Cannes 2014. Timbuktu

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Timbuktu **1/2

Abderrahmane Sissako inaugura il concorso del 67 Festival di Cannes con un film che si impone subito all’attenzione generale, per temi, stile e forza narrativa.

Timbuktu e’ una delle sette meraviglie del mondo, ma vive tutte una contraddizione fortissima tra la sua storia millenaria ed il recente approdo fondamentalista.

La vita, sia in citta’ sia nel deserto che la circonda, segue ritmi e consuetudini ancestrali. La pesca e l’allevamento del bestiame sono al centro anche del racconto di Sissako. Kidane e’ un pastore che vive con la moglie e i due figli piccoli fuori dalla citta’ in una grande tenda. Il figlio più grande lo aiuta col bestiame, ma quando uno degli animali si impiglia nelle reti del pescatore Amadou, la tragedia e’ segno di un destino ineluttabile.

Nel frattempo i talebani controllano la citta’ e amministrano la giustizia, celebrano matrimoni e vigilano sull’osservanza dei nuovi precetti: niente musica, niente calcio, velo e capo coperto per le donne, costrette a portare calze e guanti anche quando e’ impossibile farlo.

Sissako riesce a mostrare il giogo insensato del fondamentalismo e la sua feroce ottusita’. Non ci risparmia momenti lirici, forse anche estetizzanti, ma che sembrano trovare il loro posto in un racconto corale, composito, ricco di momenti forti: la straordinaria scena dell’omicidio, quella ancora piu’ feroce della lapidazione, i ragazzi che giocano a calcio senza pallone, la caccia spietata che apre e poi chiude il film, con una gazzella che fugge ad un gruppo di bracconieri.

Sissako mette assieme molte microstorie, sceglie una messa in scena fin troppo ricercata, nel tentativo di far risaltare il nonsense del fondamentalismo, prim’ancora che la sua crudeltà.

Ed è questo il punto di forza di un film che sembra scorrere al ritmo lento del sole d’Africa.

Peccato che poi Sissako non si fidi troppo di questa polifonia narrativa e riduca la ricchezza iniziale ad una sola storia, di delitto e castigo, non particolarmente originale e piuttosto risaputa nel suo sviluppo lineare di causa ed effetti.

Questa scelta semplificatoria magari farà contento il pubblico della domenica pomeriggio, pronto ad indignarsi per la brutalità fondamentalista ed a commuoversi per una storia quanto mai esemplare, ma lascia un po’ l’amaro in bocca per l’occasione perduta.

Timbuktu resta comunque un film da vedere.

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