Serenity

Serenity *1/2

Gli occhi di un ragazzino. Il fondo del mare. Una barca da pesca chiamata Serenity. Il pescatore Baker Dill, il suo compagno, il devoto Duke, un’isola in mezzo al nulla, chiamata Plymouth, dove tutto sembra procedere come un rituale immutabile nel tempo e nello spazio.

Sono questi gli elementi essenziali del terzo film da regista dello sceneggiatore Steven Knight (Locke, La promessa dell’assassino, Allied, Millennium – Quello che non uccide, Taboo)

Baker è ossessionato da un enorme tonno, che non riesce a catturare. E’ sempre senza un soldo, vive in una baracca d’amianto vicino al faro e si fa mantenere dall’amante Constance.

All’improvviso una bionda misteriosa raggiunge l’isola: è la prima moglie di Baker, Karen.

Lei gli chiede di uccidere il suo nuovo marito, il manesco e volgare Frank, che minaccia anche suo figlio, Patrick,  un geek geniale, che passa le sue giornate nella sua stanza, di fronte allo schermo del suo computer.

La situazione precipita: presente, passato e futuro diventano luoghi oscuri nella mente di Baker, il suo obiettivo primario non è più la caccia all’enorme pesce maledetto, ma l’incarico di morte che Karen gli ha affidato.

Il film di Steven knight, se forse sulla carta poteva sembrare anche interessante con i suoi twist narrativi e la sua struttura a chiave, sullo schermo diventa un pasticcio senza capo nè coda, che gioca con lo spettatore senza mai renderlo partecipe della gravità del non detto che muove i personaggi.

La rivelazione finale lascia piuttosto indifferenti, mentre la struttura iterativa del racconto mostra subito la sua natura ludica e posticcia.

Il problema è che gli attori sembrano rendersi conto della cosa e si muovo come automi, in un paesaggio che è solo uno sfondo, e in una storia che è solo un pretesto.

Le battute che Knight gli regala sono sempre ai limiti del ridicolo involontario e ci vuole una buona dose di credibilità per non mettersi a ridere a metà della scena. Matthew McConaughey e Anne Hathaway non avrebbero potuto scegliere peggio i loro ruoli, che consistono sostanzialmente in una serie di cliché narrativi, ma il peggio viene con i tre ‘caratteristi’ Diane Lane, Djimon Hounsou e Jason Clarke, che dovrebbero davvero far causa ai propri agenti, per avergli proposto ruoli simili.

La modestia della produzione non consente neppure di ritenere che l’abbiamo fatto per cachet stratosferici. Forse l’idea di girare qualche settimana alle Mauritius?

Rimane il mistero, che coinvolge anche Steven Knight, di solito ottimo scrittore, il cui ultimo progetto era stato il notevolissimo Taboo televisivo con Tom Hardy.

L’idea di rappresentare l’abominio della violenza domestica attraverso un meccanismo di scatole cinesi come Serenity, che passa dalla commedia sentimentale al noir, dal romanzo di mare all’apologo alla Truman Show, senza riuscire mai a trovare la sua legittimità, è un’operazione che non funziona mai davvero.

 

 

 

 

 

 

 

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