Milk vs Frost/Nixon

“L’epoca di George Bush, piena di ansie e frustrazioni, ha generato molte storie dark, sull’oppressione, su che cosa succede quando le regole della democrazia vengono meno.”

Ron Howard, 2008

 “Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte della repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese.”

Harvey Milk, 1978

“Part of me believes in anonymous art. I got that from a writer named Jamake Highwater, who wrote about painting before the Renaissance. The way people related to art in, say, ancient Greece. How it was about the community for the community and not the self-expression of the artist. I thought of ‘Good Will Hunting’ and ‘Finding Forrester’ as doing it for the people, and wanted to speak without the hindrance of my own style. I’m not sure if that’s possible, but it was my rationale.”

Gus Van Sant

Ancora una volta il cinema americano sembra essere il più pronto a riflettere sulle profonde trasformazioni della realtà odierna, sulla politica ed i suoi mutamenti, sul ruolo culturale dei mass-media.

La rappresentazione degli uomini politici è quasi sempre influenzata dalla mitologia dell’eroe solitario, anche nel suo risvolto negativo, ma la capacità di raccontare il presente attraverso alcune figure chiave è una qualità che affascina e rende forse un po’ invidiosi noi europei, per lo più incapaci persino di formulare qualche domanda sul nostro recente passato.

Gus Van Sant e Ron Howard hanno scelto, per i loro ultimi film, due uomini  lontanissimi: l’ex presidente al tramonto, raccontato da Frost/Nixon è stato una delle figure più controverse della politica conservatrice dello scorso secolo; Harvey Milk era invece un politico locale di San Francisco, la cui carriera fu tragicamente interrotta dopo essere stato eletto, primo omosessuale dichiarato, alla carica di consigliere comunale.

Altrettanto distanti per sensibilità, cultura cinematografica, stile e temi, i due registi sono entrambi impegnati su un terreno non propriamente usuale.

Ron Howard, qui alla sua opera più matura, affronta il politico Nixon nell’ultima sua ribalta, prima dell’oblio.

La serie di interviste concesse allo showman David Frost, rappresentarono il tentativo estremo di restituire senso ad una vita intera, vissuta nel segno della politica.

Ed in fondo Nixon cercava un avversario degno a cui consegnare se non una confessione, almeno un’ammissione di responsabilità.

All’inizio l’esito appare scontato: il vecchio leone capace di risorgere da mille sconfitte, contro un inesperto e superficiale entertainer.

Raccontare l’incontro casuale tra due outsiders, la trattativa per rendere possibile le interviste e la loro preparazione, poteva essere un tema difficilmente avvincente.

Eppure Howard è stato capace di dare vita alla commedia di Peter Morgan, attraverso i codici della detection, mescolando lo stile dell’inchiesta documentaristica, con i ritmi del thriller politico.

Il parallelo tra i due personaggi, entrambi in fondo inadeguati, apparentemente pieni di debolezze è messo in scena come un lungo duello, che comincia con le trattative economiche, per poi proseguire con lo spazio da dedicare ai singoli temi nel corso dell’intervista, quindi con le sessioni di registrazioni ed una telefonata notturna dal sapore shakespeariano, nella quale Nixon invoca un avversario degno del suo calibro. Invoca, in fondo, la mano che gli somministri una bella morte.[1]

Howard si affida a due attori in stato di grazia, gli stessi che hanno interpretato la pièce di Morgan, a teatro.

Il Nixon di Frank Langella è perfetto e diabolico, nella sua ricerca di un’ultima ribalta, eppure è come se fosse fin dall’inizio consapevole dell’inevitabilità della propria sconfitta.

Il Frost di Michael Sheen è un personaggio sfuggente, ambiguo, abile a vendere se stesso, ma capace di recuperare una professionalità inaspettata, a confronto con l’insuperabile Tricky Dick.

I comprimari sono tutti splendidamente indovinati, dal fedele assistente di Nixon, interpretato da Kevin Bacon, ai collaboratori di Frost, su cui spiccano il bravissimo Oliver Platt ed il tormentato radical, interpretato da Sam Rockwell.

Howard riesce a rendere incalzante e significativa una conversazione di trent’anni fa, grazie ad uno stile controllato e al montaggio alternato dei piani, riuscendo ad illuminare, ancora una volta, il rapporto straordinariamente complesso tra la comunicazione politica e la sua rappresentazione televisiva.

E’ il sistema della società dello spettacolo che finisce per trionfare, quello che aveva scommesso su Nixon nel 1968 e quello che è stato prontissimo ad abbandonarlo, dopo il Watergate, pur di preservare lo status quo: il film si conclude con una vittoria della verità sulla menzogna, ma priva di qualunque soddisfazione, sottotono, in un’atmosfera di intelligente e lucida amarezza.[2]

Così come nella monumentale opera di Oliver Stone, la figura di Nixon viene tratteggiata con un segno più complesso rispetto alle semplificazioni degli anni ’70.

Le capacità di analisi e le aperture in politica estera appaiono ancora oggi assai significative, soprattutto se osserviamo Nixon con in mente l’ultimo presidente repubblicano, George W. Bush.

Le qualità politiche, l’intelligenza, le capacità strategiche di Nixon sembrano ancora più evidenti, a confronto con l’inettitudine colpevole del suo successore, chiuso nelle sue  tetragone verità di fede e nelle sue fantasiose e terribili teorie sulla guerra preventiva, le torture dei prigionieri e le limitazioni alla libertà personale, degne dello Stranamore kubrickiano.

Lo sguardo compassionevole di Howard non esclude però le responsabilità dirette, non esclude la consapevolezza, non esclude il peso specifico della menzogna… non è la stampa che vince, ma il sistema spregiudicato dei Nixon, anche al di là dei Nixon, sulla pelle dei Nixon.[3]

Howard, di solito regista di opere al più tradizionalmente conformiste e politicamente corrette, probabilmente grazie al copione di Peter Morgan, appare qui particolarmente ispirato, soprattutto nella volontà di raccontare due personalità controverse, eppure ricche di umanità ed inaspettata ironia, come nella scena dei mocassini italiani, regalati da Frost ad un Nixon, tenacemente attaccato alle sue scarpe inglesi.

Frost/Nixon – Il duello ***

Diversamente, l’ultimo Van Sant, osannato dalla critica americana, cerca di stemperare il suo stile sperimentale, ripercorrendo gli ultimi 10 anni di vita del politico Harvey Milk, nella San Francisco degli anni ’70.

La filmografia di Van Sant si è divisa, sinora, abbastanza nettamente tra le sue opere indipendenti, potentemente visionarie e radicalmente controcorrente, e le incursioni mainstream, caratterizzate da uno stile piano, al servizio della sceneggiatura e degli attori, che hanno portato per lo più a film complessivamente mediocri come Will Hunting e Scoprendo Forrester ed all’incomprensibile ricalco/fotocopia di Psycho.

Dopo un quartetto di film straordinari, avvolti in un aura di struggente lirismo, caratterizzati da uno stile impressionistico e dominati dall’uso di un sonoro fortemente evocativo – incorniciati dalla Palma d’Oro di Elephant e dal suo capolavoro più compiuto, Paranoid Park – la  profonda riflessione di Van Sant sulla gioventù e la condizione adolescenziale, contrapposta a quella razionale e adulta, cede il passo ad un’opera di spirito civile, pensata per andare incontro al pubblico più ampio possibile.

I film di Gus Van Sant hanno spesso raccontato personaggi omosessuali, soprattutto all’inizio, ma queste non sono mai state opere militanti, votate all’affermazione di un’identità o alla rivendicazione di diritti.

Milk appare quindi come una piccola novità nella sua filmografia, essendo invece la rappresentazione della lotta per l’affermazione di un politico dichiaratamente omosessuale.

Il film procede come un lungo flashback, a partire dal racconto che Milk stesso decide di incidere su un registratore, negli ultimi giorni di vita, temendo per la sua incolumità.

Il film comincia a New York nel 1970, dove il protagonista incontrata Scott Smith, divenuto suo compagno per molti anni e con cui decide di trasferirsi a San Francisco.

Stabilitosi a Castro Street nel 1972, dove apre un negozio di fotografia, Milk comincia la sua battaglia nel quartiere, per l’affermazione dei diritti dei gay e per la sua stessa possibilità di rappresentare non solo quei diritti, ma l’intera comunità, in consiglio comunale.

I ripetuti fallimenti iniziali, si trasformano, attraverso la vittoria del 1977 – quando Milk viene eletto supervisor della città di San Francisco – nel trionfo contro la Proposition 6, che voleva bandire gli insegnanti gay dalle scuole pubbliche.

Milk capisce che la politica è fatta di alleanze, compromessi, apparenza: si taglia i capelli e la barba, smette i jeans e le t-shirt, per un abbigliamento formale.

Van Sant fa la stessa cosa, applicando al suo cinema visionario e sperimentale la tattica di Milk: è necessario togliersi i tacchi a spillo se si vogliono vincere alcune battaglie, bisogna indossare un habitus apparentemente normale. Non respingente. Non dichiaratamente diverso.[4]

Qui il modo minore di Van Sant è giustificato almeno dagli intenti divulgativi dell’operazione culturale: l’ennesimo angelo caduto della sua filmografia, meritava una rappresentazione diversa.

Non è solo il tentativo di creare un opera per il grande pubblico, ma è la volontà di far arrivare il messaggio di Harvey Milk alla platea più vasta possibile, mutuandone la strategia politica.

E non importa se il film cede ogni tanto alla retorica, se usa la musica di Puccini come l’ennesimo stereotipo omosessuale e se in alcuni passaggi ci avviciniamo al santino agiografico, perchè in fondo è quello che Van Sant si proponeva di fare con Milk, riuscendoci peraltro pienamente, se si considerano l’unanime riscontro critico, il buon successo di pubblico, le otto candidature all’oscar ed i premi vinti da Sean Penn e dallo sceneggiatore Dustin Lance Black.

Tra gli attori, tutti piuttosto ispirati, dobbiamo almeno ricordare il Dan White di Josh Brolin, imbolsito, sessista, represso: un’altra magnifica interpretazione per l’attore texano, che si sta ritagliando uno spazio del tutto originale tra i caratteristi del nuovo millennio.

La scelta di un icona eterosessuale come Sean Penn, per la parte di Harvey Milk, può sembrare azzardata, solo a chi non riconosca la versatilità e la generosità dell’interprete.

Eppure il Van Sant che amiamo non è certo quello di Castro Street: è quello che posa il suo sguardo nei licei della provincia di Elephant, nella casa in mezzo ai boschi di Last Days, negli studi televisivi di Da morire, nelle strade di Drugstore cowboy e certamente sulle piste improvvisate dagli skater del Paranoid Park.

Milk ***

 


[1]    T.A., Frost/Nixon – Il duello, Duellanti n.49

[2]    Anton Giulio Mancino, Il cinema Obamericano, Cineforum n.482

[3]    Anton Giulio Mancino, Il cinema Obamericano, Cineforum n.482

[4]    Gianni Canova, E lucean le stelle…, Duellanti n.49

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