Il giovane Karl Marx

Il giovane Karl Marx **1/2

Il nuovo film del regista haitiano Raul Peck, dopo il bellissimo documentario I’m not you negro, tratto dalle riflessioni di James Baldwin sugli attivisti per i diritti civili Malcolm X, Martin Luther King e Medgar Evers, è dedicato a Marx ed Engels e copre il quinquennio che separa il loro primo fecondo incontro, a casa dell’editore Arnold Ruge a Parigi, dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, che precede le rivolte europee e i moti del 1848.

Marx era figlio di un ebreo convertito di Trier, aveva sposato una nobile, Jenny von Westphalen, ma aveva abbandonato la Prussia, dopo che i suoi scritti radicali avevano suscitato scalpore e polemiche.

A Parigi le costanti difficoltà economiche e l’amicizia con Prudhon lo spingono verso la Lega dei Giusti.

Ma è l’incontro con il ricco borghese Frederich Engels, figlio di un imprenditore tedesco che possedeva una serie di filande in Germania e in Inghilterra, che segna indelebilmente non solo l’attività di Marx come scrittore e filosofo, ma anche la sua vita personale, grazie al sostegno materiale, che Engels gli garantirà fino alla fine.

I due cercano di dare un fondamento scientifico ed economico al nascente movimento operaio. Se all’inizio i due erano giovani hegeliani, mano a mano si allontanano dal pensiero del grande filosofo tedesco e mettono in discussione anche il loro mentore Prudhon e gli altri leader della lega dei giusti, formalizzando a poco a poco, con sempre maggiore chiarezza, quello che sarebbe diventato il materialismo storico, strutturandolo come una vera e propria dottrina filosofica e politica.

La loro battaglia culmina nel congresso di Londra del 1847, quando propongono di cambiare nome e motto alla lega. L’originale umanista Tutti gli uomini sono fratelli, diventa il celeberrimo motto di classe Proletari di tutti i paesi, unitevi! e l’organizzazione si trasforma a tutti gli effetti nella Lega dei Comunisti, che affida ai due la formalizzazione semplice e immediata di un programma politico, che ne definisca scopi e obiettivi.

Il film di Raoul Peck è una biografia piuttosto tradizionale dei due giovani protagonisti, delimitata cronologicamente e lineare nel racconto.

Ricostruire in un film la complessità del pensiero e della filosofia marxista sarebbe stato impossibile o superficiale. Il regista allora si sofferma allora sul rapporto personale tra i due pensatori, sulla dimensione umana di un rapporto intellettuale così fecondo.

E li ritrae giovani, pieni di dubbi, chiamati a sacrificare le proprie famiglie, il proprio rango sociale, in controtendenza rispetto all’immagine trasmessaci dalla storiografia ufficiale, con i due pensatori austeri, ormai anziani e barbuti.

Quando i due si confrontano e mettono a punto la loro filosofia sono poco più che ragazzi: il film di peck ce li racconta animati dalle migliori intenzioni, ma polemici, radicali, sfrontati, litigiosi, pronti a tutto pur di affermare il valore delle loro idee e per piegarle concretamente al piano della realtà del loro tempo.

E’ interessante come il lavoro di Peck cerchi di mostrare la fatica del pensiero e la sua capacità di farsi prima parola scritta e quindi linguaggio orale, capace di arrivare dalle stanze chiuse dove si è prodotto, sino alle fabbriche e alle strade dove altri lo accolgono.

E’ curioso tuttavia che si tratti di due personaggi che il cinema ha indagato assai poco, in ragione dell’importanza storico-filosofica del loro pensiero politico.

Se i rapporti tra Marx ed il cinema infatti risalgono agli albori della settima arte, in realtà gli espressionisti tedeschi, pur familiari con il lavoro del filosofo di Trier, non si occuperanno mai esplicitamente delle sue opere, lasciando, dopo la guerra alla Russia i primi cortometraggi e i lavori di propaganda del loro pensiero.

Anche Ejzenstein nel 1930 pensava ad un libro da Il capitale, ma non riuscì mai a portarlo a termine, nel secondo dopoguerra il mondo diviso in due dalla cortina di ferro, pur influenzato dal comunismo e dal socialismo utilizza Marx più come un feticcio pop, che per il suo lavoro filosofico.

Il giovane Karl Marx viene quindi a colmare una lacuna e lo fa con i modi semplici del biopic, affidandosi al bravo August Diehl (Bastardi senza gloria, Radegund) ed a Stefan Konarske per i ruoli principali. Si segnalano, ancor di più, le donne: la lussemburghese, Vicky Krieps, già straordinaria in Il filo nascosto, nei panni di Jenny l’aristocratica moglie di Marx e l’inglese Hannah Steele, nei panni di Mary Burns, l’operaia rossa, moglie di Engels.

Se Peck è un haitiano cosmopolita, che ha studiato a Berlino è vissuto in Congo ed è ora presidente de La Fémis, una delle più importanti scuole di cinema di tutto il mondo, le radici del film sono saldamente europee e francesi: la sceneggiatura è firmata da Pascal Bonitzer, mentre Robert Guediguian è il produttore.

Pedagogico nei suoi intenti e nella linearità della sua confezione, privo di asprezze e di lati oscuri, come si deve a queste biografie d’autore, sempre un po’ agiografiche, Il giovane Karl Marx ha il pregio di raccontare lo slancio romantico e ideale dei suoi protagonisti, ancora giovanissimi in quegli anni di formazione, e di accompagnare i loro umanissimo percorso, con le immagini delle fabbriche e delle officine dell’Ottocento in cui persino i bambini svolgevano un ruolo ritenuto allora essenziale e imprescindibile.

Tuttavia Peck non calca mai la mano e preferisce mostrare come il lavoro di Marx ed Engels abbia fatto uscire il movimento operaio dalla sua infanzia, per ancorarlo ad una riflessione filosofica ed economica assai più matura, radicale e complessa.

Sui titoli di coda finali, in modo indubbiamente efficace e discutibile in pari misura, Like a Rolling Stone di Bob Dylan accompagna le immagini più forti dell’ultimo secolo, dalle trincee di guerra a JFK, dal Vietnam ai carri armati in Ungheria, dalle bombe sganciate dai caccia ad Occupy Wall Street: cento anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, con l’Europa e gli Stati Uniti scossi da sentimenti egoistici e disgregatori, Peck ci vuole forse raccontare che la lotta non é mai finita, la strada da percorrere è ancora molto lunga.

Verissimo, sì, ma forse con una sottolineatura di troppo, in un film che non ne aveva alcun bisogno.

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