante la molteplicità di testimoni che farebbero pendere la bilancia da un lato, il dubbio dell’impostura è alimentato da abili depistaggi seminati con metodica precisione dagli sceneggiatori. Al-Masih pare giungere in Texas avvolto da un turbine, però Eva Geller, un incrocio tra Carrie Mathison di Homeland e Dana Scully di X-Files, non tarda a scoprire l’esistenza di un volo dalla Giordania, atterrato poco prima che il tornado devasti il paese texano dove vive la famiglia di Felix Iguero. Già, ma non è forse strano che, in un panorama di macerie, solo la chiesa del pastore sia rimasta miracolosamente intatta? Chi può permettersi di sondare la volontà di Dio?

In una scena Al-Masih, anziché esprimere il suo talento di guaritore, imbraccia un fucile e spara a un cane imprigionato sotto i resti di un’abitazione per non farlo soffrire, sotto gli occhi terrorizzati del suo padroncino. Le ragioni sottese alle sue azioni sono spesso imperscrutabili. Non tutte le aspettative sono destinate ad essere esaudite, certamente non quelle del variopinto carrozzone new-age che si assiepa attorno alla chiesa di Iguero. Qui, spunta il personaggio più tragico della serie, una madre disperata, interpretata con la giusta enfasi dalla cantante Emily Kinney. Quando le indagini dell’agente Geller smascherano l’umanità di Al-Masih, nome di battesimo Payan Golshiri, e riportano a galla la sua storia personale, tutto pare sul punto di chiarirsi. Non è così. La serie oscilla tra scoperte e falsificazioni, illuminazioni e ribaltamenti di prospettiva artatamente architettati.

L’aspetto più traballante di Messiah è proprio la sua complicata impalcatura. La scrittura della storia è farraginosa. Lo script fa interagire a fatica i personaggi, troppi di numero e appesantiti, ciascuno, da tribolazioni eccessive e malesseri esistenziali quasi stereotipati. Gli sceneggiatori si soffermano su dettagli di vita che, per bulimia narrativa, restano tali, allorché avrebbero meritato un differente scavo psicologico o sociologico (le ricadute del conflitto irrisolto con il padre sulla sfera professionale di Eva, la figura del presidente americano derubricata nell’economia della serie a semplice bozzetto…). Considerata la posta in palio, ovvero la salvezza del pianeta, sarebbero stati graditi dialoghi meno scontati. La sovrapposizione dei temi e dei registri, si va dalle carneficine siriane agli intrallazzi di palazzo della politica statunitense, dalle crisi di famiglia degli Aguero alle malefatte degli agenti segreti israeliani, ha generato un guazzabuglio. La coperta, in sintesi, è troppo corta per coprire i vari angoli del campo narrativo. Ognuno dei protagonisti è incastrato in vicende enormi. I giovanissimi Jibril e Samir sono costretti in ruoli spropositati che perfino attori consumati reggerebbero a fatica. Il parallelo tra il discorso di Rebecca in una sala gremita e l’attentato presso la Moschea è ottimo per la tensione che accumula ma grossolano nei risultati. L’episodio della ‘Maddalena’ è quasi urticante per faciloneria. Anche l’attrazione fatale di Eva verso il bel tenebroso di turno, il villain Aviram, non ci coglie di sorpresa.

E Al-Masih? Medhi Debhi fa del suo meglio. La sua espressione, impostata su un registro di beffarda atarassia, su un volto poco propenso ad indossare altre sfumature emotive, coincide con una certa iconografia dei santi… e dei folli. Insomma, Payam Golshiri è un redentore o un truffatore? Il finale, che non sveliamo per ovvi motivi, riporta l’ago della bussola verso una delle opzioni in gioco. Chissà… Azzeccata la scelta di mantenere la polifonia delle tre lingue originali, inglese, ebraico ed arabo. Danny Ruhlmann, già coinvolto dal regista McTeigue in Sense8 delle sorelle Wachowski, ci regala una fotografia brillante, imperniata su visioni panoramiche e incisivi contrasti cromatici. Spiccano quei mille papaveri rossi nel pirotecnico finale. Non è la rosa, non è il tulipano… La seconda stagione ci dirà di più.

Titolo originale: Messiah
Numero degli episodi: 10
Durata media ad episodio: tra i 38 e i 55 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 1 gennaio 2020
Genere: Drama, Thriller

Consigliato a chi: resta di notte nei bar quando tutti se ne vanno, sente di avere una missione anche se gli altri non gli credono, è in debito con un compagno di università.

Sconsigliato a chi: ha un fratello che non si fa mai gli affari suoi, conosce i trucchi degli illusionisti, si innervosisce quando resta incolonnato in auto.

Letture e visioni parallele:

Musulmani di tutto il mondo unitevi. La sinistra di fronte all’Islam (LEG Edizioni, 2018), un testo scritto dal politologo francese Jean Birnbaum che ha destato scalpore soprattutto in patria. La sinistra è in grado di comprendere l’espansione dell’islamismo?
First Reformed di Paul Schrader, uno dei migliori film del 2017. Lo strapotere delle multinazionali e la responsabilità di un prete davanti alla fine del mondo.

Una scena che rappresenta la serie: lo scambio delle parti nell’interrogatorio segreto. È Aviram a interrogare Al-Masih o viceversa?

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