Hold The Dark

Hold The Dark **

Il quarto film di Jeremy Saulnier, è un nuovo racconto di vendetta e di sopravvivenza, ed è il primo di cui non ha scritto la sceneggiatura personalmente.

La storia è tratta da un romanzo di William Giraldi, che il suo attore feticcio, Macon Blair – a sua volta regista e sceneggiatore – ha adattato per lui, trovandolo affine alla sua poetica.

Netflix ha assicurato a Saulnier mezzi decisamente superiori a quelli avuti nei suoi primi tre lungometraggi ed un cast indie di primissimo livello, guidato da Jeffrey Wright, Riley Keogh e Alexander Skarsgaard.

Stati Uniti, 2004. Nella piccola comunità di Keelut in Alaska, i lupi hanno rapito e trucidato due bambini. Quando un terzo ragazzino scompare, la madre Medora invia un’accorata lettera d’aiuto a Russell Core, un anziano naturalista, ora in pensione, che ha scritto un famoso libro sui lupi.

Core, incuriosito dalla richiesta e spinto anche da motivi personali, raggiunge il piccolo villaggio di Keelut, dove vive una comunità di nativiamericani piuttosto ostile e diffidente. Il marito di Medora è in medioriente a combattere una guerra senza senso ed ancora non sa della scomparsa.

Pian piano però Core si accorge che le cose sono diverse da come le aveva immaginate: tradizione, onore, comunità e una violenza ancestrale e belluina sono gli unici valori che contano.

Immerso in una natura ostile e indifferente, il racconto di Saulnier promette brividi che non arrivano mai. Chiuso nel suo microcosmo inaccessibile, il racconto vorrebbe aprirsi all’esterno grazie alla figura di Core, narratore esterno, catapultato in una realtà ferina che alla fine assomiglia a quella a cui ha dedicato i suoi studi.

Uomini e lupi si guardano da vicino, si dividono il territorio, si temono e si studiano e pian piano si rispecchiano e si trovano somiglianti.

La sceneggiatura di Blair rimane volutamente oscura, i dialoghi sono sempre così solenni e i personaggi così ieratici che si attende sempre il manifestarsi di una forza più grande che in realtà non arriva mai. Forse è solo il condizionamento della cultura, della tradizione, ma il film fatica a raccontarla, lasciandola sempre per assunta. Non bastano due maschere di legno, indossate dai protagonisti, per giustificare l’insensatezza delle loro azioni.

Saulnier dopo il crudo e disperato Blue Ruin e il divertito splatter Green Room qui sembra non aver molto da dire e non basta la costruzione di un’atmosfera a fare un buon film. Neppure aiuta l’immersione nel paesaggio che alla fine è solo uno sfondo e nulla di più che non dialoga quasi mai con i personaggi, se non nella sua parte animale. Ma anche quella suggestione è così sottile da perdersi lungo il percorso.

Completamente sprecato anche il pregevole cast, impegnato a recitare, per lo più, dialoghi catatonici e ad aggirarsi con sguardo perso e contrito sul set innevato.

Spiace sottolinearlo, ma questo è l’ennesimo film Netflix della stagione, che sembra nato da buone intenzioni e naufragato completamente nella supponenza, nella cattiva scrittura, nella superficialità della produzione.

Come se bastasse una firma e una sinossi interessante per dare il via libera a progetti che poi rivelano gambe cortissime.

L’unica vera eccezione ci è sembrato Roma di Cuaron, che pure è approdato a Netflix solo alla fine della sua produzione e non fa testo.

Per ora passiamo di delusione in delusione, sperando che di errore in errore, qualcosa di buono possa alla fine arrivare: anche perchè sullo sfondo c’è sempre The Irishman di Martin Scorsese. Sbagliare anche quello sarebbe imperdonabile.

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