Venezia 2016. La La Land

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La La Land ***1/2

Un’autostrada bloccata nel calore bianco di Los Angeles, fra lamiere immobili e nervi tesi. Damien Chazelle comincia dal luogo-simbolo dell’alienazione contemporanea e lo trasforma in un prologo-canzone: la città canta, balla, si concede un’impossibile parentesi di armonia: It’s just Another Day of Sun.

È una dichiarazione programmatica e insieme una sfida: il musical può ancora esistere oggi solo se accetta di misurarsi con la realtà, non di rimuoverla. Da quel momento, il film procede per oscillazioni continue: tra realismo e incanto, tra artificio e verità emotiva, tra l’ebbrezza del sogno e la sua resa.

Non sorprende che proprio questo titolo abbia aperto la 73ª Mostra di Venezia: è un film che nasce come un evento, come un gesto di fiducia nel cinema in sala e nel grande schermo, nella coreografia che chiede spazio e nella fotografia che pretende un respiro. La La Land, terzo lungometraggio di Damien Chazelle, rinnova senza omaggi stucchevoli il grande musical americano degli anni ’50 e lo ibrida con il gusto europeo di Jacques Demy e il ritmo travolgente dello Scorsese di New York New York, restituendoci per un paio d’ore una Los Angeles mai così bella, così protagonista, ripresa dalla fotografia Linus Sandgren all’alba e al tramonto e nelle lunghe notti di musica e solitudine.

Chazelle comincia rispolverando il grande logo cinemascope, seguito dal numero nel traffico sulle note di Another Day of Sun, che ricorda il sogno di Guido nell’8½ felliniano, dichiarando subito che il realismo metropolitano è determinante, ma gli sta stretto e che il suo è un film che fa i conti anche con la magia impossibile della musica, delle coreografie, con il mito del jazz e di Hollywood.

I protagonisti sono Mia, un’aspirante attrice che lavora alla caffetteria degli studi della Warner Bros, collezionando frustranti provini per ruoli improbabili, e Sebastian, un pianista spiantato, con l’ossessione per la musica di Thelonius Monk e di Charlie Parker, che sbarca il lunario suonando Jingle Bells, per i clienti distratti di un ristorante, la sera di Natale.

Entrambi vivono la Los Angeles del sogno, scommettono sul proprio talento e vengono a patti con le rispettive frustrazioni.

Si incrociano più volte: nell’ingorgo iniziale in auto, poi quando Seb viene licenziato e si scontra nuovamente con Mia, infine a una festa, dove lui è costretto a suonare le tastiere in un improbabile gruppo di cover anni ’80.

Chazelle costruisce il loro avvicinamento come una serie di piccoli scontri, quasi a voler evitare la scorciatoia della predestinazione romantica: l’amore nasce perché sono due persone che si riconoscono, prima ancora di desiderarsi.

Tra i due sarà amore impetuoso e solidale, almeno sino a quando l’ambizione li costringerà a dividersi.

Mia infatti decide di scrivere da sé un monologo teatrale, mentre Seb va in tournée con la band di un vecchio amico che ha barattato l’onestà della propria musica con il successo facile.

Per Chazelle questo sembra davvero il film della vita: in fondo La La Land racconta anche la sua storia e quella di molti artisti che hanno cominciato con i mestieri più improbabili e con qualche compromesso al ribasso, pur di farcela nella città degli angeli.

Sotto la superficie luminosa, il film parla continuamente di compromesso: barattare pezzi di sé per guadagnare tempo, accesso, visibilità.

Il successo travolgente di Whiplash, scoppiato al Sundance, passato attraverso una proiezione memorabile alla Quinzaine e terminato alla Notte degli Oscar, l’ha spinto a puntare tutto su un progetto apparentemente impossibile, che parla ancora di jazz, improvvisazione, talento e sacrificio. L’ha fatto senza mostrare i muscoli, con la leggerezza assoluta del musical, in cui i protagonisti vanno al Rialto a vedere Gioventù bruciata e poi volano letteralmente verso il cielo stellato dell’osservatorio astronomico.

Qualcuno forse avrebbe preferito l’ennesimo musical citazionista, rivisitato e post-moderno alla Luhrmann?

Chazelle sceglie invece la via più complessa, fuori dal tempo e dalle mode, raccontando gli affanni di una gioventù obbligata a mettere da parte i sentimenti, senza cinismo e strizzate d’occhio, con due protagonisti che vivono però profondamente le contraddizioni del loro tempo.

Chazelle gira come chi crede ancora nel movimento come linguaggio: la macchina da presa danza ed entra nei numeri con una fluidità che è già narrazione. Il lavoro straordinario della coreografa Mandy Moore si muove perfettamente a cavallo tra realismo e immaginazione, la musica e le canzoni originali di Justin Hurwitz sono meravigliosamente a tono, in particolare la languida City of Stars, la macchina da presa di Chazelle si muove sinuosa, sin dal memorabile piano sequenza iniziale, con un’eleganza degna di Minnelli e Demy, i due interpreti lavorano di sottrazione, coppia consolidata al terzo film assieme, con una naturalezza invidiabile che non scade mai nel sentimentalismo.

Il film è una gioia che non si smette mai di ammirare, facendo di Los Angeles il set contemporaneo e romantico per eccellenza, con lo stesso spirito con cui Coppola ricostruiva in studio la Las Vegas del suo Un sogno lungo un giorno.

Eppure il vero musical classico, il vero omaggio alla tradizione sta tutto nel finale, in quel ‘what if‘ crudele e impossibile, in quell’ultimo sguardo che non può più colmare la distanza tra i due protagonisti.

Nel film Mia e Seb realizzano in qualche modo se stessi, sacrificando i sentimenti e lasciandosi alle spalle rimpianti e occasioni perdute. Con La La Land anche il regista sembra esserci riuscito perfettamente, regalando al concorso veneziano un esordio indimenticabile.

In un’epoca che ha eletto le serie tv, Netflix e Amazon a nuovi riferimenti d’autore, Chazelle ci ricorda che la magia del cinemascope, della sala buia e del grande schermo – dove si può ancora cantare e ballare – non è solo unica e insostituibile, ma è anche dannatamente necessaria.

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