Una notte di 12 anni

Una notte di 12 anni **1/2

Presentato a venezia nella sezione Orizzonti, Una notte di 12 anni racconta la lunghissima prigionia dei Tupamaros, i guerriglieri uruguaiani che avevano combattuto la deriva antidemocratica del governo del presidente Bordaberry che portò nel 1973 all’instaurazione di una dittatura civile-militare, in un paese che aveva sempre avuto una solida tradizione democratica.

La messa al bando del partito socialista, poi dei sindacati e dei movimenti di sinistra, fin dal 1967, spinsero il paese verso la guerra civile.

Una volta sconfitti, i Tupamaros furono imprigionati, torturati e tenuti in ostaggio dalla dittatura fino al ritorno alle elezioni dei 1984 alle quali seguirono amnistie per militari e combattenti, nel tentativo di pacificare un paese che voleva entrare finalmente nella modernità.

Il film di Alvaro Brechner sceglie di raccontare il lungo mortificante calvario di tre prigionieri – Rosso, Gneto e Pepe – costretti a cambiare carcere in continuazione, in celle senza letti e senza bagni, spesso nudi, sporchi, privati di tutto, persino della dignità. La tortura fisica è solo il primo passo verso una forma ben più subdola e penetrante di violenza. Ridotti a bestie, costretti a convivere con i propri escrementi e con i topi, senza poter vedere la luce del sole e le stelle del cielo, per non parlare degli altri detenuti, i tre cercano di aggrapparsi a tutto quello che hanno per non impazzire, per non arrendersi al proprio destino.

E allora bastano le parole di una guardia, le lettere scritte per un secondino, le parole rubate ad una cerimonia, la radiocronaca di una partita o le rarissime visite di madri e figlie a segnare piccoli momenti di umanità. Sono questi piccoli segni, incontri minimi, che segnano allora lo scorrere implacabile degli anni.

Gneto e Rosso, per un breve periodo in celle confinanti, si ingegnano a sperimentare un sistema di comunicazione fatti di colpi battuti sul muro, pur di non cadere nel delirio psicotico che invece coglie Pepe.

Con questi colpi cercano persino di giocare a scacchi: anche in condizioni disperate, l’umanità e l’ingegno cercano sempre un modo per emergere.

Brechner ricostruisce in tre brevi flashback anche il momento in cui i tre sono stati scoperti e catturati, senza fare sconti alla brutalità della polizia di regime e all’inedia della Croce Rossa e delle altre organizzazioni internazionali che sembrano chiudere entrambi gli occhi su quello che stava accadendo in quelle strutture isolate dal mondo.

Il suo film è un incubo che sembra lontano, ma che vuole suonare da monito, soprattutto in un sudamerica nel quale il pendolo dell’alternanza di sta spostando verso posizioni chiaramente antidemocratiche, che destano più di qualche timore.

E’ il secondo film, dopo Santiago Italia di Nanni Moretti, che ci riporta, seppure con modalità narrative completamente diverse, nell’incubo delle dittature sudamericane degli anni ’70, sulla loro ferocia disumanizzante.

Una notte di 12 anni sceglie la strada del racconto politico, incalzante, che vorrebbe parlare ad un pubblico vasto. E’ cinema civile, come si faceva negli anni ’70, classico, retorico per la sua parte.

Antonio de la Torre, interpreta Pepe, ovvero Josè Mujica, presidente dal 2010 al 2015, accanto a lui gli ancor più bravi Alfonso Tort nei panni di Gneto e Chino Darin, il figlio di Ricardo, in quelli del più giovane Rosso.

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