Mistress America. Recensione in anteprima!

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Mistress America **1/2

Nuova collaborazione tra Noah Baumbach e Greta Gerwig, assieme anche nella vita.

Mistress America l’hanno scritto a quattro mani e, così come il precedente Frances Ha, è un ritratto femminile inconsueto, un racconto di formazione e una dichiarazione d’amore alla New York scintillante e cosmopolita di Times Square.

Il modello dichiarato è il cinema che Allen e Cassavetes facevano alla fine degli anni ’70, tra commedia sofisticata, ironie da stand-up comedian, improvvisazione e nevrosi bergmaniane.

Baumbach riesce anche questa volta nel recupero quasi filologico delle atmosfere originali, ma il suo cinema suona sempre più come una sorta di ricalco, in buona parte conservatore e manierista, che si accontenta sempre di stare un passo dietro ai propri maestri.

Tracy viene dalla provincia e frequenta il college a New York: ha aspirazioni da scrittrice e cerca di entrare nel prestigioso Moebius Club.

Tra i compagni di corso ha un solo vero amico e le mille luci della grande mela le sono apparentemente indifferenti.

Le cose cambiano quando Tracy decide di contattare Brooke, che vive a New York da molti anni ed è in procinto di diventare sua sorella acquisita: i loro genitori infatti stanno per sposarsi.

Brooke è un ciclone di vitalità: insegna spinning, canta con un gruppo rock, cerca fondi per un ristorante che vuole chiamare Mom’s. La sua migliore amica le ha rubato l’idea di successo per una t-shirt e anche il ricco fidanzato.

Ma Brooke è capace di mettersi tutto alle spalle e ripartire da zero: i fallimenti non la spaventano.

Tracy prende ispirazione dalla prima serata passata assieme a Brooke e scrive un racconto che sottopone al Moebius Club…

Mistress America poggia interamente sulle spalle di Greta Gerwig, che lo sostiene grazie al suo prepotente malinconico vitalismo. Sorella ideale dei personaggi interpretati da Diane Keaton per Allen e da Geena Rowlands per Cassavetes, il personaggio di Brooke è un riuscito aggiornamento al nuovo millennio delle stesse nevrosi, delle stesse idiosincrasie, della stessa resilienza ai fallimenti.

Se il film si fa vedere con piacere è proprio per la bravura della sua protagonista, che riesce a far dimenticare d’un tratto tutti i limiti del cinema, sempre più autoriflessivo, di Baumbach.

Occorre allora stare al gioco e pensare a Mistress America come ad uno strano reperto, figlio di quel cinema indie e minimalista, che ha sempre avuto in New York la sua capitale morale.

Interessante è anche il ritratto senza sconti del milieu di letterati e giovani artisti newyorchesi, assai più cinico, narcisista e disinvolto di quanto ci si potrebbe aspettare, per i dialoghi da screwball, recitati senza timori di overlapping, e per il tema dell’appropriazione e della paternità dell’ispirazione artistica, che Baumbach approfondisce ancora una volta, dopo Margot at the Wedding e Giovani si diventa.

Particolarmente feroce è il ritratto di Mamie-Claire e Nicolette, le amiche di Tracy e Brooke, superficiali, gelose e vendicative come due vere villain.

Ottimo il cast dei comprimari, su cui spicca ovviamente la Tracy di Lola Kirke, già vista in Gone Girl e qui, per la prima volta, con un ruolo di una certa importanza.

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