Sorrentino a Cannes: prime anticipazioni sul nuovo film

In un bellissimo articolo pubblicato dal riformista, Michele Anselmi ci dà qualche anticipazione sul nuovo film di Paolo Sorrentino, This must be the place, in concorso al prossimo Festival di Cannes.

E’ il primo film in inglese del regista napoletano, ma il cast tecnico e la produzione è quasi interamente italiana.

Sin da ora aspettiamoci una cascata di note, variamente modulate, puro Sorrentino-style: la canzone del titolo, s’intende, più riferimenti vari, dal minimalista estone Arvo Pärt (usato pure in “Habemus Papam”) ai francesi “indie” Herman Düne, dal cantautore americano Will Oldham al tedesco Achim Reichel, da Ben Harper agli Arcade Fire, più tanti altri. «Il mio rapporto con la musica è ossessivo, mi indica l’architettura delle immagini» teorizza il regista…

D’altro canto si parla di una pop star, ritagliata, fisicamente, sul modello di Robert Smith dei Cure, una passione giovanile di Sorrentino. E una battuta di dialogo suonerà così: «Non si devono giudicare le persone dalla musica che ascoltano». «Ah no? E allora da cosa le giudichi?».

Ma non pensate a un film su un divo caduto. Parola del regista: «La storia nasce da una mia curiosità verso i nascondigli dei nazisti, una cosa che non ha nulla a vedere con la mia storia personale, ovvio». S’intende che la caccia al nazi sarà uno spunto per parlare anche d’altro: di radici e cultura europee, di un tormentato rapporto padre-figlio, di un lungo viaggio alla riscoperta di se stesso, di una vendetta che potrebbe convertirsi in riconciliazione. Un modo, insomma, per «raccontare il problema dei problemi dell’Europa, quella specie di montagna invalicabile, incomprensibile, paurosa, che è stata la violenza omicida di massa perpetrata nei confronti degli ebrei».

Anselmi racconta per sommi capi l’incipit del film, che ha per protagonista …l’ex pop star Cheyenne, che fu leader dei Fellows. Senza figli, ostenta un look da ventenne, abiti neri attillati e anfibi militari in tinta, però ha 50 anni. Ridicolo, pure un po’ patetico. Appesantito, reso lento da un passato di droghe e alcol, l’uomo conduce un’esistenza da precoce pensionato del rock.

…Finché non riceve una telefonata da New York. Il padre, dimenticato da trent’anni, sta morendo.

Cheyenne, terrorizzato dall’aereo, parte in nave, arriva troppo tardi. Curiosando per casa, nei giorni successivi al funerale, trova dei diari che lo incuriosiscono. Il padre ebreo, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, non ha mai smesso di cercare un ufficiale delle SS, tal Aloise Lange, per vendicarsi di un’umiliazione subita. «Un’umiliazione banale, nulla rispetto alle cose atroci accadute nei lager. Ma di questa offesa irrisoria l’uomo ha fatto la sua ragione di vita. E ha cercato per tutta la sua esistenza quel piccolo criminale nazista per vendicarsi» ha spiegato Sorrentino.

Chiaro che Cheyenne proseguirà l’opera del padre inseguendo il nazista. Di cui sa poche cose: ha più di novant’anni, vive da qualche parte negli Usa, ha sposato un’americana. Così, alla guida di un enorme pick-up (naturalmente total black), il maldestro investigatore si immerge solitario nella provincia americana alla ricerca del vecchio aguzzino. Sarà un viaggio anche dentro se stesso. E quando troverà Lange, dalle parti di Alamogordo, in New Mexico, dovrà decidere cosa fare: perdono o vendetta?

Il film uscirà in sala solo ad ottobre, nel pieno della stagione cinematografica italiana, che in questa primavera assolata sta regalando più di qualche delusione al botteghino.

Dice Sorrentino: «Il film si muove su tre binari: l’ironia sul personaggio di Sean Penn, il mancato rapporto tra padre e figlio, il tema dell’Olocausto. Tuttavia, a differenza dei miei film precedenti, e nonostante il tema, non c’è mistero stavolta: semmai una sorta di gioia».

Non sfuggirà che “This Must Be the Place” è una scommessa estetica e produttiva insieme.

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