Mereghetti su Il primo uomo di Amelio

La recensione settimanale sul Corriere della Sera è dedicata a Il primo uomo, il nuovo film di Gianni Amelio, tratto dal romanzo autobiografico incompiuto di Albert Camus.

Tutta la recensione è una risposta all’interrogativo che Mereghetti si pone in esergo: perché, adattando Il primo uomo di Albert Camus, il regista Gianni Amelio (responsabile anche della sceneggiatura) dà l’impressione di aver raggelato una materia che sulla carta è invece emotivamente incandescente?

Mereghetti ricostruisce le origini del film e dà conto dello stile di Camus:

Camus scrisse nella sua breve vita (1913-1960) alcuni dei romanzi più acuti sul dolore della condizione umana – penso naturalmente a Lo straniero e La peste – tutti pervasi da una sorta di cristallina razionalità dimostrativa, capace di dare alla pagina la forza di un teorema esistenziale. Fa eccezione Il primo uomo (pubblicato postumo nel 1994, in Italia da Bompiani), trovato incompleto e manoscritto nell’auto con cui Camus trovò la morte il 4 gennaio 1960. Si trattava chiaramente di una stesura non definitiva (da cui la titubanza degli eredi a rendere pubblico un lavoro non ancora terminato) ma in cui era evidente il fortissimo coinvolgimento emotivo dell’autore. […]

Nel manoscritto c’erano cancellature, ripensamenti, situazioni sospese, ma una cosa era evidente e balzava fortissima fuori dalle pagine: l’incandescenza della materia e il legame emotivo fortissimo di chi l’aveva scritta […]

Amelio invece sceglie di mantenere, come sempre accade nei suoi film, un rigore ed una distanza che attenuano la carica emotiva del racconto: questa storia Amelio la distilla, la raffredda, la «allontana da sé» cercando in tutti i modi (questa, naturalmente, l’impressione personale) di renderla il più possibile «oggettiva». […]

Tutto questo, che pian piano assume la forza di un percorso di vita e di educazione, Amelio lo filma con un rigore e una compostezza che si trasformano in una bellezza fuori dal tempo, in una eleganza antimelodrammatica. Nel senso che quello che potrebbe spingere all’identificazione viene raccontato con il minimo di emotività possibile.

La soluzione alla domanda iniziale arriva solo alla fine:  Perché questa scelta di rigore e di stile che sembra andar contro le aspettative di un pubblico sempre un po’ anestetizzato di fronte al nuovo e al non-conformista? La mia personalissima risposta è che Amelio abbia avuto timore di farsi coinvolgere troppo da una materia che poteva far scattare un’identificazione «rischiosa» (anche lui era stato un povero adolescente, costretto a vivere con la madre da un padre che «non c’era», emigrato in America) e che questo rischio l’abbia spinto a distillare ogni immagine, ogni battuta, ogni silenzio, ogni ricordo.

Di fronte a una materia così incandescente – per Camus ma anche per Amelio – il regista italiano ha scelto la strada dell’essenzialità, della decantazione, della mente prima del cuore (come sembra fare il suo protagonista adulto di fronte alla morte del figlio di un amico), di chi cerca le parole e non le lacrime. Di chi vuole far capire e non solo raccontare.

Non è proprio questo a fare di Amelio uno dei più grandi registi italiani?

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.