The Visit

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The Visit **1/2

Il nuovo film di M.Night Shyamalan, il wonder boy degli Studios nella seconda metà degli anni ’90, capace di conquistare pubblico e critica con la qualità della sua scrittura drammatica, è un gradito ritorno alle origini.

Dopo i flop colossali di L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth, così lontani dall’essenza puramente horror del suo cinema, Shyamalan ha forse compreso che il suo mondo narrativo è un altro. La serie tv Wayward Pines e poi questo The Visit, prodotto dalla Blumhouse, specializzata in film di genere a basso costo, segnano anche geograficamente, il ritorno del regista nei territori a lui più familiari.

Paula è una ragazza madre, che ha abbandonato la casa paterna, quando si è innamorata di uno dei suoi professori, molto più grande di lei.

Sono passati quindici anni nel frattempo e Paula è in procinto di partire per una crociera con il suo nuovo compagno: i due figli Rebecca e Tyler decidono quindi di conoscere finalmente i nonni materni, John e Doris che non hanno mai visto.

Rebecca ha quindici anni ed una passione per il cinema, Tyler invece è più piccolo, ma è disponibile ad aiutarla nelle riprese.

La loro visita ai nonni diventerà il film che stiamo vedendo. Rebecca vuole scoprire cosa accadde la sera in cui Paula lasciò la casa paterna, tanto da spingerla a non ritornarci mai più.

I due ragazzini vengono accolti dai nonni: due persone anziane, apparentemente affabili, ma con le loro eccentricità.

Pian piano Rebecca e Tyler scopriranno qualcosa di più inquietante…

Sulle trame dei film di Shyamalan occorre mantenere il più rigoroso riserbo, sin dai tempi de Il sesto senso, perchè il twist narrativo che quasi sempre ne accompagna la risoluzione, è quello sul quale il regista costruisce non solo il ribaltamento delle aspettative e lo scioglimento della tensione, ma altresì il significato allegorico dei suoi racconti dell’orrore.

Attraverso il trucco del film girato dai protagonisti e delle riprese amatoriali dei due ragazzini, The Visit procede per accumulo progressivo e per ellissi, in un crescendo emotivo che coinvolge.

E’intelligente il modo con cui Shyamalan fa i conti con la vecchiaia: l’osceno del corpo non più tonico, della mente non più lucida e presente. Dove finisce l’orrore inconsapevole dell’età implacabile che avanza? E dove comincia quello della volontà malvagia?

Il film mantiene un’ambiguità che il racconto in soggettiva amplifica e trasfigura. Come sempre, dietro il meccanismo cinematografico di genere, Shyamalan nasconde altre ambizioni.

I suoi film però non sempre sono riusciti a resistere al disvelamento della verità. Se la costruzione della suspense è sempre stata impeccabile e la sua capacità visionaria ha prodotto immagini e sequenze memorabili e perturbanti, la sostanza narrativa dei suoi film si è sovente sfilacciata, alla ricerca affannosa del colpo ad effetto e della sorpresa a tutti i costi, del ribaltamento di senso, anche quando forse non ce n’era bisogno.

Il limite dello sceneggiatore Shyamalan è quello di voler raccontare troppo, di accompagnare lo spettatore mano nella mano dall’inizio alla fine, di evitare l’ombra, il dubbio, l’ambiguità.

Anche in The Visit le tessere del puzzle vanno tutte a posto alla fine, in modo piuttosto convenzionale, ma questa volta almeno non ci sono forzature di sorta.

Ed il lavoro di Shyamalan si concentra sulle forme del racconto, sulle linee prospettiche della narrazione in prima persona, sul gioco delle riprese e sulla loro apparente casualità, sui limiti del mockumentary e sulla rappresentazione cinematografica di quel mondo di campagna, fatto di casette di legno con la carta da parati e i seminterrati pieni di muffa e segreti.

Perfetto il cast di caratteristi, bravissimo Ed Oxenbould nel ruolo del piccolo rapper Tyler.

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