Lore: il podcast seriale che spiega il Male

Aaron Mahnke, prima di diventare l’inventore di Lore, era un designer grafico freelance americano che si dilettava nella scrittura di thriller a sfondo soprannaturale. La sua passione era la storia locale, in particolar modo le leggende ed il folklore della regione del New England, dove risiede tuttora. La sua fiction, nata con lo scopo di narrare le origini dell’orrore e dell’eccentrico, necessitava di una base solida, di fatti e di vicende realmente accadute. Per Aaron Mahnke l’elemento umano è, da sempre, l’aspetto più importante, la radice della comprensione. L’enorme mole di notizie, dati e informazioni raccolte, spesso inutilizzate, presto lo ha messo davanti a un bivio: cestinare il superfluo o valutare nuove possibilità di elaborazione e diffusione? Nel 2015, la scelta di adottare il podcast.

In Italia siamo abituati a considerare i podcast come semplici registrazioni audio di trasmissioni radiofoniche, poi catalogate su un’unica piattaforma web e messe a disposizione degli utenti per ascolti in rete o download legale. Negli Stati Uniti è invece molto diffuso il cosiddetto podcast native: puntate a tema, appositamente registrate per divulgare un argomento o per narrare storie in precedenza inedite. Se andate sul sito http://www.lorepodcast.com troverete oltre 70 puntate di Lore, ascoltabili in streaming e scaricabili liberamente. La voce narrante è quella dello stesso Mahnke. Per farla breve, il successo di Lore è stato enorme. Ogni mese cinque milioni di persone scaricano gli episodi, pubblicati a cadenza bisettimanale. Poche settimane di programmazione, e la vita del designer nato in Illinois è cambiata. Gli introiti pubblicitari sono stati talmente alti da permettergli di abbandonare il lavoro precedente. Sono arrivati i premi, “iTunes Best of Award” nel 2015 e “Best History Podcast” nel 2016. E poi è arrivata Amazon.

Amazon Video ha fiutato l’affare e ha comprato i diritti di Lore per farne una serie con attori in carne e ossa. L’operazione costituisce un unicum: dal podcast audio alla serialità televisiva nella formula dei palinsesti video-on-demand. Il colosso di Jeff Bezos ha preso molto sul serio la trasposizione di Lore sullo schermo, tanto da mettere sotto contratto nientemeno che Gale Anne Hurd, già produttrice di The Walking Dead, alle redini dell’intero progetto. Aaron Mahnke ha acquisito il ruolo di produttore esecutivo. Come se non bastasse, la sceneggiatura è stata affidata a Glen Morgan, proveniente dalla nidiata di autori di X-Files. Per il momento, Amazon ha sfornato sei episodi, trasmessi ad ottobre negli USA e tradotti in italiano nel mese di dicembre.

Lore non si sottrae a interrogativi filosofici. Nel primo episodio, corrispondente al podcast di esordio e intitolato con ironia They made a tonic, ci si chiede se sia possibile trovare un confine indiscutibile e assoluto tra la vita e la morte. Questa domanda è la porta di accesso per la storia ambientata a Exeter, Rhode Island, alla fine dell’Ottocento. La popolazione locale, flagellata dalla tisi, associa la malattia al triste destino di alcune persone seppellite dopo aver contratto la malattia, ma non completamente decedute. Sono loro ad agitarsi nelle tombe, a muoversi di soppiatto nella notte e ad appestare i buoni cristiani? Una soluzione è quella suggerita dalle credenze popolari: disseppellire il corpo e verificare che le carni siano decomposte. Se così non è, significa che l’anima è imprigionata nel cuore. Allora l’unico rimedio è prendere gli organi interni, bruciarli nel fuoco e mescolare le ceneri in un intruglio da somministrare al malato, il quale, guarda caso, non guariva. Ad Aaron Mahnke preme soprattutto dimostrare la genesi di una specifica leggenda, quella di Dracula. Tra i ritagli di Bram Stoker furono ritrovati gli articoli relativi ai fatti di Exeter.

Di puntata in puntata, lo spettatore incrocia storie insolite e terrificanti. Secondo episodio. Un medico è convinto di poter guarire la psicosi esercitando la leucotomia transorbitale, opinabile tecnica sperimentale che si traduce nel piantare lunghi chiodi nel cervello del malcapitato paziente passando dai globi oculari. Quale sentimento alberga nell’animo dell’ostinato dottor Freeman? Follia o pietà? Nell’episodio successivo Mahnke ci porta in Irlanda, anno 1863. Michael Cleary è convinto che la moglie Bridget sia stata sostituita da una sua copia diabolica dopo un’inopportuna sosta presso un “cerchio delle fate”. Nei nove giorni di “changeling”, possono avvenire fatti terribili, come la morìa dei parenti prossimi a causa dei morbi più disparati. Urgente, quindi, mettere le cose a posto, richiamando a sé l’originale. Se questo è impossibile, l’unica alternativa è “facilitare” la morte del soggetto cambiato. Spiritismo e lupi mannari sono gli argomenti, rispettivamente, del quarto e del quinto episodio, mentre il mito del “doppio”, rappresentato dalle bambole, è il tema al centro del sesto ed ultimo capitolo di questa breve antologia.

Sfoderando una tecnica di strategia commerciale tutta americana, Aaron Mahnke ha paragonato Lore ai campfire tales, i “racconti del terrore” sussurrati attorno al fuoco durante i campeggi con gli amici, topos ricorrente in un numero sterminato di film horror e, in genere, incipit dei peggiori sviluppi splatter. Per rendere più appetitoso il prodotto, il papà di Lore inserisce digressioni, assonanze e derivazioni dalla storia principale. Dovremmo immaginarci un sentiero da cui si biforcano altri sentieri, magari più brevi ma poi confluenti, dopo una curva, nella grande strada maestra. Generalmente queste diramazioni narrative vengono presentate allo spettatore nelle vesti di graphic novel, documentari d’epoca, fotografie o animazioni computerizzate. Inoltre, la parte introduttiva di ogni episodio rimanda a una leggenda nota (San Patrizio e i lupi), oppure a un fatto di cronaca agghiacciante (Ithaca, New York, 2009: un uomo uccide la compagna in un parco perché, improvvisamente, non la riconosce più), o ancora a un urban legend (il ferocissimo serial killer Bunny Man, mai esistito). La tesi di Aaron Mahnke è che il confine tra fantasia e realtà è molto labile e che ogni mito contemporaneo, se affrontato con strumenti adeguati e passione scientifica, è riconducibile a miserie e mostruosità fin troppo umane.

Il sesto episodio è forse quello riuscito meglio e illustra bene lo sviluppo drammatico di Lore. La domanda sottesa è: può una bambola ricambiare amore? In apertura, la vicenda vera di un’isola fluviale in Messico, un luogo abitato un uomo solitario, Don Julian. Tra le acque del fiume, un giorno compare il cadavere di una bambina annegata. Vicino a lei, la sua bambola. Da quel momento Don Julian decide di appendere centinaia di bambole ai rami degli alberi cresciuti attorno alle rive, per placare lo spirito della piccola sventurata. Il plot ruota principalmente attorno a Robert, un gigantesco pupo con le fattezze di marinaretto (inquietante la somiglianza con l’attore scelto per impersonare il bambino), regalato dalla zia a Gene Otto, ragazzino senza amici, figlio di un’agiata coppia di genitori di Key West e futuro pittore. La bambola, oggi custodita all’East Fort Martello Museum, comincia ben presto a suscitare sospetti. Ascolta i discorsi? Si muove? È indemoniata? Da quando è in casa, accadono strani incidenti e Gene sembra essere cambiato in peggio. Aaron Mahnke parte da questa storia per illustrare tematiche affini, dal rapporto a volte morboso tra i ventriloqui e le proprie marionette all’uso dei manichini nella scienza dell’indagine forense, dal concetto di “perturbante” in psicoanalisi al fenomeno di nicchia (e patologico) delle reborn dolls, le bambole iperrealistiche che riproducono neonati, per chiudere con l’orrendo caso di cronaca, accaduto in Russia, quando il vizio di un certo Moskovin venne scoperto: mummificava cadaveri per ricavarne manichini da tenere in casa.

Lore annovera ottimi attori: tra gli altri, Robert Patrick, personaggio noto di X-Files, Kristin Bauer van Straten, vampira in True Blood, Colm Feore, il generale Brockhart in House of Cards, Campbell Scott, volto di Richard Parker in The Amazing Spider-Man, Adam Goldberg, il Mr. Numbers della prima serie di Fargo, John Byner, caratterista e comico di lungo corso. A fronte dei 25 minuti di durata del podcast medio, le puntate televisive sono allungate di dieci/quindici minuti. Potenzialmente, Lore potrebbe essere rinnovato per molte stagioni. Ma ne vale la pena?

Porsi il quesito è lecito. L’intuizione di Aaron Mahnke era vincente perché si basava su due fattori conciliabili: il fascino del mistero e il recupero, in salsa postmoderna, della tradizione orale. La fruizione di un podcast è un’esperienza piacevole che richiede predisposizione all’ascolto e che restituisce un appagamento immediato. Se la voce narrante riesce nel tentativo di essere magnetica, sperimentiamo un piacevole senso di estraniazione in un mondo sovraccarico di stimoli. Ma cosa accade se questa estetica di racconto, la cui efficacia sta nella semplicità, è destrutturata a favore di nuovi mezzi espressivi che ad essa si sovrappongono? Lore di Amazon è un ibrido che alcuni critici non hanno apprezzato. A dirla tutta, non siamo distanti da una delle molte proposte documentaristiche di un canale alla Focus. La serie evita il generalismo televisivo, sia ben chiaro, ma, nel complesso, non è impeccabile in termini di compattezza stilistica e risulta un po’ dispersiva riguardo agli esiti che si propone. Inoltre, la scrittura dei dialoghi a tratti è impacciata e gli attori non sempre sembrano convinti della validità dell’operazione. La visione di Lore è comunque consigliata, soprattutto a chi ama tematiche raccapriccianti e frequenta il terrore cinematografico o letterario. Quantomeno l’ex designer vi rinfrescherà la memoria su un particolare anatomico dei lupi mannari alias licantropi. A differenza dei lupi normali, non hanno la coda. Perché il Male, come la perfezione, è nei dettagli.

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