Dolceroma

Dolceroma *

Il nuovo film di Fabio Resinaro, di solito in coppia con Fabio Guaglione, ma qui in solitaria, è tratto dal romanzo di Pino Corrias, Dormiremo da vecchi e vorrebbe essere, un po’ come Notti magiche, il ritratto della Roma cialtrona del cinema italiano, vista con gli occhi di un giovane scrittore di provincia, catapultato nella capitale, in cerca di successo facile e abbagliato dalle mille luci della notte e del sogno.

Solo che se Notti magiche di Virzì era ambientato negli anni ’90 e si affidava ai bozzetti dei grandi del passato, ormai al tramonto, per comporre un racconto in parte nostalgico e in parte velenoso e vendicativo, Resinaro sceglie tout court la strada pericolosa del grottesco, con massicce dosi d’azione, come in un film di Alex de La Iglesia.

Peccato però che nel suo film, complessivamente disastroso, slabbrato, diseguale si salvi una sola cosa, Luca Barbareschi, ovvero il villain Oscar Martello, produttore sposato per interesse, esagerato e strabordante, come solo i cinematografari romani sembrerebbero essere.

Nel film il giovane aspirante scrittore Andrea Serrano, che lavora in un obitorio, per sbarcare il lunario, pubblica un libretto da poco, mettendo assieme i racconti di un camorrista che fa sparire i cadaveri, grazie alla compiacenza del suo capo.

Casualmente la copertina del libro incuriosisce il produttore Oscar Martello, che lo chiama a Roma e gli affida il compito di scriverne un adattamento che uno sfigatissimo regista porterà sullo schermo e che un’attrice di serie tv,  amante di Martello, dovrà interpretare.

Il film ovviamente viene malissimo, ma per salvare la faccia a tutti e salvarsi dal camorrista che ha capito tutto e vuole la sua parte di fama e guadagni, Andrea finge il rapimento dell’attricetta, da parte della malavita, creando attorno al film un’aura maledetta, che dovrebbe garantirgli incassi stratosferici.

La sceneggiatura scritta da Resinaro è un sovrapporsi di generi, piena di vorrei ma non posso, di strizzate d’occhio al pubblico, di cadute di gusto e di tono e trascolora dalla commedia al thriller, con una fatica che si fa sempre più evidente nel corso dei 105 minuti di durata.

Resinaro (?) indovina una sola cosa, ovvero il personaggio larger than life di Oscar Martello, interpretato dal vero produttore del film, ovvero Luca Barbareschi, che si regala per una volta un ruolo degno della sua personalità travolgente, dove può esercitare senza tregua la sua recitazione istrionica e sopra le righe. Sempre con un sigaro in bocca, incapace di stare zitto per più di 3 secondi, il suo Oscar Martello pare sia ispirato a Valsecchi e de Laurentiis, ma ha qualcosa anche dei Briatore e dei Vacchi, personaggi che bruciano la loro vita a velocità accelerata, senza mai guardarsi indietro.

Il suo è un ruolo costruito sul cliché del produttore cafone, arricchito, intrallazzatore, moralmente dissoluto e capace di tutto. Insopportabile canaglia, come nella migliore tradizione della nostra commedia, Martello è uno che legge dei copioni solo le prime trenta pagine, che sceglie i registi per convenienza e le attrici per disponibilità, che volgarizza ogni cosa e si fida solo del suo istinto animalesco: “Ti devi suicidare, per il bene del cinema italiano” dice al suo regista dopo aver visto il film finito.

Barbareschi è indovinatissimo nel ruolo e non sembra mai esagerare o forzare, interprete naturale di una parte, che finalmente ne contenga la loquacità e la personalità sempre sopra le righe.

Purtroppo il film funziona solo quando c’è lui sullo schermo, ma allo stesso tempo ne prosciuga ogni qualità, con una forza centripeta che svuota tutto il resto.

Anche perchè al clichè del produttore fedifrago e spaccone si sommano solo altri luoghi comuni, con il regista che si pensa autore, lo sceneggiatore frustrato, l’attrice disponibile, il grande circo romano decadente, confermando così il pregiudizio più trito e consolidato sui cinematografari romani.

I due attor giovani, Lorenzo Richelmy e Valentina Bellè sono figurine sbiadite, che sembrano davvero uscire dal set di Boris, Francesco Montanari nel ruolo dell’investigatore è una macchietta più che un personaggio, Libero De Rienzo nei panni forzati di un camorrista da quattro soldi, è curiosamente fuori parte, mentre a Claudia Gerini Resinaro concede poco più che una sola scena di nudo del tutto gratuita, come neanche nelle commedie scollacciate degli anni ’70.

Resinaro, dopo il discreto successo di Mine con Armie Hammer e la produzione di Ride, sembra già essersi piegato al genere unico del cinema medio italiano, ovvero la commedia, anche se imbastardita da elementi diversi, che tuttavia non se scalfiscono la superficialità.

Roma Brucia di Venditti compare due volte nella colonna sonora, ma il film è un pasticcio scombinato, che mostra peraltro tutta la sua povertà di mezzi, proprio nel finale, che si vorrebbe apocalittico e spaventoso e che suona invece abborracciato e confuso, con un grande incendio digitale che grida vendetta e con un twist sui titoli di coda, che dovrebbe essere vietato per legge.

Incassi al lumicino. Bastava il trailer per farsi un’idea di questo Dolceroma. Purtroppo il film non la smentisce. Anzi.

 

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