Il ritorno di Homeland. Giorni difficili per l’America

Se siete tra coloro che collocano le serie tv nella categoria del puro intrattenimento fine a se stesso, o che credono ad una linea di confine netta tra realtà e finzione, Homeland è forse il prodotto televisivo che, più di altri, può smentirvi. Circa due anni fa Alex Gansa, showrunner della serie giunta proprio in questi giorni alla sua settima stagione, ha rivelato l’esistenza di uno strettissimo legame tra il gruppo che sovrintende alla scrittura e alla realizzazione di Homeland e alcuni dirigenti della CIA, in attività o in pensione. Annualmente, prima di mettere mano allo script delle puntate, Gansa e i suoi collaboratori volano a Washington D.C. per partecipare ad incontri riservatissimi con esperti di controspionaggio, ex direttori dell’Agenzia, funzionari del Dipartimento di Stato, “gole profonde” appartenenti ai servizi segreti. Una full immersion che dura tra i tre e i cinque giorni, finalizzata ad un aggiorrnamento sui maggiori rischi che corre l’America, dal terrorismo internazionale agli attentati sul suolo patrio, dalle infiltrazioni di hacker al furto di segreti industriali. Circolano anche storie sul fascino esercitato da Homeland sugli uomini di potere convenuti al tavolo, In molti casi, ammettono, la serie ha dimostrato preveggenza e capacità di analisi perfino superiori alle loro valutazioni.

Chi non conosce Homeland, modellata su un soggetto israeliano (Hatufim di Gideon Raff), si perde una serie televisiva, ultrapremiata, che si è inserita, talvolta suo malgrado, nel dibattito pubblico mondiale sul tema della sicurezza. Si può considerare Homeland come il riflesso adrenalinico dell’America degli anni Dieci del Ventunesimo secolo, gli USA della presidenza Obama, dei tentennamenti in politica estera, del peso crescente delle agenzie governative nella pianificazione di strategie preventive di controllo, della diffusione dei droni, delle operazioni militari “chirurgiche”, del sentimento di assedio, che attanaglia la Grande Potenza ora caduta in braccio a Trump, delle fake news, dei rapporti complicati tra CIA e Casa Bianca e delle lotte intestine alla stessa CIA.

La sinistra bellezza di Homeland sta nel suo essere contemporaneamente attuale e inattuale, profetica e riepilogativa, fedele al vero e sottilmente distopica. A questo proposito, gli aficionados ricorderanno senz’altro una puntata, tra le più traumatiche di sempre, andata in onda nel novembre 2015, subito dopo il cieco orrore che inghiottì Parigi. La sigla iniziale era preceduta dal seguente cartello, in bianco su fondo nero: alla luce di questi tragici eventi, ricordiamo al pubblico che Homeland propone contenuti che qualcuno potrebbe considerare sconvolgenti. La quinta serie girava infatti attorno al tentativo della CIA, riuscito, di sventare un imminente attentato mediante gas letale a Berlino, da parte di estremisti islamici. Il plot era stato pensato un anno prima del massacro del Bataclan. Un esempio di come il prodotto di Alex Gansa, trasmesso dal canale Showtime, sia in grado di filtrare il disagio del nostro tempo e di restituircelo con un surplus di angoscia. Ci viene proposto il travaglio esistenziale di uomini e donne spediti nel tritacarne della Storia e gravati da un carico di responsabilità sostenibile con estrema fatica. Eroi e carnefici silenziosi, che trasmettono allo spettatore la loro personale cognizione del dolore. L’oggetto del racconto è la presenza del male nella società, un male distruttivo, multiforme, intollerabile e comunque necessario affinché il potere consolidi se stesso, assioma valido anche quando il pericolo è soltanto un fantasma, un’ombra, un sospetto non confermato.

Carrie Mathison, inizialmente agente della CIA, poi espulsa, è senza alcun dubbio la protagonista principale di Homeland, un’icona entrata a pieno titolo nell’immaginario degli appassionati di serie tv. Carrie, interpretata dalla carismatica e biondissima Claire Danes (attrice e anche produttrice esecutiva), è geniale, intuitiva, intelligente in misura proporzionale alla sua pazzesca debolezza. Guardando Homeland è impossibile non chiedersi dove passi, in politica, la distinzione tra norma ed eccezione. Gli sceneggiatori non potevano avere un’idea più brillante: proprio lei, Carrie, personaggio-cardine, è affetta da sindrome bipolare e quindi costretta ad assumere farmaci regolatori dell’umore (litio), una metafora nemmeno troppo velata della filosofia sottesa ai servizi segreti, enti che si muovono lungo una rischiosa linea d’ombra. Per Carrie il pozzo nero della malattia è lo specchio oltre il quale i fatti si concatenano in una logica comprensibile. Ed è forse questo l’aspetto perturbante di Homeland: il perseguimento degli ideali di giustizia e il disagio mentale convergono verso un unico punto chiarificatore. Ne consegue che la verità è l’altra faccia della medaglia di uno stato di alterazione. Tuttavia, arrivata in fondo, ecco dipanarsi davanti a Carrie la visione degli arcana imperii. Lei, depressa, ci rende partecipi del caos primordiale del potere, il magma vischioso che solo una decisione solidifica in autentica certezza.

Homeland ha attraversato almeno tre fasi di sviluppo. Nella prima, la serie fabbrica il suo mito, sugellato dall’incontro tra Carrie Mathison e Nicolas Brody, il marine reduce dall’Iraq, convertitosi alle tesi dell’Islam radicale, di cui la bionda agente si innamora. A seguito della relazione i due hanno una figlia, Frannie. I capelli rossi della bambina sono un richiamo cromatico alla macchia del “peccato originale”. Brody muore impiccato in Iran, al termine di una missione suicida per conto di Saul, il barbuto capo di Carrie interpretato dal carismatico Mandy Patinkin, ebreo non sionista. Saul lo recluta per valutare la sua rinnovata fedeltà agli Stati Uniti. Qui, però, sta l’inghippo. Brody è un nemico dei valori occidentali, oppure la sua ribellione nasconde uno scomodissimo grumo di sensatezza? Le crudeltà di cui i suoi compatrioti si sono macchiati sui fronti di guerra lo fanno dubitare che l’America sia ancora la nazione delle libertà civili e la madre dei diritti umani. Gli omicidi mirati, vanto dell’Intelligence, producono “sgradevoli” effetti collaterali: la morte di innocenti, la distruzione di città. Chi si è allontanato dai principi costituzionali, lui o gli eserciti invasori? Il leitmotif delle prime tre stagioni, in estremi sintesi, è questo. Quanto basta, per fare subito di Homeland una pietra dello scandalo tra le serie tv.

La seconda vita di Homeland è tutta protesa fuori dai confini americani. Carrie va in missione a Islamabad, Pakistan, dove coordina le missioni per l’Agenzia. La quarta stagione rischia di causare un patatrac diplomatico. Per capirne la gravità, è opportuno riportare le dichiarazioni di alti funzionari dell’ambasciata pachistana a Washington: “Denigrare un paese che è uno stretto partner ed alleato degli Stati Uniti, è negativo non solo per gli interessi di sicurezza nazionale americani ma anche del popolo americano”; “Le continue insinuazioni che l’Intelligence pachistana sia complice nel proteggere i terroristi alle spese dei civili innocenti non solo è assurda ma è anche un insulto al sacrificio delle migliaia di militari pachistani caduti nella lotta al terrorismo“; “Islamabad è una città tranquilla e pittoresca con belle montagne e molto verde, in Homeland viene presentata come un inferno pauroso, una zona di guerra dove vi sono sparatorie ed esplosioni e corpi ovunque. Nulla più lontano dal vero”. (fonte: articolo de Il Giornale a firma di Franco Rame, 27 Dicembre 2014). Ciò che colpisce, in Homeland, è la volontà di levare le maschere ad amici e nemici. Visto da destra o da sinistra, il messaggio della serie appare come un poco tranquillizzante invito a non fidarsi di nessuno. La sicurezza nazionale è materia incandescente, e chiunque la manipoli sa di poter sbagliare. Il margine di errore è talmente elevato che un’operazione di “polizia internazionale”, checché ne dicano i fautori della guerra intelligente, non rientra tra i canoni della scienza esatta e somiglia, anzi, ad un tentativo alchemico di trasformare il male in bene, salvo ottenere, spesso, un male aggiuntivo.

Dopo la parentesi berlinese, Homeland torna a casa. Sesta stagione: l’amministrazione Obama è agli sgoccioli. Gli sceneggiatori scommettono, come molti di noi all’epoca, che il successore sarà una donna, Hillary Clinton. E invece, dal cilindro spunta Donald Trump. Troppo tardi per rimediare. Nella serie è Elizabeth Keane (interpretata da Elizabeth Marvel, già candidata alla Presidenza in House of Cards!) a occupare lo Studio Ovale, ma, ancora una volta, Alex Gansa e soci calano l’asso. La caratterizzazione del nuovo inquilino della Casa Bianca sfugge a facili cliché. Madam President benchè di tendenza democratica, è dura, machiavellica, determinata e, quando il ruvido hater O’Keefe, dal pulpito del suo canale televisivo, cerca di mettere in piedi una storia falsa sul conto del figlio della Keane, morto in guerra, manipolando immagini e testimonianze, non esita a rispondere colpo su colpo. Dietro la macchinazione, nessuna sorpresa, ci sono i vertici della Sicurezza Nazionale, cellule deviate capeggiate dal mefistofelico Dar Adal (splendidamente impersonato da F.Murray Abraham). Finché l’ultima puntata della season six, già dal titolo (America First) sposta l’asticella più in alto. Sopravvissuta a un attentato, la Presidente Keane scatena una reazione segnata da un’ondata di arresti eccellenti che esorbita dalle sue competenze, una sfida alle regole dello Stato di diritto. In parole povere, gli USA di Homeland prefigurano una svolta alla Erdogan in salsa femminile. E Carrie che fine ha fatto?

Carrie si barcamena tra consulenze per studi legali impegnati nella difesa degli immigrati e abboccamenti con il mondo che frequentava prima. Le due puntate della settima stagione finora trasmesse mostrano una nazione ostile verso la Presidente Keane, in cui si moltiplicano segnali di insofferenza verso il potere centrale, sostenuti da deliri cospirazionisti e drammatizzati dalla diffusione di ronde di cittadini armati. O’Keefe viene equiparato ad un terrorista e Saul Berenson viene scarcerato con un atto di grazia perché si occupi della sua neutralizzazione. Mancherà, purtroppo, il tragico Peter Quinn (Rupert Friend), caduto sul campo per difendere Madam President dalla tempesta di fuoco esplosa dagli assalitori. Innamorato di Carrie, leale, professionale e jellatissimo, nel corso degli anni la personalità di Peter Quinn è cresciuta molto. Lo sfortunato agente si meriterebbe uno spin-off retrospettivo tutto suo. Tornato dalla Siria all’inizio della season five, interrogato dai capi dell’Intelligence sulla situazione di Raqqa allora in mano all’ISIS, rispose: “L’unica soluzione è raderla al suolo e farne un parcheggio”. Ci piace ricordarlo così.

In Italia Homeland 7 andrà in onda in primavera, sul canale satellitare FOX.

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