Spider-Man: Homecoming

Spider-Man: Homecoming **1/2

Spider-Man: Homecoming è davvero un ritorno a casa, per il personaggio simbolo della Casa delle Idee. Dopo aver inaugurato quindici anni fa la grande ondata dei cinecomics, grazie al talento scanzonato di Sam Raimi, come simbolo della New York ferita e impaurita dagli attacchi alle Torri Gemelle, l’adolescente con grandi poteri e grandi responsabilità era rimasto un po’ in disparte nella grande famiglia Marvel, sia a causa di accordi produttivi separati, sia soprattutto in ragione dell’abbandono del team originale dopo il terzo capitolo e della decisione di ricominciare tutto da capo con la coppia Andrew Garfield & Emma Stone.

Il fallimento fragoroso, artistico e commerciale, del dittico firmato da Marc Webb, spingeva la Sony Columbia ad affidarsi interamente ai Marvel Studios, diventati nel frattempo una major onnipotente nelle mani di Kevin Feige.

Dopo aver quindi introdotto il nuovo Peter Parker in Captain America: Civil War, con un cameo capace di rubare la scena a tutti gli Avengers, vecchi e nuovi, questo Homecoming aveva il compito di rimettere sui binari giusti il personaggio creato da Stan Leee e Steve Ditko nel 1962.

Per farlo sono partiti da una storia scritta dal giovanissimo duo John Francis Daley e Jonathan Goldstein (Come ti rovino le vacanze, Piovono Polpette 2) affiancati in sede di sceneggiatura da Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers e dal regista Jon Watts, autore sinora solo di un horror prodotto da Eli Roth e distribuito due anni in ritardo, Clown e di un thriller che ha debuttato al Sundance l’anno scorso, Cop Car.

Troppe mani e troppe teste al lavoro su un solo script? Probabilmente sì, ma il risultato è miracolosamente riuscito.

Spider-Man: Homecoming è uno di quei film hollywoodiani senza autore, privi di un’impronta definita o di uno stile riconoscibile, eppure perfettamente coerenti con l’universo narrativo di riferimento e capaci di riaggiornarlo e modificarlo secondo quello che è, evidentemente, l’obiettivo individuato dalla produzione dei Marvel Studios.

Abbiamo spesso accusato il gruppo di lavoro di Kevin Feige di aver messo in piedi una serie senz’anima, priva di personalità, uniforme nel senso peggiore del termine, quasi che i singoli film non fossero altro che lunghi episodi di un unico serial di stampo televisivo, nel quale la vera firma è quella dello showrunner, non del regista di puntata, che si limita ad evitare di far danni, impaginanando in modo scolastico la sceneggiatura messa a punto dal team di scrittori.

Spider-Man: Homecoming si pone all’interno di questa logica seriale come uno degli episodi più riusciti, imprevedibilmente originale nonostante sia il sesto film (…e mezzo) in cui compare l’amichevole supereroe di quartiere.

L’idea di fondo è quella di cancellare e dare per scontato tutto quello che avevamo già visto due volte, ossia la genesi del personaggio, i nuovi poteri, lo zio Ben, il costume e le ragnatele, ricollegandosi invece direttamente sia agli Avengers sia a Civil War.

Dopo la battaglia di New York infatti il contractor Adrian Toomes è incaricato con i suoi operai, di recuperare i resti alieni nelle macerie della Stark Tower, fino a quando una nuova unità filo-governativa, la Damage Control, lo estromette dai lavori, mettendo la sua impresa in grande difficoltà.

Dopo i titoli, Homecoming riparte otto anni dopo con “un film di Peter Parker”, ovverosia con il montaggio delle riprese amatoriali dell’adolescente del Queens, arruolato da Tony Stark e trascinato a Berlino a combattere il Team di Captain America.

Il tempo dell’avventura è tuttavia terminato e il giovanissimo adolescente è affidato ad Happy Hogan, il responsabile della sicurezza della Stark Tower, che gli raccomanda di ritornare al liceo.

All’high school naturalmente Parker è un nerd piuttosto invisibile, innamoratissimo di Liz, una ragazza di colore dell’ultimo anno, capitana della squadra di decathlon accademico, nella quale Peter eccelle.

Il suo unico amico è Ned, un ragazzone di origine filippina, che condivide le sue passioni per Star Wars e le scienze.

Dopo le lezioni, Peter si mette il costume lasciatogli da Tony Stark e si impegna a combattere il crimine di strada, mantenendo al sicuro il quartiere. Piccoli interventi, di scarsa importanza: Parker sogna di ricongiungersi agli Avengers, ma il suo tempo deve ancora arrivare.

Nel frattempo Toomes ha trasformato la sua attività e grazie ai reperti alieni conservati otto anni prima e poi rubati alla Damage Control, si è messo a costruire e vendere armi potentissime, che i criminali di strada non sanno neppure come usare.

Spider-Man finisce per comprendere la pericolosità dei traffici di Toomes, che si è pure costruito un costume volante con grandi ali da Avvoltoio: avvisa Happy e Tony Stark, ma nessuno sembra prestare attenzione ai suoi avvertimenti.

Il film mantiene lo stile ironico e i toni leggeri di quasi tutti i film della Marvel, ma questa volta quei toni e quello stile sono perfetti, per la storia semplice che Homecoming vuole raccontare.

Watts prende a prestito tutto il campionario di genere degli high school movies, attribuendo a Peter le insicurezze e gli slanci adolescenziali tipici della sua età. Il coté amoroso è giocato con mano leggera, anche se poterà al twist principale del racconto.

L’elemento completamente nuovo di Homecoming è tuttavia il desiderio di Peter di unirsi agli Avengers, di essere parte di una squadra, di poter mettere i suoi poteri a disposizione di uno scopo più grande.

L’amorevole Spider-Man, che protegge la sua New York, è un ruolo che sembra stargli stretto. Peter vorrebbe bruciare le tappe: ha capito benissimo che da grandi poteri discendono grandi responsabilità. Scalpita per prendersele tutte, anche quando forse ci sarebbero altre priorità nella vita di un sedicenne.

Non è un caso allora, che il percorso proceda all’inverso, à rebours: Spider-Man è già l’eroe col costume ipertecnologico all’inizio del film, poi lo perde e ritorna alla felpa e alla calzamaglia, quindi rifiuta l’ulteriore upgrade proprio nel finale.

Il monito all’abuso di diavolerie ipertecnologiche, che sembrano semplificare la vita, ma che in fondo ci rendono ancora più goffi e impacciati, è sottile e discreto, ma molto ben assestato.

Particolarmente riusciti gli interventi nel film di Iron-Man/Tony Stark, nel ruolo del mentore riluttante. Nonostante l’inevitabile stanchezza di Downey Jr, imprigionato nel ruolo della vita, da quasi un decennio, questa volta le sue scene sono decisamente indovinate, anche grazie al recupero dei due personaggi chiave della sua rinascita cinematografica.

Non ci sono devastazioni catastrofiche in Spider-Man: Homecoming, nè stermini di massa o pericoli per la Terra. Nella sua dimensione concreta, umanissima, persino politica, il nuovo film sembra ricongiungersi con le serie newyorkesi dedicate a Luke Cage, Jessica Jones e Daredevil.

Non solo, ma può forse rappresentare anche una delle possibili evoluzioni per la quarta fase del ricchissimo universo cinematografico della Marvel, che si aprirà dopo il doppio appuntamento degli Avengers con Infinity War.

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