Il cecchino

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Il cecchino **1/2

Regista sottovalutato eppure essenziale nel panorama del nuovo cinema italiano, Michele Placido, dopo i riusciti Romanzo Criminale e Vallanzasca ed il controverso ed autobiografico Il grande sogno, viene chiamato a dirigere questo bellissimo polar  francese, interpretato da tre icone come Daniel Auteuil, Matthieu Kassovitz e Olivier Gourmet.

E’ un lavoro su commissione Il cecchino, ma la confezione è impeccabile, grazie alla professionalità di un’operazione che farebbe invidia a Johnnie To.

L’ispettore Mattei, un malinconico poliziotto parigino a cui la guerra in Afghanistan ha portato via il figlio, sta per incastrare una banda di rapinatori: una volta scattato l’assedio all’auto dei malviventi, un misterioso cecchino,  fa fuori quasi tutta la sua squadra.

Il capo dei rapinatori, l’italiano Nicola, è ferito gravemente, ma il gruppo riesce a fuggire, grazie alla copertura dall’alto.

La banda di rifugia da un ambiguo dottore, che salva la vita a Nicola e lo tiene con sé finchè non si rimette in piedi.

Nel frattempo Mattei dà la caccia al cecchino di cui non si sa nulla. Una soffiata anonima ne consente la cattura, ma Mattei continua a brancolare nel buio finchè dai servizi segreti non gli comunicano che si tratta di un soldato Vincent Kaminski.

Nel frattempo il cecchino riesce ad evadere, ma la sua banda è stata decimata da un traditore.

Mattei è sulle tracce di Kaminski, e quest’ultimo si mette alla ricerca del dottor Frank, che nasconde un atroce segreto.

Il film non lascia un attimo di respiro, anche grazie al magnifico montaggio alternato che produce continue ellissi narrative che mantengono alta la tensione e lasciano nell’oscurità le motivazioni di tutti, sino all’ultimo atto.

Ruolo pubblico e vendetta privata finiscono per intrecciarsi perfettamente in un meccanismo ad orologeria.

Il film vira improvvisamente dal classico polar al cinema dell’orrore, con una libertà formale coraggiosa e istintiva, tipica del suo regista.

Placido ed il suo operatore Arnaldo Catinari immergono i protagonisti in una luce livida, grigia, e procedono per astrazione, con una pregevole geometria visiva, sin dalla rapina iniziale, passando per le scene nel locale di lap dance e nel bosco fuori città, per concludersi nel vicolo finale nel quale i tre protagonisti di affrontano, finalmente faccia a faccia.

A qualcuno potrà sembrare un film squilibrato, che non offre punti di riferimento e che anzi si diverte a metterli puntualmente in crisi. Ma in realtà è proprio questa sua esibita incoscienza a farne un film interessante, certamente fuori scala e di difficile posizionamento.

Placido è generoso, come sempre, e si regala un gustoso cameo – assieme a Fanny Ardant – nel quale ancora una volta ci tiene a mettere in scena un punto di vista morale, fosse anche quel codice d’onore che anche nel milieu criminale ha sempre fatto la differenza.

Daniel Auteuil è un po’ imbolsito, ma il suo è ancora un volto interessante, capace di portare su di sé i tormenti della verità e del perdono.

Kassovitz si muove con professionalità, a fianco a Luca Argentero, compagno nella banda criminale.

Ma, come spesso succede, è il bravissimo Olivier Gourmet, volto di tanti film dei Dardenne e recente protagonista de Il ministro, a rubare la scena a tutti con un ruolo sopra le righe, che riesce a restituire l’abisso dell’orrore, nascosto dietro all’ordinario.

Poco più che una comparsata per Violante Placido, nei panni della donna del capobanda Nicola, che piange inutilmente il ritorno del suo anti-eroe.

E’ cinema di genere, certo, ma di altissima professionalità. Merce rara nel desolato panorama italiano.

Da vedere.

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