Cannes 2016. Personal Shopper

Personal Shopper **

Maureen, mid-20s, has a job she hates: seeing to the wardrobe of a media celebrity. She couldn’t find anything better to pay for her stay in Paris. And wait. Wait for a sign from the spirit of her twin brother, who died a few months earlier. Until then, her life will stay on hold.

Seconda collaborazione tra il piu’ cinefilo dei nuovi registi francesi, Olivier Assayas, e Kristen Stewart, icona degli young adult movie, che sta cercando faticosamente di uscire dal riduttivo cliche’, che Hollywood le aveva costruito.

Debuttante in tenera eta’ con Panic Room, quindi adolescente in Into the wild di Sean Penn, la Stewart e’ diventata una beniamina della Croisette nel secondo decennio del nuovo secolo, dopo aver accompagnato in concorso On the Road di Salles nel 2012, quindi Sils Maria proprio di Assayas nel 2014 ed ora Personal Shopper, bissato dall’apertura di Cafe’ Society di Woody Allen.

Proprio al regista francese la Stewart deve moltissimo, perche’ le ha regalato i primi veri ruoli della sua carriera, con cui liberarsi dallo stereotipo della ‘bella e tormentata’, che tra Twilight e Biancaneve, sembrava piu’ subito, che scelto.

Perche’ tuttavia cominciare questa recensione, parlando della protagonista e non degli intenti e degli esiti del suo autore? Perche’ mentre sulla prima non abbiamo alcun dubbio e Personal Shopper conferma che la Stewart ha non solo fascino adolescenziale, ma talento sufficiente per costruirsi una carriera anche nel cinema adulto, sul secondo invece le remore sono moltissime.

Maureen e’ una giovane americana a Parigi, la ritroviamo da sola in una grande casa abbandonata, che cerca di comunicare con lo spirito del fratello gemello, Lewis, un sensitivo morto da qualche settimana proprio in quella casa, per una malformazione cardiaca, che condivide con la sorella.

Maureen cerca un segno della sua presenza, di un’al di la’ oltre la morte: mentre infatti il fratello Lewis era credeva profondamente in una seconda vita, lei e’ afflitta dai dubbi.

In attesa di un segnale di Lewis, si guadagna da vivere a Parigi come personal shopper per una ricca ereditiera, Kyra, impegnata in charity ed eventi, dove sfoggiare completi ed accessori sempre nuovi, di cui Maureen si occupa con dedizione, talento e una certa invidia: tra le sue mani passano gioielli favolosi di Cartier, abiti e borse da mille e una notte, scarpe di bellezza vertigionosa.

Pur essendo sposata, Kyra ha una relazione da molto tempo con Ingo, che lavora nel campo della moda e che Maureen per caso conosce una sera a casa sua.

Quando un misterioso sconosciuto comincia a mandare insistenti messaggi a Maureen, il mistero si fa piu’ fitto e scorrera’ del sangue…

Olivier Assayas non sa bene che film vuole raccontare.

Comincia con una storia di fantasmi e rimorsi familiari, per poi passare ad una sorta di racconto identitario e di formazione, ambientato nel mondo fatuo dell’alta moda, quindi vira decisamente sul thriller depalmiano con venature horror, quindi ritorna decisamente alla ghost story originaria.

E se pure e’ apprezzabile il coraggio e la spregiudicatezza con cui Assayas lavora attraverso i generi e sulla scrittura di un personaggio veramente inedito, originale, complesso, bisogna anche dire, in tutta onesta’ che il film e’ sbilanciato, incompleto, decisamente poco riuscito, soprattutto nella seconda parte.

Purtroppo tutti gli elementi che l’alchimista Assayas cerca di mescolare, producono un risultato discutibilissimo, che non soddisfa quasi nessun palato. E che ha momenti francamente imbarazzanti, come nella scena del fantasma che vomita un ecloplasma, neache fossimo in un sequel di Ghostbusters.

Gli elementi fantastici fanno da cornice ad un racconto che nella sua parte piu’ narrativa, si risolve in un giallo banalissimo e davvero mal costruito, i personaggi di contorno sono poco piu’ che abbozzati, tanto che per meta’ film la Stewart si trova a dover dialogare con un telefono cellulare, su cui le arrivano insistentemente continui messaggi, da un numero sconosciuto.

E se magari la trovata drammatica puo’ sembrare realistica, nel nostro mondo dominato dai devices elettronici, continua tuttavia ad apparire assai poco cinematografica: passare interi minuti a leggere domande e risposte sullo schermo di un cellulare e’ una delle cose piu’ noiose mai viste in sala.

Sembra evidente che Assayas sia stato spinto a dirigere la Stewart dalla suggestione di lavorare ancora con lei e dall’intuizione di un personaggio, che in fondo e’ una variante di quello gia’ interpretato dall’attrice americana in Sils Maria. Li’ era l’assistente personale di una grande attrice nel pieno della sua maturita’, qui e’ l’assistente di una socialite.

In entrambi i film, il rapporto tra le due e’ contrastato, in un continuo scambio di ruoli, che avrebbe potuto essere approfondito diversamente. Peccato che questa parte sia rimasta tutta nella penna o nel computer di Assayas.

Fischi e silenzi imbarazzati alla proiezione stampa. Un’occasione generosamente mancata.

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