Mereghetti su Anna Karenina

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La recensione settimanale del Corriere della Sera è dedicata ad Anna Karenina di Joe Wright.

Secondo Mereghetti:

[…] L’idea su cui si regge tutto il film di Joe Wright è che ormai quella di Anna Karenina non è più una «semplice» storia (per bella e appassionante che sia) ma piuttosto una specie di «copione» universale, di «canovaccio» all’interno del quale non agiscono dei personaggi ma piuttosto degli stati d’animo, dei sentimenti riconoscibili – l’Amore, il Tradimento, l’Onore, la Vendetta, la Colpa – e per questo eterni, dei «canoni» di comportamento talmente ben raccontati e definiti da poterli a propria volta mettere in scena. Come se non avessero più bisogno di essere calati dentro la carne e il sangue delle persone ma potessero vivere di vita propria. Come una volta le maschere dell’arte. Ecco allora che il luogo ideale per raccontare in questo modo Anna Karenina non è più la «realtà» del cinema ma piuttosto la «finzione» del teatro. E infatti nella prima scena le immagini ci dicono che siamo seduti in platea, mentre il sipario di velluto si apre davanti a noi. E solo la magia della macchina da presa ogni tanto cancella le dimensioni del palcoscenico per aprire lo sguardo oltre quelle quinte e quei fondali, giocando come a rimpiattino tra illusione e realismo, tra artificio e verosimiglianza.

[…] Si riconosce, in questo gioco di specchi e di rimandi, la mano dello sceneggiatore Tom Stoppard, che aveva già messo in pratica questi scambi tra realtà, fantasia e letteratura in Rosencrantz e Guilderstein sono morti e più recentemente nel fortunato Shakespeare in love. Là come qui la verità letteraria lascia ogni tanto il campo alla più esibita delle finzioni, con cui sottolineare quella universalità simbolica di cui si diceva prima.

Alcune invenzioni sono decisamente azzeccate e affascinanti, a cominciare dal valzer in cui Karenina e Vronskij si confessano reciprocamente e tacitamente il proprio amore.

[…] Altre volte, però, questo gioco segna il passo e soprattutto rischia di appesantire la rappresentazione della passione, soffocando l’efficacia del melò e riducendo, per troppa «finzione», la sua credibilità e la sua forza di coinvolgimento.

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