Maria Regina di Scozia

 Maria Regina di Scozia **

Dopo una lunga carriera teatrale, che ha attraversato le tragedie shakespeariane come Tennessee Williams, David Mamet come Racine, Dürrenmatt e si è chiusa con un memorabile adattamento delle Relazioni Pericolose, diffuso live anche nei cinema nel gennaio 2016, la regista inglese Josie Rourke ha deciso di debuttare sul grande schermo con un adattamento curato da Beau Willimon (Le idi di marzo, House of Cards) della storia di Mary Stuart, cattolica Regina di Scozia e del suo rapporto con la cugina Elisabetta I, che regnava senza marito e senza eredi sull’Inghilterra del XVI secolo.

Mary aveva sposato il Re di Francia a 16 anni ed era rimasta vedova a 18. Ritornata nelle highland scozzesi per rivendicare il suo trono, era entrata in contrasto con la sua corte, timorosa del’influenza papale, e con la cugina Elisabetta. Le due non si erano mai viste, anche perchè Mary aveva sempre vissuto in Francia.

La corte di Elisabetta voleva evitare che le due si incontrassero da adulte, timorosa che Mary rivendicasse per sè anche il trono d’Inghilterra.

Il film della Rourke ricostruisce i rapporti tra le due, mostra soprattutto gli anni travagliati di Mary in Scozia, tra fratelli traditori, una corte ostile e un nuovo marito inglese fedifrago e desideroso di potere.

Ciò che divide e poi unisce le due cugine sarà la gravidanza di Mary, desiderio irrisolto anche di Elisabetta. Il piccolo James sarà l’erede di due troni e da lui discenderanno i regnanti che ancora oggi guidano l’Inghilterra.

Il film della Rourke si affida alla bravura straordinaria delle due interpreti, una Saoirse Ronan insolente e determinata, ribelle e romantica ed una Margot Robbie, imbruttita e col viso devastato e truccatissimo, che mostra tutte le fragilità e i timori di una regina idolatrata come Elisabetta I.

Il film però è tutto nel loro duetto a distanza, nella differenza dei caratteri, nella loro femminilità inconsueta, costretta a venire a patti col potere e con la guerra, con gli intrighi di palazzo, i tradimenti e le congiure.

Misericordiosa e scaltra Mary, malinconica e severa Elisabetta.

Nonostante, secondo gli storici, le due non si siano mai incontrate in vita, Rourke decide invece di chiudere il suo film immaginando un incontro segreto, un faccia a faccia in cui finalmente le due possono parlare senza mediatori. Intelligentemente ambientato in un capanno di campagna in cui asciugano veli e lenzuola, che si frappongono fra le due e ne ostacolano gli sguardi, la scena è l’unica vera invenzione cinematografica di un film didascalico, corretto, ma senza mai un’idea di messa in scena che rompa il flusso ordinario del montaggio alternato tra le due.

Il debutto della Rourke non è certo memorabile: sembra l’esordio di chi cerchi soprattutto di non sbagliare, limitandosi a portare sullo schermo diligentemente la sceneggiatura di Willimon, senza mai aggiungere un’idea propria al copione originale.

Un lavoro di puro servizio anche per le due interpreti che hanno modo di fare sfoggio della propria bravura, ma che non brillano come avrebbero potuto se il film avesse avuto un’anima oltre che una sontuosa e impeccabile confezione, fatta di paesaggi ancestrali, costumi meravigliosi e make-up esagerato.

Molti sono stati gli adattamenti cinematografici di questa storia: John Ford ci provò nel 1936, con Katherine Hepburn nel ruolo di Maria, quindi nel 1971 le regine erano state interpretati dalle due attrici inglesi più impegnate del periodo: Glenda Jackson e Vanessa Redgrave, che ottennero un David di Donatello speciale, oltre a 5 candidature agli Oscar e ai Golden Globes per il loro film, Maria Stuarda, Regina di Scozia.

Nel 2013 ci ha provato un regista svizzero, Thomas Imbach, adattando la biografia di Stephan Zweig.

E’ tuttavia difetto di questi ultimi tempi, spesso ripetuto, quello di scambiare il cinema per la buona televisione di una volta. Ovvero destinare al grande schermo, lavori che ben più legittimamente avrebbero trovato spazio dignitoso su quello piccolo.

Forse è l’influenza nefasta di quella che molti considerano l’era d’oro della serialità, che ha ridotto i registi a meri esecutori di una sceneggiatura già ‘perfetta’, da seguire pedissequamente.

Forse invece è la confusione che attualmente regna nell’industria cinematografica, sotto l’attacco dei giganti dello streaming, che rende difficile comprendere cosa produrre e per quale canale distributivo.

Forse ancora è la fine dell’influenza postmoderna e poi di quella del cinema della realtà, che hanno lasciato spazio a due derive ugualmente insopportabili: un cinema senza identità, che qualcuno ha inteso come un ritorno tout court alla regia invisibile, ad una medietà senza virtù, come in questo Maria Regina di Scozia, e un cinema che potremmo chiamare della post-verità che, con una certa disinvoltura narrativa, continua a sacrificare qualsiasi fedeltà storica sull’altare della sua costruzione emotiva. E qui gli esempi più recenti sembrano essere Bohemian Rhapsody e Green Book.

Soporifero.

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