Cinema con vista: Fury

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La guerra sta ormai giungendo al termine e gli alleati avanzano inesorabili verso Berlino, eliminando le ultime resistenze tedesche. Il sergente dell’esercito americano Wardaddy (Brad Pitt), al comando di uno Sherman, viene inviato con i suoi uomini in una missione suicida oltre le linee nemiche, nella speranza di assestare un duro colpo al cuore della Germania nazista.

Fury è una parabola nera e cupa di una guerra che sembra non voler lasciare scampo a nessuno. Donne e bambini sono barbaramente arruolati da una Germania ormai sull’orlo dell’abisso e chi si oppone,  perde la vita impiccato ad un palo della luce, come monito per tutti gli altri. Gli Alleati dovrebbero essere i salvatori, ma è proprio su questo punto che il regista David Ayer vuole riflettere: la guerra non fa sconti a nessuno. Non importa quale sia la tua bandiera o per cosa tu stia combattendo, ciò che conta è solo il fronte.

Una linea immaginaria che racchiude gli orrori e i dolori di soldati, una volta umani, mutati in bestie selvagge, il cui unico obbiettivo è sopravvivere. L’Americano non è diverso dal Tedesco e gli uomini buoni non si distinguono da quelli cattivi, poiché la loro comunione è nell’efferatezza delle azioni. Non esistono innocenti: solo colpevoli. Con questo messaggio Fury si ricollega ai grandi classici del cinema bellico, come Salvate il soldato Ryan ed Apocalipse now, fondendo la realistica violenza del primo nell’introspezione dell’altro, ma il risultato non è quello sperato. In questo caso il colpo di cannone non è andato a segno.

I buoni presupposti s’infrangono contro una guerra eccessivamente pessimista, che a tratti sembra quasi irreale, con ogni singola nota positiva immediatamente affogata nel sangue e nell’odio. “La storia è violenta” ci dice Brad Pitt nei panni di Wardaddy, ma il suo personaggio è troppo stereotipato perché risulti credibile. Invece di richiamare il colonnello “ Kurz” ricorda solo un maestro Yoda già troppo rivisitato nel cinema di genere.

Allo stesso modo i suoi compagni non riescono ad essere convincenti, con un senso di famiglia e di appartenenza al “carro” che si perde in una sceneggiatura molto colorita e poco curata. La Battaglia dei giganti è lontana, ma forse una nota positiva si può trovare nel giovane  Logan Lerman, che nella prima parte si fa carico dell’innocenza dello spettatore di fronte alla brutalità della guerra. Il suo sguardo genuino si contrappone al pessimismo di fondo e riesce a tenere viva una speranza di redenzione, per gli uomini e per il film, ma un finale troppo “americano” farà ricredere qualsiasi benpensante.

Fury è un’occasione persa, un film che avrebbe voluto sviluppare grandi temi e stupire con il proprio realismo, senza mai riuscire a spiccare il volo. La guerra interiore degli uomini non riesce a confrontarsi con il campo di battaglia e l’unica sequenza degna di nota si riduce ad un ben costruito scontro tra carri.

Uscirà in Italia il 3 giugno 2015.

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