Mereghetti su The Amazing Spider-man

Paolo Mereghetti finisce per stroncare sottilmente il nuovo Spider-man di Andrew Garfield, nella sua recensione settimanale sul Corriere della sera:

Sarebbe facile fare dell’ironia, proprio cominciando dalla sequenza in cui il creatore di Spider-Man, Stan Lee (che lo inventò nel 1962 insieme a Steve Ditko) si mette in scena nel film: sullo sfondo l’Uomo ragno e Lizard se le stanno dando di santa ragione, distruggendo armadi e muri, ma in primo piano Stan Lee non si accorge di niente, tutto intento a sentire musica attraverso la cuffia che indossa. L’effetto è comico (c’è anche un tavolo che rischia di cadergli addosso e che Spider-Man ferma all’ultimo momento grazie a una delle sue ragnatele multiuso) ma la metafora non potrebbe essere più devastante: meglio girare le spalle a questo ennesimo sfruttamento dei fumetti Marvel e fare altro…

[…] si fatica a capire la necessità di un «reborn» che modifica un po’ la storia per continuare a giocare con le contraddizioni sentimentali e «morali» dell’adolescente imperfetto Peter Parker. Una volta la Disney rieditava i suoi classici ogni sette/otto anni per inseguire i cambi generazionali e sfruttare ogni pubblico possibile ma è la prima volta, mi sembra, che il «vecchio» prodotto viene sostituito dopo soli dieci anni con un rifacimento totale. Era così fuori moda la versione di Sam Raimi con Tobey Maguire e Kirsten Dunst?

[…] Ma più che su autentiche novità narrative (il 3D è ai limiti della truffa: risibile), il modesto interesse del film va cercato negli sforzi fatti a livello di sceneggiatura (firmata Vanderbilt, Sargent e Kloves) e di cast per inseguire una più «contemporanea» identificazione generazionale.

L’unica a salvarsi è proprio Emma Stone:

Più curioso il personaggio di Gwen, la compagna di scuola di cui s’innamora Peter, che nell’interpretazione di Emma Stone dà forma a quel protagonismo femminile che in più di un teen-movie (penso a Twilight) rivendica un’autonomia decisionale e sessuale che i maschi non sembrano più capaci di esercitare. È lei che fa il primo approccio, è lei che prende l’iniziativa (con un curioso invito per una «cena con branzino» che forse nasconde un qualche product placement ittico o solo un po’ di ironia contro i riti domestici della piccola borghesia), è sempre lei che dimostra, nel recupero finale dell’antidoto, un decisionismo e un coraggio decisamente «maschili». Anche se non riesce a sollevare il film dalla categoria popcorn-movie, quelli cioè che come il grano soffiato che si ingurgita durante la proiezione, non lasciano nessuna «sostanza» nello spettatore.

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