Locarno 2013. Gare du Nord

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Gare du Nord *

Mathilde insegna Storia all’università, ma è in congedo per curarsi da un tumore. Dopo un Master in materie umanistiche, Joan ha abbandonato le ambizioni accademiche e lavora come agente immobiliare, trascurando marito e figli. Da quando la figlia adolescente è scappata di casa, il comico per la TV Sacha ha perso talento e ispirazione ed è ossessionato dal ritrovarla. Per finanziare la tesi di dottorato in sociologia, Ismael lavora per la RATP [le Ferrovie dello Stato francesi, nda] intervistando i passeggeri che scendono dal treno. Le loro storie e i loro destini s’incrociano nel cuore di Parigi, alla Gare du Nord – la terza stazione ferroviaria nel mondo per traffico di passeggeri all’anno.

Presentato in anteprima mondiale nella sezione Concorso internazionale a Locarno, l’ultimo film di Claire Simon è una delusione totale. Al suo ottavo lungometraggio (l’esordio risale al 1997 con Sinon, oui, selezionato a Cannes) confeziona un pasticcio lungo, noioso e soprattutto improbabile.

A nulla valgono gli sforzi degli interpreti coinvolti, siano veterani (Nicole Garcia) o nuove leve del cinema francese – Francois Damiens e Reda Kateb, quest’ultimo visto in Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Prese una ad una, le storie dei passeggeri sembrano reggere, ma nel momento in cui la regista (e sceneggiatrice) cerca di intrecciarle in una trama complessiva s’ingolfano e fanno acqua da tutte le parti, perdendo ogni credibilità e interesse per lo spettatore disorientato.

Claire Simon vuole dire una parola su tutto: le anziane docenti sedotte dai giovani studenti e le giovani laureate che non trovano lavoro nella crisi, i problemi della seconda generazione di immigrati in Francia, la crisi sociale e culturale di un’Europa al capolinea. Sarà forse per questo che negli ultimi venti minuti saltano fuori  veggenti e “spiriti della stazione” per portare a casa il film?

L’eccesso di carne al fuoco è peggiorato poi dall’assenza di una qualsiasi poetica, di uno straccio di punto di vista non solo narrativo, ma soprattutto stilistico. La regia è piatta, e abbinata alla numerosità dei personaggi e all’assenza di progressione nella storia ricorda pericolosamente le peggio telenovele. Come se non bastasse poi, in un accesso di sperimentalismo, dopo la prima ora Claire Simon mette in mano un IPhone ai suoi personaggi, che si mettono a filmare quello che vedono. Sarà il bisogno di dimostrare qualche acuta tesi postmoderna sul raddoppiamento dello sguardo, e sulla diffusione di massa dei mezzi di ripresa? Oppure è puro e semplice product placement?

Si salva solo l’idea di partenza, che pesca a piene mani dalla sociologia dei nonluoghi di Marc Augé: osservare il traffico umano all’interno della più grande stazione europea, e il microcosmo sociale e culturale che origina da quest’ultimo. Qualcosa di già sentito e probabilmente già visto al cinema, e per il quale un semplice documentario di interviste sarebbe bastato (e avanzato).

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