Tron Legacy vs. The Green Hornet

Tron Legacy *     The Green Hornet *

Tron Legacy e The Green Hornet sono due esempi perfetti della degenerazione delle produzioni mainstream hollywoodiane, costose, fracassone, scritte da sceneggiatori con l’età mentale di un seienne e capaci di frustrare ogni aspirazione autoriale, ogni riminiscenza del passato ed ogni tentativo di intrattenimento per adulti.

Tron Legacy, dell’esordiente architetto Joseph Kosinski, cerca di sfruttare la nostalgia degli anni ’80 e dei vecchi videogames, per aggiornare all’epoca della computer grafica, l’universo originale, che aveva segnato l’esordio al cinema delle prime applicazioni computerizzate.

Ma lo fa con una trama che dire scontata o risaputa è un eufemismo. Kevin Flynn, scomparso alla fine del primo episodio è intrappolato nel mondo di Tron, dove il suo alter ego Clu ha fondato una dittatura dei programmi, capace di sterminare gli ibridi e isolare gli umani.

Flynn vive in un esilio zen, con l’ultima preziosissima ibrida, Quorra, il cui DNA potrebbe aiutare a debellare le malattie del nostro mondo.

A salvarlo vent’anni dopo, è il figlio Sam, che scoperto il laboratorio del padre, viene catapultato nel mondo di Tron ed ha poche ore, prima che la  porta di comunicazione tra i due mondi si chiuda.

Il film è infarcito di corse su moto virtuali, battaglie gladiatorie e cattivi da barzelletta, come il Castor/Zuse interpretato, come un novello Ziggy Stardust, da Micheal Sheen.

Jeff Bridges vaga annoiato per i set digitali mentre il suo doppio, ringiovanito con il motion capture, crea un paradosso attoriale sprecato banalmente da un regista che non sa quello che vuole.

Sul protagonista Garett Hedlund stendiamo  un velo pietoso: siamo al grado zero della recitazione cinematografica.

L’unica che sembra crederci un po’ è Olivia Wilde, ma neppure lei esce indenne da questa catastrofe narrativa.

Se l’originale era ben poca cosa e rimaneva nei ricordi dei bambini di allora solo per il gusto kitch ed il mito dei baracconi arcade, che popolavano le sale giochi, questo Tron Legacy non è neppure divertente per un sabato sera senza pensieri.

Le seriose elucubrazioni di Flynn ed il tono generale, privo di qualsiasi ironia, ne fanno un campione di noia ed ilarità involontaria.

Non se la cava meglio Michel Gondry: il maestro di Eternal Sunshine, L’arte dei sogni e Be kind rewind, qui sembra completamente perduto.

Tutti cedono prima o poi al mito dei fumetti e delle ricche produzioni alimentari, ma qui davvero la mano delicata ed il gusto vintage di Gondry sono del tutto irriconoscibili.

Questo calabrone verde vince certamente il premio come super eroe più antipatico e supponente della storia.

Interpretato e scritto da Seth Rogen, volto della factory di Apatow, il rampollo miliardario Britt Reid che passa da party scatenati, alcol e donne a voler debellare la criminalità losangelina, è quanto di peggio si sia visto sullo schermo in anni di adattamenti.

Impossibile qualsiasi identificazione con un asshole di tale specie, presuntuoso, inetto, vanesio e persino incapace di riconoscere i meriti esclusivi della sua spalla, il meccanico Kato, dotato, lui sì, di abilità fuori dal comune.

Alla morte del padre, magnate della carta stampata ed apparentemente paladino dei deboli, Britt Reid si trova a fare i conti con un’eredità difficile.

Non trova di meglio che mettersi una mascherina e, grazie alle doti di Kato, maestro nelle arti marziali, dare la caccia a criminali e politici corrotti.

Lo aiuterà anche la nuova segretaria, interpretata da Cameron Diaz, il cui unico ruolo nel film è di arginare la fastidiosa sensazione di omosessualità latente nei due protagonisti.

Gondry coreografa con rallenty ed improvvise accelerazioni i combattimenti di Kato e si ferma qui. Il resto avrebbe potuto farlo un qualunque epigono di Michael Bay o Zack Snyder.

Di fronte ad una sceneggiatura così idiota, l’unica soluzione sarebbe stata quella di non girare mai questa versione di The Green Hornet. Nessuno ne sentiva il bisogno.

E non è un caso se i due blockbuster del Natale americano siano stati sonoramente battuti al botteghino da True Grit dei Coen, un piccolo grande film, dove il talento dei due registi si è messo interamente al servizio dell’intelligenza della scrittura e della caratterizzazione dei personaggi.

Non c’è nulla davvero da salvare in questi due costosissimi disastri. Peccato solo che vi siano coinvolti attori e registi del calibro di Jeff Bridges, Christoph Waltz, Michael Sheen e Michel Gondry: solo lo spreco del loro talento, vale un oncia della nostra attenzione.

Il resto è da dimenticare.

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