Venezia 2014. Manglehorn

Manglehorn

Manglehorn **1/2

Che cosa nasconde il burbero Anngelo Manglehorn in una stanza di casa sua, chiusa a chiave e sbarrata?

Lo sapremo solo alla fine.

Angelo ha un negozio di chiavi. E’ stato l’allenatore di baseball del paese, ha avuto una moglie ed un figlio, ma non sembra avere affetti reali nella vita. Conduce una routine distratta, in cui ha deciso di includere solo la gatta Fannie.

Non succede molto nella sua vita. Ma Angelo continua a scrivere ogni giorno ad una donna che ha amato e che non ha saputo trattenere. Le sue lettere tornano indietro, puntualmente.

Il suo è una sorta di diario affidato ad una donna, rimpianta tutta la vita.

Improvvisamente però la gatta deve essere operata per aver ingoiato una delle sue chiavi, l’impiegata della sua banca decide di farsi avanti ed accetta un invito a cena, mentre il figlio, ricco finanziere che mal sopporta il padre scontroso, si trova al centro di un’indagine giudiziaria.

La sua vita tranquilla e solitaria viene così stravolta.

David Gordon Green prosegue la ricognizione sull’America di provincia e dipinge il ritratto di un altro magnifico perdente: Angelo Manglehorn vive nel passato, in quello che non è stato ed avrebbe potuto essere. Si è chiuso nel suo piccolo mondo da cui ha escluso quasi tutti.

Non ha un amico, non ha una moglie, non ha più davvero neanche un figlio, che non capisce e non approva. Neppure l’adulazione e l’affetto di qualche ex alunno gli sono di conforto.

Il lungo addio alla vita viene però alla prova da una serie di incontri che lo spingeranno a cambiare.

Anche qui come in The Humbling siamo di fronte ad un film che poggia interamente sulle spalle curve ed invecchiate di un gigante della scena.

Pacinoo si muove con un gatto negli spazi angusti di casa, cade, si rialza, il suo è un corpo cinematografico che ha perso la forza nervosa di Scarface o Heat, ma la macchina da presa è ancora innamorata di lui.

Le sue mani nodose, le sue unghie rotte, i suoi capelli bianchi, il pizzetto rado, gli occhialini da presbite, tutto contribuisce a caratterizzarre un personaggio ancora una volta da ricordare.

In Manglehorn non succede quasi nulla, è un film minimo e minimalista, ma Pacino, che negli anni ha imparato a trattenere la sua forza esplosiva comprimendola in una recitazione sempre più asciutta ed essenziale, è  il film stesso, la sua anima, il suo cuore.

Non perdetelo.

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