Venezia 2016. El Cristo ciego

El cristo

El Cristo ciego **

Michael crede di aver sperimentato una rivelazione divina nel deserto del Cile da bambino, un marchio a fuoco sulla sua esistenza. I vicini sono increduli e lo additano come il folle del paese, el Cristo. Una sera, un amico d’infanzia è coinvolto in un incidente in un remoto villaggio. Michael, appena appresa la notizia, intraprende un pellegrinaggio a piedi attraverso il deserto, convinto di poter curare l’amico con un miracolo. La storia racconta di un viaggio che attraverserà la disperazione di una società afflitta dal bisogno di fede, dalla necessità di ritrovare qualcosa o qualcuno in cui credere.

Il secondo film di Christopher Murray è uno dei più misteriosi del concorso ufficiale. Il primo, Manuel Ribera, era stato presentato a Rotterdam nel 2010.

Nel Cile settentrionale, in terra desertica e desolata, il piccolo Michael perde la madre e cerca un segno della parola di Dio. Un amico gli inchioda le mani ad un albero: il dolore fisico si nutre del lutto. La voce del Signore sembra guidarlo.

Da allora in paese lo chiamano scherzosamente profeta: ormai adolescente, lavora come meccanico. Quando gli giunge la notizia che l’amico di un tempo si è infortunato ad una gamba e se la passa male, decide di attraversare il deserto per cercare di guarirlo con un miracolo.

Nel viaggio incontra un gruppo di fedeli in pellegrinaggio ad una statua di San Lorenzo, quindi un giovane che vorrebbe fare il calciatore e sua madre, che si prende cura di lui…

Il viaggio di Michael è quello di un messaggero in una terra bisognosa di tutto, disposta a credere ad un miracolo impossibile, ad un profeta improvvisato, piuttosto che affondare nella disperazione.

Molte persone si avvicinano a lui, chiedendogli una grazia, una preghiera, una parola di conforto. In un paese devastato dalla solitudine, Michael ha solo due cose: una fede cieca e testarda e una parabola da raccontare a ciascuno.

Attraverso il racconto cerca di farsi comprendere e sembra riuscirci perfettamente: l’aura del suo passaggio lo accompagna e lo precede.

Ma non ci sono miracoli possibili: solo la volontà degli affetti, la fatica di costruire una famiglia nuova.

Il dolore non si può scacciare con un intervento divino. La sua salvezza l’uomo se la deve costruire con le proprie mani, giorno dopo giorno.

Il film di Murray è un ritratto certamente personale e inedito, che affonda le sue radici nella spiritualità degli ultimi e nella teologia della liberazione.

Forse sarebbe stato più opportuno selezionarlo ad Orizzonti: il concorso ufficiale è un premio fin troppo generoso, per un film piccolo, piccolo, che non lascia grande memoria di sè.

 

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