Eric Clapton: Life in 12 bars

Eric Clapton: Life in 12 bars **1/2

Il documentario, che Lili Fini Zanuck ha dedicato a Eric Clapton, è il racconto malinconico e amaro di un sopravvissuto.

Sopravvissuto al successo travolgente, ai suoi compagni di strada, alle sue passioni e alle sue dipendenze, alla perdita più grande, che un padre possa immaginare.

In Life in 12 bars l’accento è proprio sulla vita, incredibile e dolorosa, di un ragazzino, figlio della guerra.

Le storie del rock sono spesso incredibili, quella di Clapton è una delle più suggestive.

Chi si aspetti di risentire Cocaine o Wonderful Tonight, Let it Grow, After Midnight, Old Love o anche solo Sunshine of your love o White Room, resterà deluso. Siamo lontani dalle agiografie nostalgiche e piene di musica, che sono fiorite in questi anni sugli eroi del rock. Persino la celeberrima Layla è scomposta, destrutturata, fatta a pezzi, per rintracciarne le fonti e comprendere quanto decisivo fu l’apporto di Duane Allman al suo riff immortale.

Clapton è nato nella campagna inglese, a Ripley, nel 1945, da un soldato canadese e una giovane quindicenne del posto che, all’onta di crescerlo da sola, in un piccolo paese di provincia, preferisce la fuga in Canada, lasciandolo solo, con i nonni materni.

L’inganno accompagna tutta l’infanzia di Eric. Ma quando le bugie finiscono, la consapevolezza di essere stato abbandonato e respinto, anche dalla madre, è la molla che lo spinge a rifugiarsi in quella musica blues, scoperta in un programma per bambini alla radio, e poi esplorata nel corso di tutta la sua adolescenza.

Il piccolo Clapton non poteva sapere che il blues era la musica dei neri, delle piantagioni, dei patti col diavolo e della fatica e della malinconia di vivere. Per lui era semplicemente un modo di tenere a bada i suoi demoni.

Solo più tardi, nella Londra degli anni ’60, capisce che qualcun altro suona la sua musica. Il blues è ancora una piccolissima nicchia, si può ascoltare solo nei club al giovedì sera, ma, grazie a quelle serate, conosce Jagger e Richards, si unisce agli Yardbirds e arriva a suonare nello speciale di natale dei Beatles del 1964.

Il film è ricchissimo di particolari inediti, di immagini e testimonianze, che raccontano una storia unica, bruciante, come erano quegli anni decisivi. Difficile riassumerlo in poche righe. Gli episodi sono pressochè infiniti. Forse troppi.

Nella seconda metà degli anni ’60, la fama del ragazzo di Ripley è ormai una frenesia, che attraversa l’Inghilterra: ha solo vent’anni, ma sui muri di Londra appaiono i graffiti “Clapton is God”.

Con Ginger Baker e Jack Bruce fonda i Cream, un power trio di virtuosi, pirotecnico, capace di influenzare un’intera generazione, come ricorda Roger Waters nel documentario. Lo stesso Jimi Hendrix, ancora sconosciuto, si trasferisce a Londra per conoscerlo e proprio in Inghilterra, con gli Experience, scrive pagine di fuoco della storia del rock.

Clapton è all’apice del successo. I Cream, prodotti dal mitico Ahmet Ertegun della Atlantic Records, sono in tour per trecento date all’anno.

Quel ritmo è però insostenibile: Bruce e Baker litigano in continuazione e allora Clapton fugge un’altra volta.

Nel frattempo si è innamorato perdutamente di Pattie Boyd, la moglie di George Harrison dei Beatles, uno dei suoi migliori amici.

Ispirandosi al poema indiano Layla and Majnun, ai Criteria Studios di Miami decide di scrivere un intero album per Pattie. Una sorta di grande, struggente dichiarazione d’amore.

Le vendite vanno male, anche il suo album da solista arranca. Jimi Hendrix se n’è andato, così come l’amatissimo nonno. Clapton si rifugia nella grande magione acquistata nel Surrey e sprofonda nel buco nero dell’eroina.

L’istinto di morte ha la meglio persino sulla sua musica. Per quasi tre anni non tiene più concerti o incide dischi. Poi la dipendenza dall’eroina lascia il posto a quella dall’alcol, non meno distruttiva.

La sua carriera riprende, i dischi si susseguono, ma sul palco non è più lui. Spesso arriva in scena con il bicchiere in mano, insulta il pubblico e la sua band, pronuncia frasi razziste, lui che è stato l’ambasciatore della musica dei neri, per un’intera generazione. Le sue performance sono sempre più deprimenti.

E’ significativo che, in Life in 12 bars lo spazio dedicato agli anni ’70 e ’80 sia ridotto ad una semplice slide con le copertine di quei dischi, che Eric dichiara di non riuscire più ad ascoltare, per non ricordarsi di quanto era ubriaco, durante le sessions.

Il finale di partita gli riserva tuttavia una seconda possibilità, che si chiama Conor, il figlio avuto con Lori del Santo nel 1986, ma il destino ha in serbo per lui, la più crudele delle tragedie.

Ancora una volta torna a chiudersi nella sua villa nel Surrey, questa volta però la sua unica compagna è una piccola chitarra classica spagnola, su cui riversa il dolore insostenibile di quelle settimane.

Nasce così Tears in Heaven, ripresa nel memorabile concerto Unplugged per MTV: è l’unica canzone che ascoltiamo davvero per intero in Life in 12 bars.

Poi restano solo le immagini del trionfo dei Grammy, della sua nuova famiglia, delle sue quattro figlie e della moglie Melia, del suo centro di Antigua per combattere le dipendenze e l’epigrafe finale, nelle parole indimenticabili di B.B.King, dal palco del suo festival Crossroads.

Il film della Zanuck è crudo, diretto, secco come sa essere solo un inglese. Lontanissimo da ogni possibile celebrazione, il film si giova di una ricerca iconografica e videografica prodigiosa. Centinaia i filmati d’archivio, le foto, i nastri, le registrazioni di un tempo lontano, in cui non c’era un telefonino sempre carico, ad esaudire ogni desiderio di immortalare il tempo.

Eppure il film è ricchissimo di testimonianze. Non ci sono voci off che guidano e non ci sono neppure immagini recenti. Il racconto è affidato al coro di tutti coloro che hanno attraversato la vita di Clapton e alle immagini recuperate per l’occasione. Un paio di volte, il flusso cronologico si interrompe e si riavvolge.

Solo nell’ultima parte la retorica del rehab, della rinascita, si fa largo, sia pur timidamente: d’altronde era inevitabile, la storia di Clapton è una storia tragica, con un lieto fine talmente inaspettato e sorprendente, da poter essere raccontato solo in quel modo.

Non saprei dire se il film piacerà ai fans. Come detto, il racconto musicale si interrompe nel 1970. E’ invece il racconto umano ad essere centrale, con le sue miserie, le sue infedeltà, le sue cadute.

Quelle appunto di un sopravvissuto, che, come Ismaele, nel capolavoro di Melville, ha il compito di raccontare, ancora una volta, la sua leggenda.

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