Venezia 2015. Il bilancio di Stanze di Cinema

mostradelcinemadivenezia

Venezia 72 è stato il quarto e forse ultimo anno della direzione di Alberto Barbera.

Il bilancio non può quindi che essere pluriennale, a questo punto. E allora occorre dire che si è trattato di un quadriennio complessivamente deludente, con poche conferme e molti azzardi, con un concorso internazionale via via sempre più diminutivo, come dimostrano i tre vincitori passati (Pietà, Sacro GRA e Un piccione...), già quasi dimenticati, incapaci di imporsi – se non nei mercati internazionali – almeno nel cuore dei cinefili.

E non traggano in inganno le aperture oscarizzate di Gravity e Birdman: come ha dimostrato Everest, si è trattato più che altro di casualità e intuito.

Al contempo, la Mostra ha scelto di rafforzare le sue strutture, rinnovando le sale storiche, con uno sforzo che va riconosciuto tanto alla direzione, quanto soprattutto alla presidenza della Biennale, che ha saputo gestire con determinazione e pragmatismo lo stop al cantiere del nuovo palazzo del cinema.

Va dato atto a Barbera di aver puntato molto sul secondo concorso – Orizzonti – che sembra sempre più quello in cui lui e i suoi collaboratori esprimono la loro idea di cinema e compiono le loro scelte.

Ottima anche la sezione classici, che pur in modo disomogeneo, ha soppiantato le retrospettive sempre più deboli e discutibili del passato, allineando Venezia a Cannes.

Purtroppo la debolezza del mercato italiano ha finito spesso per influire sulle assenze più prestigiose ed a Barbera come a noi spettatori è rimasto l’amaro in bocca di vedere opere come 12 anni schiavo o Steve Jobs debuttare altrove, in festival senza alcuno spessore o tradizione, al riparo da un vero confronto con i critici e col pubblico dei cinefili, che solo le grandi rassegne europee riescono ancora ad offrire. Il proliferare di realtà festivaliere sempre più aggressive (Telluride, NYFF, BFI London e AFI Fest) ha spinto ad una parcellizzazione dei talenti.

Il fatto poi che Venezia sia il primo in ordine di calendario non consente neppure una politica meno rigorosa sulle anteprime.

Detto questo, la direzione non è stata però sufficientemente autorevole e audace per sfidare davvero questo sistema, dando l’impressione di subirlo senza troppi rimpianti

L’edizione di quest’anno non ha fatto altro che rafforzare l’idea che una curiosa rassegnazione, una sorta di decrescita felice, abbia contagiato Barbera e i suoi.

Il risultato sono sale per lo più deserte già da lunedì scorso, numeri in picchiata e la sensazione di una diffusa insoddisfazione: se la qualità complessiva non è stata terribile, certo le vette sono state pochissime, fuori e dentro il concorso ufficiale.

Ed i film che saranno distribuiti nelle sale dalla settimana prossima ancor meno.

Di questa mostra si ricorderanno forse l’inchiesta di Gitai su Rabin e la riflessione di Sokurov sul Louvre, i ragazzi di strada di Caligari e la città fantasma di Zhao, il processo implacabile di A war e l’inchiesta di Spotlight, la lunga notte di Un monstruo de mil cabezas, la maestria di Skolimowski e la paranoia dei fratelli di Frenzy.

Davvero non molto di più. Il resto è apparso marginale, provvisorio, incompiuto, incapace di segnare una strada nuova.

Domani sapremo chi ha vinto. Ma è davvero così importante?

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