Nine

Nine **1/2

Perchè Nine non sia piaciuto ai critici americani ed abbia avuto un modesto riscontro al box office è difficile a dirsi. Il film è brillante, piacevole, ben interpretato da un cast sontuoso.

Scenografie e costumi sono di primissimo livello, la regia di Marshall ricalca lo stile fortunatissimo di Chicago, con una macchina da presa continuamente in movimento orizzontale ed un montaggio che frantuma la performance degli attori nei numeri di ballo e canto.

La produzione dei fratelli Weinstein è ricchissima e la fotografia di Dion Beebe racconta meravigliosamente sia il bianco e neo dei ricordi, sia il colore dei numeri musicali nel Teatro 5 di Cinecittà, sia il romanticismo di una Roma da cartolina.

Certo il musical è un po’ particolare, non piace a tutti e richiede una continua sospensione dell’incredulità. E’ il meno realistico dei generi ed il più genuinamente teatrale.

E decidere di confrontarsi con il punto più alto della carriera di Fellini e forse di tutto il cinema del vecchio continente, era una sfida ardua per chiunque, anche se mediata dalla riscrittura musicale.

Eppure a me pare che questa sfida non sia stata completamente persa.

La storia è nota: il regista italiano Guido Contini è in profonda crisi creativa e personale.

Alla vigilia del suo nono film, tutti pretendono una professionalità che non può rispettare: in un caleidoscopio in cui si alternano ricordi passati e immagini cinematografiche, Guido cerca tra le sue donne la risposta ad un’impasse creativa, che vive su di sè come una sorta di malattia.

Assillato da produttori, finanziatori, costumiste, attrici, mogli e amanti, la sua vita ha perso quel precario equilibrio tra spirito fanciullesco e matura saggezza, che regalava ai suoi film la magia che tutti si aspettano anche da questo nuovo lavoro.

Ma quell’equilibrio è costruito su una serie infinita di menzogne, piccole bugie, fughe improvvise, nelle quali la vita reale e l’immagine pubblica si sovrappongono continuamente.

Daniel Day Lewis, nel ruolo che fu di Marcello Mastroianni, aveva il compito più difficile, sia per il confronto inevitabile con il passato, sia per l’oggettiva difficoltà di un ruolo in cui è difficile identificarsi.

La sua interpretazione manca della sottile autoironia originale, che donava una leggerezza complice e un po’ cialtrona al personaggio di Guido: Lewis è fondamentalmente un attore drammatico, shakespeariano si potrebbe dire, di intensità tragica, lontano dai modi e dalla ruffianeria di un italiano.

Eppure l’attore inglese non sfigura, anzi dona al protagonista un incedere del tutto originale, spesso di spalle, un po’ curvo: il suo Guido è  irriducibile bugiardo, perennemente in cerca di una sigaretta e dei suoi occhiali scuri, costretto a subire il precipitare degli eventi.

Le altre attrici sono tutte perfettamente in parte, dalla costumista Judi Dench, capace di riportare Guido con i piedi per terra, a Nicole Kidman nel ruolo della diva Claudia Jenssen, icona femminile distante e capricciosa, fino a Fergie nel ruolo della Saraghina, a Kate Hudson in quelli della giornalista tentatrice ed a Penelope Cruz nei panni succinti di Carla, l’amante del regista.

Ma su tutte risplende la moglie Luisa, interpretata in maniera sublime da Marion Cotillard: l’attrice, scoperta da Guido, è diventata compagna di una vita, capace di sopportare i tradimenti e le mezze verità del famoso regista, con un dolore mai ostentato, eppure commovente.

Marshall, su una sceneggiatura di Michael Tolkin e Anthony Minghella, cita inevitabilmente momenti del capolavoro felliniano, ma cerca una sua strada nell’interpretare la crisi creativa di un regista di successo.

Modifica, taglia, aggiunge personaggi, ribalta i punti di vista, spezza il flusso narrativo con i numeri musicali.

Ed allora cosa c’è che non va in Nine?

Manca la magia di Fellini, certo, la sua capacità di squarciare il racconto opprimente di un fallimento personale ed artistico con un flusso di invenzioni, ricordi, sospensioni temporali, che si sciolgono nel famosissimo girotondo finale, che spezza ogni realismo, per riaffermare gioiosamente la straordinaria e malinconica bellezza del cinema. E della vita.

Quella magia, Marshall, avrebbe dovuto ricrearla con i numeri musicali, che sono invece la parte più debole di Nine. Mal scritti, con musiche spesso poco significative, appaiono ancora più fastidiosamente posticci, di quanto non siano già in ogni musical.

Con l’eccezione dei tre brani centrali, Be Italian (il ricordo delmare di Pesaro e della Saraghina), My husband makes movies (la moglie Luisa arriva alle terme) e Cinema Italiano (le giornalista di Vogue cerca di sedurre Guido), il resto è veramente trascurabile, sia dal punto di vista musicale, sia coreografico.

Occorreva limitare i numeri o dare una notevole rinfrescata al libretto di Arthur Kopit, Maury Yeston e Mario Fratti.

Che un musical sia debole proprio nella parte cantata, è un peccato che difficilmente si può perdonare al coreografo/regista Rob Marshall, che pure per un paio d’ore ci ha regalato, ancora una volta, il ricordo di quella Roma fatua e irresistibile dei paparazzi, della dolce vita,  degli anni’60.

Tanto mitizzata dagli americani, quanto messa alla frusta dal riminese Federico Fellini e dal marziano Ennio Flaiano.

Non solo, ma il ribaltamento più sconcertante è proprio nel finale: mentre per Fellini è l’immaginazione visionaria e grandiosa ed istintiva a salvare la crisi di Guido-Mastroianni, per Marshall è il ritorno nei canoni della sceneggiatura forte, della solida produzione pseudo-hollywoodiana.

Uno schiaffo a tutti gli straordinari iconoclasti del cinema: a Welles come a Von Stronheim, ad Antonioni come a Scorsese, a Kubrick come a Fellini.

Ed è forse in questo scarto, in questa differenza irridubile, che risiedono tutti i limiti dell’operazione Nine.

In fondo però, se anche  anche uno solo degli spettatori del film di Marshall, incuriosito, noleggerà una copia di 8 e 1/2 o La dolce vita o I vitelloni, allora forse l’impresa non sarà stata del tutto inutile.

poster locandina

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