Mine vaganti

Mine vaganti **1/2

Ferzan Ozpetek vorrebbe tanto essere Pedro Almodovar!

Vorrebbe poter parlare d’amore, di famiglie allargate, senza i confini stretti dell’identificazione di genere e lasciarsi andare al melò fiammeggiante.

Vorrebbe avere quel talento così originale nel raccontare le passioni e le fatalità del destino, con il calore e la struggente malinconia del maestro spagnolo.

Vorrebbe.

Ma nonostante la buona volontà, Ozpetek è ancora molto lontano dal modello…

Le sue ultime prove in particolare, hanno alternato le consuete terrazze romane a tentativi di indagare relazioni diverse, dalla manager in crisi di Cuore sacro, alla violenza incomprensibile di Un giorno perfetto, con risultati contraddittori, spesso del tutto dimenticabili, che hanno coinvolto anche Saturno contro, ritorno poco riuscito ai suoi temi originari, in cui morti, rinascite e tradimenti suonavano del tutto falsi e programmatici.

Con Mine vaganti, Ozpetek lascia finalmente la Roma dell’Ostiense, per rifugiarsi in una Puglia, la cui forza drammatica riusciamo ad intravvedere solo nella cornice storica, che apre e chiude il film, il cui la giovane nonna, interpretata da Carolina Crescentini, tenta di fuggire da un matrimonio, che non ha mai voluto, in un triangolo alla Jules e Jim.

Il film, ottimamente fotografato da Maurizio Calvesi, con dominanti calde, è girato quasi tutto in interni, in cortili antichi o in strade strette, che sembrano voler rappresentare tutto l’opprimente moralismo di provincia e l’impossibilità di evadere dalle pesanti eredità familiari.

Il protagonista è Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio), l’ultimo di tre fratelli che, dopo aver studiato a Roma, ritorna a Lecce per mettere il padre, titolare di uno storico pastificio locale, di fronte al fatto compiuto: si è laureato in lettere e non in economia, vuole fare lo scrittore, perchè della pasta non sa nulla, ed è omosessuale.

Tommaso sa che il padre finirà per cacciarlo di casa, ma in fondo è quello che vuole: poter tornare a Roma, nel suo mondo, lontano dal provincialismo salentino e da una famiglia che non sembra poter capire…

Confida al fratello Antonio la sua imminente pubblica confessione, ma quest’ultimo lo batte sul tempo. Alla cena organizzata dal padre con il nuovo socio in affari, Antonio, che da sempre lavora nel pastificio e che sembra essere l’erede designato, dichiara il suo amore per un operario della ditta e fugge di casa, proprio mentre il padre, sconvolto dalla rivelazione ha un attacco di cuore  e viene ricoverato.

Le precarie condizioni di salute del capofamiglia, spingono Tommaso a mantenere il suo segreto ed a sostituire momentaneamente Antonio alla guida del pastificio, affiancando Alba (Nicole Grimaudo), la figlia del nuovo socio, che sembra decisa e determinata, sia quando si tratta di scelte aziendali, sia quando si tratta di vendicare uno sgarbo sentimentale.

La vediamo infatti all’inizio, sfrecciare su un’ Alfa spider rossa per le strade strette del paese e poi fermarsi, davanti ad un attonito Tommaso, per rigare la carrozzeria di un’auto da parte a parte.

La vicinanza tra Alba e Tommaso, prima dovuta ad obblighi lavorativi, poi sempre più privata, farà nascere un sentimento impossibile.

E’ qui che Ozpetek vola alto, le serate a casa di Alba sono un piccolo miracolo di equilibrio drammatico ed interpretativo, in cui bastano un campo e controcampo, uno sguardo insistito, una carezza improvvisa ad accendere il desiderio.

Purtroppo il cinema di Ozpetek è sempre troppo pieno: troppa musica, che finisce solo per sottolineare inutilmente emozioni e sentimenti che avrebbero bisogno invece della chiarezza semplice del silenzio, troppe carrellate circolari, attorno a tavole imbandite, troppe terrazze assolate, troppa voglia di spiegare tutto e cercare il racconto grande, che leghi passato e futuro.

Paradossalmente è anche troppo vuoto: incapace di verità e di complessità. Ozpetek rappresenta persino la comunità omosessuale attraverso gli stereotipi delle canzoni, dei vestiti attillati, dei balletti al mare, che strappano certo una risata, ma che dimostrano una superficialità incomprensibile ed allo stesso tempo tranquillizzante.

Anche in un film comunque riuscito, divertente, Ozpetek mostra tutti i suoi limiti, in una visione del mondo fintamente conciliante. Peccato, perchè il racconto corale funziona, il melò lascia il posto alla commedia e le battute felici non mancano, grazie ad un cast perfettamente assortito, in cui l’irrisolto Scamarcio si confronta con il padre omofobo, Ennio Fantastichini, la madre ingenua, Lunetta Savino, la zia, alcolizzata infelice e ninfomane, Elena Sofia Ricci, il fratello Antonio, Alessandro Preziosi, e la nonna, Ilaria Occhini, la mina vagante del titolo, vera coscienza irrequieta del film, capace di comprendere senza bisogno di spiegazioni.

E’ lei a farsi carico, come spesso avviene nei film di Ozpetek, di quella saggezza un po’ folle che riesce a ricomporre i pezzi di un puzzle familiare, apparentemente irrisolvibile. E’ lei a suggerire ai nipoti di sbagliare da soli, senza condizionamenti e senza inutili rinunce.

Su tutti però spicca Nicole Grimaudo, nei panni di Alba, il personaggio più riuscito, quello che Ivan Cotroneo e Ferzan Ozpetek tratteggiano con più vivida originalità, affidandolo alle cure di una giovane attrice, mai così brava.

E’ un ruolo difficile il suo, silenzioso, quasi senza dialoghi. Eppure sembra essere la sua Alba a raccogliere l’eredità più difficile della famiglia Cantone: quella di una passione senza amore, di un sentimento mai appagato, irrealizzabile, platonico, ma non per questo meno doloroso.

 

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