Borg McEnroe

Borg McEnroe **1/2

La finale di Wimbledon del 1980 è ricordata dagli appassionati come un match chiave nel tennis moderno, la consacrazione di una rivalità, che avrebbe trasportato il gioco su un piano del tutto nuovo, dal punto di vista dell’interesse mediatico e commerciale.

Lo svedese Bjorn Borg e l’americano John McEnroe non potevano sembrare più lontani: il primo, una sorta di hippie biondo dai capelli lunghi, introverso, schivo, glaciale sul campo e fuori, lontano dalla mondanità e dai pettegolezzi, fin dal suo esordio clamoroso in Coppa Davis all’età di quindici anni; il secondo, tre anni più giovane, sulfureo, polemico, rabbioso, antipatico a tutti, ma uno showman capace di rispondere a tono a tutte le provocazioni.

Ovviamente il loro gioco sembrava confermare questa diversità: Borg paziente palleggiatore da fondo campo, McEnroe, mancino, devoto del gioco a rete, con una sensibilità tecnica stupefacente.

Eppure, quello che il primo film del documentarista danese Janus Metz vuole raccontarci è che la distanza tra i due era in realtà molto più piccola di quanto si potesse pensare.

Per farlo, ricostruisce in lunghi flashback l’inizio della loro carriera tennistica, alternandoli all’avanzare dei due giocatori verso l’inevitabile finale del torneo londinese.

Borg, che veniva da un piccolo paese di provincia e non apparteneva all’aristocrazia locale, era un ragazzino irascibile e senza controllo, capace di farsi espellere dal proprio circolo.

Se non fosse stato per Lennart Bergelin, allora capitano della squadra svedese di Coppa Davis, la sua carriera non sarebbe mai cominciata, probabilmente.

L’incontro e lo scontro con il suo allenatore e mentore sono l’elemento chiave per la costruzione del personaggio e del campione. La sua imperturbabilità sul campo, nasconde una una rabbia feroce, una determinazione repressa e tenuta sotto controllo, una voglia di vincere assoluta e bruciante.

Non è un caso allora che Borg riveda se stesso nelle intemperanze del giovane astro nascente americano e che siano state proprio le successive sconfitte con McEnroe ad accelerare il suo clamoroso e prematuro ritiro a soli 26 anni.

Come ci dice la citazione iniziale, tratta da Open di Andre Agassi, “Il tennis insegue il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love… Ogni match è una vita in miniatura”. 

Metz è più interessato a mettere in scena i conflitti interiori dei due, ad accorciare la distanza che sembrava separarli, scavando nelle loro biografie e lasciando il proscenio all’orso Borg e ricavando per McEnroe il ruolo drammaturgico dello sfidante, del giovane impertinente capace di incrinare le certezze del mito.

In realtà già prima di quella finale di Wimbledon, McEnroe aveva strappato per 22 giorni a Borg il primato della classifica mondiale e i due si erano già incontrati sul campo molte volte.

Ma se il ruolo di antagonista e l’insistenza sul suo temperamento istintivo e nervoso hanno lasciato il vero McEnroe insoddisfatto e polemico, nei confronti del film, in realtà il racconto funziona benissimo così, sfrutta i cliché narrativi e sportivi perfettamente e si occupa naturalmente più dei caratteri che dei colpi.

Tutto l’ultimo atto è dedicato alla famosa finale di Wimbledon, ma anche in quel caso, Metz è più attento ai volti, ai gesti, alle espressioni e alla psicologia dei personaggi, lasciando paradossalmente sullo sfondo il campo verde, probabilmente anche perchè i limiti di budget hanno impedito di utilizzare le vere immagini del match.

Il film è infatti una piccola produzione tutta scandinava (Svezia, Danimarca e Finlandia), che supera brillantemente i suoi limiti e si impone come una prodotto internazionale d’autore, popolare e prestigioso, capace di farsi strada nel panorama dei festival d’autunno, da Toronto a Zurigo, fino a Roma, dove ha vinto il premio del pubblico.

Se Sverrir Gudnason è un Borg mimetico, capace di interiorizzare alla perfezione i demoni del tennista svedese, fin dalla primissima scena in cui si mantiene in pericoloso equilibrio sulla ringhiera del grattacielo di Montecarlo, Shia LaBeouf è un McEnroe più vero del vero: sempre sopra le righe, roso dall’ambizione e da un’educazione familiare iper-competitiva. Se Metz forse eccede nel mostrare le sue intemperanze e le sue provocazioni, drammaturgicamente il film se ne avvantaggia.

Siamo dalle parti di Rush di Ron Howard: le regole di genere non sono mai messe in discussione, l’arco narrativo dei personaggi preferisce la leggenda alla realtà e si concentra sulle ossessioni e sulla psicologia dei caratteri.

Per Metz, in fondo, il tennis è solo uno dei tanti campo su cui si gioca la vita, alla ricerca continua di un equilibrio: le partite si vincono con la testa è il mantra dell’allenatore di Borg.

Sul rettangolo verde di Wimbledon il duello è tanto sportivo quando psicologico: essere capaci di mettere da parte le attese, i ruoli prestabiliti, le idiosincrasie, i rimorsi, i rovesci, il nervosismo, cercando di fare i conti con se stessi, prim’ancora che con il proprio avversario.

E’ la magia del tennis. E Borg McEnroe, pur con tutti i suoi limiti e le sue scorciatoie drammatiche, la rinnova ancora una volta.

Il resto andatelo a trovare su youtube e godetevi quell’infinito tie-break del quarto set: non c’è thriller più avvincente in circolazione.

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