Cannes 2012. Le serment de Tobrouk

Le serment de Tobrouk **

Fuori concorso

Il film di Bernard-Henry Levy racconta la guerra di liberazione in Libia, nei sei mesi che hanno cambiato la faccia del paese africano, dopo 42 anni di dittatura.

Si comincia dalla fine, dalla camera mortuaria dove giacciono i corpi di Gheddafi e dei suoi figli e poi si torna indietro sino al marzo 2011, alle prime rivolte, alla legittimazione internazionale del Comitato di Liberazione Nazionale e delle forze di opposizione.

Il racconto sul campo dell’avanzata dei ribelli e della riconquista delle città è contrappuntato dalle interviste a Sarkozy alla Clinton, a Cameron.

Un documentario coraggioso, informato, che unisce presente e passato, affondando la sua riflessione sino alle radici storiche della Libia, alla sua arte ed alla sua cultura.

Manca del tutto l’Italia. E l’assenza è significativa. La gestione catastrofica dei rapporti con il regime negli anni dei governi Berlusconi – ed anche prima, a dire la verità – la nostra fuga dalle responsabilità nel momento del conflitto, hanno di colpo cancellato quasi un secolo di rapporti, di collaborazioni, di impegno modernizzatore, cominciati con le conquiste coloniali.

Cos’è che non funziona allora in questo film?

Quello che non funziona è che Bernard-Henry Levy ne fa un manifesto tutto personale, esagerato, narcisistico.

Sempre in scena, con le sue proverbiali camicie bianche, perfettamente stirate e i suoi vestiti blu dove la polvere non osa appoggiarsi, Levy istruisce i capi della rivolta, detta comunicati stampa, chiama al telefono il Presidente Sarkozy, cammina a testa alta vicino alla linea del fronte, arringa la folla degli insorti, scrive comunicati su un portatile sul ponte di una nave, sprezzante del caldo e del freddo, si mostra in tutta la sua grandezza di eroe (post) moderno.

In fondo, se davvero prestassimo fede a Le serment de Tobrouk, dovremmo dire che la rivoluzione in Libia è tutto merito suo. Ci mancano solo le immagini di Levy con un fucile in mano. Poi c’è davvero tutto.

Con arroganza intellettuale, pari forse solo al suo generoso attivismo internazionale, Levy costruisce un santino che finisce per mettere sullo sfondo tutti gli altri: i generali ed i politici libici, quelli europei ed americani, tutti sottoposti ed eterodiretti dalla sua visione internazionalista e libertaria.

Le immagini dei suoi viaggi a Sarajevo ed in Afghanistan intervengono più volte a chiarire che la battaglia libica è solo l’ultima delle imprese di Levy, vero Garibaldi del XX secolo, filosofo sul campo, così come nelle redazioni dei giornali e negli incontri con i politici.

Egocentrico.

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