Al di là dello sguardo: Freeheld

Freeheld

Freeheld 

“Sono il detective Laurel Hester, lavoro per il Dipartimento di Polizia da 23 anni. Mi hanno appena diagnosticato un tumore ai polmoni al quarto stadio. Quando i miei colleghi eterosessuali muoiono, la loro pensione viene trasferita al coniuge; ma poiché la mia compagna è donna, io non ho questo diritto. In tutta la mia carriera non ho mai chiesto favoritismi: quello che sto chiedendo è uguaglianza.”

E’ contenuta in questa dichiarazione la profonda motivazione della battaglia d’amore condotta nel 2005 dalla pluridecorata detective dello stato del New Jersey che, scoprendo troppo tardi di essere in fin di vita, non ebbe altra priorità se non quella di assicurarsi che i suoi benefici pensionistici post mortem andassero a Stacie Andree, sua compagna, di 18 anni più giovane di lei. La richiesta ufficiale fu più volte respinta dai funzionari della Contea di Ocean County, detti Freeholders, nonostante fosse loro piena facoltà modificare il decreto sulle coppie di fatto, al fine di riconoscere gli stessi diritti civili ai dipendenti conviventi della comunità di Ocean, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Laurel Hester perorò la sua causa finché ne ebbe le forze, sostenuta da un numero sempre maggiore di membri della sua contea. Questa storia vera, iniziata come una semplice questione di amore e identità personale, divenne in America un punto cardine della crescente lotta per la giustizia, l’uguaglianza e la parità dei diritti dei LGBT. Un percorso che, il 26 giugno 2015, portò allo storico traguardo sancito dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che ha incondizionatamente riconosciuto, a tutti gli americani, il diritto al matrimonio.

Nel 2015 Freeheld è un film “giusto” al momento giusto: è subito ravvisabile come la portata etica e l’attualità dello spaccato di vita di Laurel Hester e Stacie Andree primeggi su ogni altro aspetto intrinseco della pellicola, basata sull’omonimo cortometraggio documentario Premio Oscar. Prendendo spunto dalle testimonianze delle vere Laurel e Stacie, la sceneggiatura di Ron Nyswaner (Philadephia) e l’abile regia di Peter Sollet (Long Way Home) hanno saputo toccare i punti giusti per istaurare una solida relazione empatica tra uno spettatore malleabile e le due attrici protagoniste, scelte a tavolino: Julianne Moore e Ellen Page, nei panni di Hester e Andree. La Moore naviga in acque sicure, riconducibili al drammone Still Alice che le diede l’Oscar. Con la sua recitazione, seppur personalissima e sempre sontuosa, non va molto al di fuori dal seminato: di nuovo, per lei, un personaggio colpito da malattia improvvisa, sofferente, e che subisce una trasformazione fisica e interiore irreversibile. La ventottenne attrice canadese Ellen Page, che del progetto è anche produttrice, è stata nominata nel 2014 tra i “New Royals” della sua generazione, ed è ora più che mai sulla cresta dell’onda: dopo il suo orgoglioso coming out, si è autoeletta testimonial della comunità gay, prestando particolare attenzione alla promozione del benessere dei giovani LGBT.

Laurel e Stacie sono due donne semplici e riservate, appartenenti a due generazioni diverse e che si “incontrano” con un incrocio di sguardi, trovando il vero senso della felicità l’una nell’altra. Laurel è un agente di polizia che, per salvaguardare la propria carriera, si è sempre guardata bene dall’esprimere liberamente le proprie preferenze sessuali. Sa di non essere una persona morbida, e odia non avere il controllo. Ma a Stacie apre il suo cuore, scoprendo di non desiderare nient’altro se non una vita con lei, e di avere una casa in cui vivere insieme il loro amore. Dopo aver scoperto del suo cancro, viene privata dei diritti più elementari che avrebbero permesso alla sua partner di rimanere, dopo la sua morte, nella loro casa. La regia di Sollet, un po’ scolastica, interseca bene la storia d’amore con la tematica di come i diritti civili vengono garantiti, attraverso il graduale cambiamento nei cuori e nelle menti dei personaggi che ruotano attorno alle due attrici. Se nella prima parte il film mostra la nascita del sentimento tra la Moore e la Page, la seconda “documenta” le vicende procedurali che le riguardarono. In entrambe non mancano i cliché e i ricorsi al patetico sempre più evidenti, ma sono ben riusciti la messa in scena e lo sviluppo della storia universale di due persone che cercano solamente un modo per amarsi. Le protagoniste funzionano, funziona il meccanismo del loro rapporto, che si specchia con l’integrità, gli ideali e le emozioni che le portarono a diventare due convinte attiviste per l’ottenimento della loro personale giustizia. La narrazione è avvincente e sono ben tracciati i vari aspetti della vicenda, dalla purezza di un legame così travolgente all’ambiente della polizia, la politica, i media e la mortalità.

Di fronte a un film che affronta, come altri hanno fatto e altri faranno, uno dei temi più importanti del nostro tempo, Freeheld è un racconto sicuramente sentito e toccante, ma non eccelle per particolari trovate, rimanendo comunque a servizio della mera storia vera. Una storia che, però, può continuare a ricordare a noi italiani, ancora una volta, quanto il nostro paese sia tuttora lontano dal riconoscimento di determinati diritti, diritti necessari, di cui purtroppo si continua solamente a discutere.

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