The Silent Man

The Silent Man **

Terzo film del giornalista e scrittore Peter Landesman, dopo l’inutile Parkland sull’omicidio Kennedy ed il più interessante Zona d’ombra, sull’insabbiamento dei casi di malattie degenerative nella NFL, questo The Silent Man racconta la storia di Mark Felt, agente dell’FBI dal 1942, fino a raggiungere il ruolo di associate director dal 1972, proprio negli anni del Watergate e della morte di Hoover, il leggendario fondatore e padre padrone del Bureau.

Il titolo italiano è del tutto fuorviante, perchè se c’è una cosa che Felt non fa, nel corso del film, è restare in silenzio.

The Silent Man racconta come Felt, integerrimo funzionario, custode dei segreti dell’agenzia e dei suoi metodi poco ortodossi, ma fedele al suo mandato, alla morte di Hoover abbia compreso che l’invadenza del presidente Nixon sull’autonomia dell’FBI era preordinata non solo ad affermare il suo potere d’influenza, ma a coprire qualcosa di più decisivo e imbarazzante.

Il film si apre con l’effrazione al Watergate, il palazzo dove aveva sede il Comitato Nazionale dei Democratici, da parte di un piccolo gruppo di ‘professionisti’ della stessa FBI e della CIA, guidati da Howard Hunt.

Hoover però muore improvvisamente e il presidente Nixon invia alla guida provvisoria del bureau un suo uomo, Pat Grey, esterno alla gerarchia dell’agenzia. Felt, che si attendeva la promozione, si occupa di far sparire innanzitutto l’archivio segreto e confidenziale di Hoover, quindi di evitare che le ingerenze della Casa Bianca siano d’intralcio alle indagini sul Watergate.

E’ una sorta di guerriglia a bassa intensità quella che si combatte tra gli uffici di Washington, fino a che gli uomini del presidente non riesco a mettere la sordina al caso.

Ed è proprio a questo punto che Felt decide di mettere a rischio la sua carriera e i suoi principi, raccontando a Bob Woodward del Post e a Sandy Smith del Time i segreti dell’indagine sul Watergate, indirizzando la libera stampa verso l’inquilino della West Wing.

Il film è punteggiato anche da alcuni digressioni personali e familiari di Felt, alla ricerca della figlia Joan, contestatrice e radicale, scappata di casa senza lasciare indizi di sè.

Landesman, come al solito, non è particolarmente sottile nella sua ricostruzione storica: scelta una parte, scelto un punto di vista, tutto il film ne è la immediata conseguenza.

Felt pur avendo lavorato fianco a fianco del discusso e potentissimo Hoover, per trent’anni esatti, è una sorta di cavaliere bianco, rimasto senza macchia e senza paura.

Solo negli sporadici contrasti con l’ex collega Sullivan, il film sembra accreditare l’idea che il Bureau abbia lavato anche molti panni sporchi, in modo molto discutibile.

The Silent Man finisce per essere così più il racconto dell’efficienza e dell’autonomia dell’agenzia di fronte al potere e non, com’era prevedibile, la riflessione su un uomo, che mette a repentaglio la sua carriera, per affermare un principio all’interno di un sistema largamente corrotto.

Paradossalmente il film sembra dare ragione al politologo George Friedman quando scrive che “The Washington Post created a morality play about an out-of-control government brought to heel by two young, enterprising journalists and a courageous newspaper. That simply wasn’t what happened. Instead, it was about the FBI using The Washington Post to leak information to destroy the president, and The Washington Post willingly serving as the conduit for that information while withholding an essential dimension of the story by concealing Deep Throat’s identity.

Il protagonista non è tanto Felt, whistleblower ante litteram, il famigerato ‘gola profonda’ citato negli articoli di Woodward & Bernstein, quanto l’FBI nel suo complesso, capace di resistere alle interferenze della politica e di determinare le dimissioni di un Presidente, sia pure impegnato in attività di spionaggio e sabotaggio dei suoi avversari politici.

E’una prospettiva tutto sommato inedita, sostanzialmente conservatrice come tutto il lavoro cinematografico di Landesman, ma non per questo meno legittima e interessante.

Quello che funziona meno in The Silent Man è la parte familiare, decisamente debole, anche perchè sembra avere un ruolo del tutto funzionale a mostrare come gli errori di Felt e la sua condanna nel 1980, in merito alle operazioni illegali contro i gruppi radicali come i Weather Underground, avessero quantomeno una giustificazione psicologica.

Liam Neeson si ritaglia un altro di quei ruoli che Welles avrebbe chiamato da ‘attore eroico‘: il suo Mark Felt è tutto d’un pezzo, integerrimo e impenetrabile, deciso a mettere gli interessi dell’agenzia avanti a tutto.

La realtà forse era un po’ più complessa e l’idealismo di Felt non così limpido e disinteressato. Ma questi sono argomenti che non contano di fronte ad un film netto e senza sfumature come The Silent Man.

E’ un cinema vecchio, sempre troppo convito di essere nel giusto, a tesi, capace di intrattenere con la forza di una confezione impeccabile, ma troppo confortevole, incapace di seminare dubbi e sfidare il suo pubblico.

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