Gemini Man

Gemini Man *

Il nuovo film del premio Oscar Ang Lee arriva nelle sale, preceduto da un battage pubblicitario, che esalta soprattutto le novità tecnologiche, che ne hanno accompagnato realizzazione e proiezione.

Will Smith infatti si è sdoppiato, durante le riprese, per ricreare, grazie alla performance capture, una versione di sè ventenne, completamente animata al computer.

Non contento, Ang Lee ha girato il film in digitale a 120 fps (invece dei tradizionali 24 fps), così come il precedente Billy Lynn e in 3D, con una Arri Alexa, opportunamente modificata per l’occasione.

Il film è proiettato in sala alla stessa frequenza, che sarà adottata anche da James Cameron per i suoi sequel di Avatar, a quanto pare.

La ‘montagna’ tecnologica, tuttavia, ha partorito, anche questa volta, un topolino di film, che sembra più uno screen test, per mostrare le potenzialità dei nuovi formati, che un lavoro autonomo, fruibile in sala.

Così come già in Billy Lynn i 120 fps danno un effetto iperrealistico, assolutamente glaciale, che brucia ogni sfumatura e ogni densità cinematografica, lasciando allo spettatore una sensazione di distanza paradossalmente innaturale.

Il 3D molto accentuato di Gemini Man, non fa che aumentare il senso di artificiosità dell’insieme, spingendo il film verso territori che stanno tra il videogame, la telenovela brasiliana e la virtual reality.

Il massimo sforzo tecnologico, per ricreare un’illusione di realtà che si trasforma invece nel più sintetico e artefatto degli scenari visivi. Un rompicapo, una vertigine per filosofi dell’immagine, ma un’avventura assolutamente frustrante per ogni altro spettatore.

Ci si immerge in Gemini Man, perchè l’impressione, soprattutto dopo la prima ora, è quella di essere proprio dentro l’acquario privato di Ang Lee e Will Smith. Costretti tuttavia a dover stare al loro gioco, che col cinema, almeno con quello che abbiamo conosciuto negli ultimi cento anni, ha davvero poco a che fare.

E’ avanguardia? E’ quello a cui ci abitueremo nel prossimo futuro. Spero di no, perchè lo scenario visivo è francamente imbarazzante.

Se almeno in Billy Lynn il senso di straniamento tecnologico veniva applicato ad un dramma piuttosto statico e formale, qui la sintesi con il mondo dei game è totale, trattandosi di un action, che non esclude soggettive e set derivati interamente da quell’immaginario visivo.

E’ cinema col joystick e con il casco da VR, qui ridotto a un paio di occhiali 3D.

Solo che si protrae per 2 ore che sembrano non finire mai.

Per essere un film nato alla Disney venti anni fa e poi scritto e riscritto da una decina di sceneggiatori, prima di approdare a Skydance e Paramount, il risultato drammatico è miserabile.

L’agente della misteriosa agenzia DIA, Henry Brogan, una sorta di killer-cecchino infallibile, a cui i superiori chiedono solo di far fuori una serie di obiettivi sensibili, decide di andare in pensione.

Quando un collega gli insinua il dubbio che la sua ultima vittima non sia un terrorista, ma un biologico coinvolto in un progetto clandestino della stessa DIA, il Gemini Project, il suo capo, Clay Varris, decide di eliminare Brogan e tutti i suoi amici nell’agenzia.

Comincia così la fuga del protagonista tra la Georgia, Cartagena e l’Ungheria, con il fidato amico Barone e la giovane agente Danny Zakarweski. Sulle tracce dei tre c’è un misterioso giovane killer, Junior, che sembra proprio identico ad un giovane Brogan.

Il corollario action c’è tutto: sparatorie e corpo a corpo sui tetti, in moto, sul fiume, nelle catacombe di una chiesa, quindi infine nella sede del Gemini Project. Tutto come in un videogame old school, con il surplus edipico di Junior diviso tra due padri, entrambi putativi.

Sullo schermo il Will Smith di Indipendence Day si scontra con il Will Smith di oggi, ma, francamente, non ce ne importa poi molto.

Il film non appassiona mai, neppure per un secondo. L’apparato ipertrofico di visione diventa un enorme ostacolo ad ogni coinvolgimento emotivo. La banalità dell’assunto narrativo fa il resto. Owen, Winstead e Smith, costretti a recitare un copione di terz’ordine, sembrano altrettanto spaesati.

Le scene d’azione sono fiacche e pigre, l’iperrealismo tecnologico ne svela ogni trucco. Si vedono persino le cariche finte esplodere su corpi e oggetti. La finzione del cinema è esposta, senza veli. Il re è nudo.

Di fronte alle potenzialità tecnologiche si può comprendere l’entusiasmo infantile di Lee come di altri, a cui non par vero di poter giocare al cinema, con giocattoli completamente nuovi.

Il problema è che si diverta anche il pubblico, a cui questi costosissimi giocattoli sono poi inevitabilmente rivolti. Ma se il risultato finale è un film come Gemini Man permettetemi di dubitarne.

Sarò magari smentito nelle prossime settimane, quando il film arriverà in sala e cercherà la sua strada nel pubblico internazionale, ma il senso dell’operazione sembra, in realtà, un gesto di puro onanismo.

P.S. Volete sapere com’è il Will Smith ventenne, ricreato a computer? Per lo più mediocre. Espressivo e artificioso come in un videogioco.

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