After Life: c’è qualcosa in fondo al tunnel

After Life ***1/2

Una moglie amatissima morta da poco, un padre malato di alzheimer ricoverato in una casa di cura, un lavoro in un giornale di una città di provincia in cui non accade mai nulla. La vita di Tony ha i colori dell’amarezza e la sua massima preferita è la seguente: “Ognuno dovrebbe avere il dovere morale di suicidarsi”. Dopo la dipartita di Lisa, a seguito di una grave malattia, la sua esistenza non ha più senso, o forse era la sola presenza di Lisa a dare senso a tutto il resto, a particolari di vita quotidiana di per sé insensati.

Ricky Gervais, re delle stand-up comedy, con After Life mette in scena un one man show ispirato e irriverente. Al centro c’è appunto Tony, giornalista costretto a condividere la sua scrivania con il pingue e vorace Lenny (l’attore Tony Way), uomo dai rotolini di grasso sul collo, e a dover ascoltare i sogni della collega Kath (l’attrice Diane Morgan), donna infelice che colleziona palle di vetro vuote. Il suo capo, Matt, è anche suo cognato. Un cognato preoccupato dalle intemperanze del parente acquisito. I fatti sono in combutta per esacerbare il carattere aspro di Tony. La Tambury Gazette si fa notare per articoli su ragazzini obesi che suonano il flauto, anzi, ben due flauti, con le narici, mitomani che scambiano macchie di muffa sulla pareti per “apparizioni” del regista Kenneth Branagh, genitori che truccano i figli neonati per farli assomigliare ad Adolf Hitler, donne salutiste convinte della bontà del proprio latte materno, tanto da utilizzarlo per creare dolci alternativi. Dolci che l’incorreggibile Lenny mangia con piacere davanti a un Tony stranito e devastato dal disgusto.

After Life è una serie che innalza un inno purissimo all’egocentrismo. Il mondo, dopo l’evento dilaniante, fa schifo e altre verità non ve ne sono. La morte di Lisa squarcia il velo di Maya sul festival di ipocrisie rappresentato dalle relazioni sociali di ogni giorno. Tony si abbandona a ciò che ognuno di noi, di fronte a imperfezioni e evidenti storture, desidererebbe fare, nominare le cose con il loro nome, a costo di sembrare sgradevolissimi. “Sono sarcastico perché altrimenti ucciderei le persone, me compreso”, dice il protagonista al suo datore di lavoro. Insomma, l’alternativa è tra la parola come purga e l’adozione della maschera. Tony non accetta compromessi e non pone argini di convenienza tra il sé violentato dal dolore e l’esterno che fluisce indifferente alle perdite e ai lutti. Ciò che lo tange ottiene, per reazione, una scudisciata di affermazioni urticanti, non gratuite o di semplice maleducazione, ma che vanno a toccare, piuttosto, i gangli del vero, quasi si trattasse di un esperimento personale di filosofia morale. Cosa è possibile dire e quanto può costare, se vogliamo essere autentici, senza pelle, liberi anche di insultare la sofferenza?

“Qualsiasi cosa, elementi e atti, concorre a ferirti. Corazzarti di sdegni, isolarti in una fortezza di disgusto, sognare indifferenze sovrumane? Gli echi del tempo ti perseguiterebbero nelle tue estreme assenze… Quando nulla può impedirti di sanguinare, le idee stesse si tingono di rosso o sconfinano come tumori le une sulle altre. Nelle farmacie non vi è alcun rimedio contro l’esistenza – solo palliativi per i fanfaroni. Ma dov’è l’antidoto alla disperazione chiara, infinitamente articolata, fiera e sicura? Tutti gli esseri sono infelici; ma quanti lo sanno? La coscienza dell’infelicità è una malattia troppo grave per figurare in un’aritmetica delle agonie o nei registri dell’incurabile. Essa sminuisce il prestigio dell’inferno e trasforma i mattatoi dei tempi in idilli. Quale peccato hai commesso per nascere, quale colpa per esistere? Il tuo dolore, al pari del tuo destino, è senza motivo. Soffrire davvero significa accettare l’invasione dei mali senza la scusa della causalità, come un favore della natura demente, come un miracolo negativo… Nella frase del Tempo gli uomini si inseriscono come le virgole, mentre tu, per arrestarlo, ti sei immobilizzato in punto”.

È un pensiero bruciante di Emil Cioran, estrapolato da Sommario di decomposizione (Adelphi, 1996), che potrebbe riassumere e suggellare lo spirito di After Life. Ricky Gervais è il punto, il perno immobile, non la banale virgola, attorno cui ruotano tutti gli altri personaggi, funzionali alla sua verve sulfurea, pungente, addolcita solo nel finale (ci torneremo dopo). Navigatissimo attore, già mattatore e autore di altre serie acclamate e premiate, The Office, o criticate per il composto di ambiguità e di crudeltà insito nel messaggio, vedi Derek, Gervais/Tony è un buco nero che risucchia tutto ciò che gli passa a tiro. After Life ha un baricentro solido, pregio e difetto insieme dell’operazione in sei episodi, molto brevi per durata. Gervais regge l’impianto sulle sue spalle, anche nella soluzione drammaturgica e nelle scelta stilistica predominante. Inquadratura fissa, programmaticamente statica, sulla sua figura, sul suo volto, sulla sua gestualità, in attesa di un’illuminazione, di una deflagrazione scortese. Sguardo, espressioni facciali e smorfie dell’attore vivono quasi di vita propria. Le parole, demoni agitati nell’aria, predatori pronti a ghermire la preda, irrompono puntualmente con la precisione del bisturi, con la tempestività di un copione provato infinite volte, eppure sempre improvvise, fulminanti, nel lacerare la quarta parete, verso di noi, spettatori gaudenti della commedia umana. Inevitabile, come sottolineato da molti commentatori, che gli altri interpreti, pure attori bravissimi, dalla sicura resa drammatica, comica e teatrale, risultino sacrificati, schiacciati dalla prestazione dell’uomo solo al comando.

Kerry Godliman, già partner di Ricky Gervais in Derek, è qui la defunta moglie Lisa, evocata attraverso i filmati che Tony guarda ogni mattina sul suo tablet. Lisa ha lasciato al marito un testamento, girato poco prima di morire. La scelta di inserire l’elemento della malattia del padre, interpretato da un David Bradley impeccabile, e con esso il tema del crollo della memoria, costituisce un limpido e didascalico parallelismo tra le situazioni di smarrimento che Tony deve affrontare, da una parte il lutto, dall’altra l’oblio. Potrà la tecnologia preservare in eterno ciò che il cervello, nel suo deterioramento fisiologico, tende a dimenticare? Gervais, in precedenti occasioni, ha sfruttato le contraddizioni che nascono dal rapporto problematico tra realtà e finzione, lavorando molto con il mockumentary,un genere che unisce il documentarismo alla fantasia, per creare mondi paralleli, fantastici eppure spacciati per reali. Gervais ha plasmato After Life a partire dalle vie, dai parchi e dai palazzi di un anonimo sobborgo londinese, trasformandone i connotati urbanistici in standard estetico, un set alla Truman Show calato nella media provincia inglese, con i personaggi, altrettanto standard, chiamati ad esternare il proprio bouquet di vizi, immancabilmente bersagliati dalla tagliente linguaccia di Tony.

Una prostituta che si definisce, con orgoglio, “professionista del sesso” (Roisin Conaty), una collega neoassunta, talentuosa ed empatica nei confronti del burbero Tony (Mandeep Dhillon), uno psicanalista fricchettone, che si addormenta mentre il suo paziente gli confida di non riuscire a superare il trauma della perdita (Paul Kaye), una vedova di mezza età che diventa una compagna di chiacchierate al cimitero (Penelope Wilton). C’è molta umanità attorno a Tony, benevolenza non di maniera, affetto scanzonato, ed è fisiologico che la parresia perda di intensità e quindi il tono si modifichi, prima di degenerare e di venire a noia. La curva raggiunge il suo apice nella decisione del protagonista di favorire la volontà di Julian (Tim Plester), tossicodipendente e spacciatore segnato da un lutto simmetrico a quello di Tony e incapace, per sua stessa ammissione, di reagire. È questo il passaggio più controverso e politically incorrect di After Life, una torsione nella drammaturgia. La serie scivola, successivamente verso un happy end rassicurante e anticipatore di future evoluzioni. La seconda stagione, sempre per Netlix, è già in cantiere.

After Life si compone anche di sequenze e immagini toccanti, protagonista il solito Tony: il ritorno, con l’inseparabile cane, presso la vasta spiaggia sull’oceano, custode, un tempo, di istanti felici con Lisa; i suicidi minacciati, atti mancati per vigliaccheria, o forse per incapacità di separarsi da una vita che ancora lo attende; il trip con l’eroina, concluso tra le braccia del fantasma della moglie. I dialoghi sono tutti da godere, a cominciare da quelli con il nipotino George. Si presti attenzione alla battuta su Gesù, che non dev’essere costata troppa fatica, nel pronunciarla, all’ateo dichiarato Ricky Gervais (tranquillizziamo: non è blasfema, o almeno non troppo). Notevole è la colonna sonora, dosata con intelligenza. Accanto a canzoni di pesi massimi del rock e del pop, Elton John, Lou Reed, Nick Cave, James Taylor, Billy Joel, David Bowie, trovano spazio anche perle della musica indie, come Youth dei britannici Daughter, tratto da If you Leave, disco d’esordio del 2013. Per non parlare delle robuste iniezioni di post-rock, da Explosions in The Sky ai Mogwai. Ma il colpo di genio è l’aver promosso ad architettura sonora le splendide musiche atmosferiche degli Hammock, duo statunitense, autori nel 2012 di un album dal titolo emblematico, Departure Songs, molto in linea con After Life…

Ha scritto Nicolás Gómez Dávila: “Il desiderio di essere se stessi mi sembra importante non tanto per il valore che ognuno possa avere, quanto per l’efficacia con la quale spazza via le imposture che nascondono le anime. La sincerità con se stessi è il portico della verità” (Notas, Edizioni Proudhon, 2016). Nel tentativo spesso riuscito di scoperchiare il clima di banalità, nelle parole e nelle liturgie, che accompagna il lutto in quest’epoca timorosa della morte, After Life fa sorridere, ridere e commuovere. È una satira sociale non scontata, un ammonimento a non cedere al male, un’esortazione a godersi i momenti felici posti in bilico sull’effimero margine del vivere, una scommessa sulla possibilità di resistere, nonostante lo squarcio che il sopravvissuto avverte nel petto. After Life è, prima di ogni altra riflessione, una parabola sul tempo, sulla sua implacabilità. E per restare nel torrente del tempo, occorre bagnarsi. Dice Tony, in chiusura: “mi sono sentito meglio solo quando era la cosa migliore da fare”. Coraggio. C’è qualcosa, in fondo al tunnel.

CONSIGLIATA A CHI: odia lavare i piatti, si lamenta sempre con il postino, ha un piano B che non realizza mai

SCONSIGLIATA A CHI: ha una casa piena di scartoffie, è rimasto scottato da un appuntamento al buio, teme le rapine e ancor di più le martellate

PERCORSI DI LETTURE E DI VISIONI PARALLELE:

Un romanzo ambientato il 2 novembre, un capolavoro della letteratura irlandese contemporanea, vincitore di premi in patria e selezionato per il Man Booker Prize: Mike McCormack, Ossa di sole, Il Saggiatore, 2018
Un film struggente sulla tanatoestetica, arte giapponese di composizione dei morti: Departures di Yōjirō Takita, premio Oscar 2009 per il Migliore Film Straniero
Il libro fotografico A Winter Journey di Nobuyoshi Araki, dedicato alla moglie (e alla sua gatta…), opera che costituisce un unicum nella storia della fotografia

TITOLO ORIGINALE: After Life
NUMERO DI EPISODI: 6
DURATA DEGLI EPISODI: tra 25 minuti e 30 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix
DATA DI USCITA: 8 Marzo 2019

UN’IMMAGINE: Tony che guarda il letto d’ospedale dove, nei giorni della malattia, era ricoverata Lisa.

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