Il concerto

Il concerto **

Cosa si può fare quando gli amici, folgorati da una visione in lingua originale de Il concerto di Radu Mihaileanu, ti colgono impreparato?

La proiezione in un cinema d’essai è ormai persa, non resta che recuperare il titolo in dvd e predisporsi ad una comoda visione “riparatoria”.

Salvo poi scoprire, mano a mano che il film procede, che quell’entusiasmo iperbolico è stato davvero mal riposto.

Il concerto è l’ennesima variazione del regista rumeno sui temi che gli stanno più a cuore: l’astuzia ebraica, la capacità di trovare una via di fuga anche nelle situazioni più disperate, lo sberleffo alla storia ed un sapiente bilanciamento di commedia e melò.

Qui la storia è quella di Andrei Filipov, famoso direttore d’orchestra del Bolshoi di Mosca, la cui carriera è stata bruscamente interrotta nel 1980 da un diktat di Brežnev.

Proprio nel mezzo di un concerto per violino ed orchestra di Tchaikovsky, il direttore del teatro irromperà sul palco, per spezzare la sua musica e la bacchetta.

Il nodo del contendere sono i musicisti ebrei dell’orchestra, destinati, nel migliore dei casi, ad abbandonare le scene. Ritroviamo Andrei trent’anni dopo, costretto a fare le pulizie nel teatro dove non può più dirigere, rimproverato dal nuovo e ottuso direttore del Bolshoi.

Ma le cose sembrano poter mutare improvvisamente: un fax del Théâtre du Châtelet di Parigi ha invitato l’orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Andrei ne viene in possesso, ricostituisce la vecchia orchestra e la spaccia per quella del teatro moscovita, per un’ultima occasione di dirigere l’amato Tchaikovsky, assieme ad una famosa violinista francese.

Vi sembra che ci siano già troppi elementi fiabeschi in questo inizio? Non è tutto.

Il sogno di una vita sembra a portata di mano, anche grazie alla superlativa capacità dei russi di ottenere passaporti falsi, recuperare gli abiti e gli strumenti, contrattare i benefit per la serata ed i confort del viaggio con lo Châtelet, anche grazie al vecchio impresario di una volta, ora dirigente del moribondo partito comunista.

Ed è proprio qui, nella parte centrale, che il film sbanda paurosamente afflitto da una regia che non ha mai un colpo d’ala e che si accontenta di assecondare il cast eterogeneo e istintivamente simpatico, per mettere in scena una serie di sketch, che non superano mai il livello dello stereotipo culturale.

Il realismo ricercato degli inizi, con il direttore d’orchestra costretto a fare le pulizie nel teatro ed il figurante ai comizi del partito comunista ed alle feste dei ricchi magnati russi, avrebbe potuto essere coltivato più limpidamente, invece si scontra con una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti sul piano della credibilità storica e narrativa.

I 55 musicisti, arrivati fortunosamente a destinazione, si disperdono a Parigi in mezza giornata, trovando immediatamente impieghi provvisori, vendendo cellulari e caviale di contrabbando, come se si fosse ancora ai tempi della cortina di ferro.

Saltano la prova generale, ma poi basta un messaggio a convocarli tutti sul palco del teatro la sera del concerto, per un’esecuzione che appare stentata solo per i primi 15 secondi, poi, trascinati dal violino di Anne Marie Jacquet, l’orchestra non sbaglia più un’attacco e proseguirà in una  trionfale tournee in tutto il mondo.

Nel frattempo, Mihaileanu riesce anche ad intrecciare nel finale un denso melò, che coinvolge la giovane musicista francese, il vecchio direttore e la sua violinista di allora, deportata in un gulag.

Il tutto sulle note del concerto di Tchaikovsky, che segnano gli ultimi 12 minuti del film con una serie di ellissi, che legano passato, presente e futuro.

Come si fa a non commuoversi: rivincita sociale e culturale, anche contro le persecuzioni della storia, successo degli outsiders e musica sublime.

Un mix irresistibile… però non siamo cani pavloviani… se ci si ferma un attimo a pensarci, ci si sente presi in giro, tanto il meccanismo è scoperto.

Mihaileanu mescola tutto, in un calderone cucinato con elementi semplici ed efficaci, ma esagera e deborda continuamente, facendo leva sulle emozioni e dimenticandosi di tutto il resto.

Train de vie era, da questo punto di vista, molto più rigoroso e lineare nei suoi intenti e manteneva sino in fondo un andamento rapsodico di sottile intelligenza ed astuzia inarrivabile.

Probabilmente il successo di quel film ha spinto il regista a ritenere di poter applicare ad ogni contesto lo stesso metodo, come dimostrano Vai e vivrai e questo Il concerto.

Nel finale concitato tutto sembra essere troppo programmatico, imposto, rivoltando paradossalmente la commozione a lungo ricercata in un inutile affastellarsi di strizzate d’occhio, di sottolineature gratuite, segno di una sceneggiatura sciatta e di un tono costantemente sopra le righe, come nel peggior Kusturica.

Certo, Tchaikovsky è meraviglioso: ma Mihaileanu non c’entra nulla…

Piccola nota finale: il doppiaggio italiano contribuisce dannatamente a trasformare Il concerto in una barzelletta, con i russi che parlano per tutto il film quell’italiano maccheronico dei film della guerra fredda.

Se proprio volete vedere Il concerto, fatelo almeno in lingua originale.

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8 pensieri riguardo “Il concerto”

  1. Caro Albanese,
    se voleva realismo, verosimiglianza e coerenza poteva guardarsi i filmati di un autovelox. Questa è una favola, con tutte le VOLUTE, dichiaratissime esagerazioni della favola. I personaggi sono sgrossati, pregiudiziali, simbolici. D’accordo, il Concerto per violino e orchestra non si improvvisa, ma neanche i gatti portano stivali, e per rimanere nel cinema neppure le puttane di Hollywood sposano Richard Geere. E allora? Un film non è un manuale d’uso della lavatrice. In questo film si piange perchè è bello trovare una scusa per farlo, ogni tanto, e gli occhioni della Laurent sono meglio che tagliare una cipolla. Ci si commuove perchè ci sono sentimenti, c’è la possibilità di pensare a valori, armonie, movimenti di cuore che nella vera vita, quella verosimile e razionale che a lei piace tanto, sono riservati ai bambini prima della prima Playstation. Lo so anch’io che mai in vita mia mi è capitato e mai (ormai) mi capiterà di essere guardato in quel modo da una violinista bionda, o di riuscire a padroneggiare uno spartito orchestrale.Un GRAZIE a chi per qualche minuto mi ha gentilmente illuso che sarebbe potuto capitare anche a me.

    A.Nencioni

    1. Caro Nencioni,
      certamente posso essere io in errore. La mia è un’opinione, non pretendo di imporre verità assolute. Come ho scritto, il film è piaciuto a molti ed ha delle qualità che mi sembra di aver evidenziato. Ma se dopo essersi asciugati le lacrime, ci si ferma a riflettere un po’… allora forse altri elementi prevalgono sull’emozione.
      Anche le fiabe vanno raccontate bene!!!
      M.A.

      1. …cioè i sette nani vengono denunciati per violenza di gruppo, il Brucaliffo finisce dentro per spaccio di hashish e il Gatto con gli stivali muore di leishmania? Bah. Il bello delle favole è che non seguono la logica. Io mi asciugo le lacrime, mi soffio il naso e torno nel mio logicissimo mondo reale che è ALTRA cosa e risponde ad altre leggi. Le domande che mi pongo valutando un’ opera d’arte, o comunque di comunicazione, sono: ha una coerenza interna? Certo, parte assurdamente e finisce assurdamente, nessuna pretesa di verosimiglianza. I personaggi interpretano con convinzione ed efficacia il loro ruolo (per quanto folle sia)? Direi che la loro bravura non sia in discussione. Cerca di imbrogliarmi? Certamente non Il Concerto, al contrario di tantissimi flm “impegnati” che traboccano di product placement. C’è la principessa bionda, l’orco cattivo, l’eroe che alla fine vince, il momento di paura e il momento di ilarità ? Sì. E cosa ci vuole di più o di diverso per raccontare meglio una fiaba? Se voglio rimanere sulla Terra vado a vedere Tra le nuvole: anche quello è recitato e diretto magistralmente, però è TUTTO verosimile, infatti alla fine mi suicido ghignando…

        Buone vacanze!

        A.Nencioni

      2. Se le favole non seguissero una logica allora gli straordinari studi di Propp, Calvino, dei Grimm, di Freud e Jung… sarebbero stati tutto tempo perso? Mah…
        Lei continua ad attribuirmi un punto di vista che non è il mio. Io non dico che Il Concerto avrebbe dovuto assumere una veste realista. Ci mancherebbe altro! E’ Mihaileanu se mai che, all’inizio, pretende di inserire notazioni realiste, facendo la morale ai nuovi ricchi ed ai nostalgici del partito comunista…
        Io dico solo che i racconti, anche le favole consolatorie, a lieto fine, come Il concerto, dovrebbero seguire delle regole. Altrimenti in nome dell’emozione giustifichiamo buchi di sceneggiatura, personaggi stereotipati, linee narrative posticce e meccanismi diegetici vecchi come la storia del cinema…
        Buone vacanze!
        M.A.

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