Fire of Love

Fire of Love **

Katia e Maurice Krafft sono stati per vent’anni due vulcanologi infaticabili, innamorati della bellezza imprevedibile della natura, capace di spalancare un abisso di fuoco verso il centro della terra.

Nati in Alsazia, a pochi chilometri l’uno dall’altra, la loro passione è sbocciata in Italia, osservando le eruzioni dell’Etna e di Stromboli.

Conosciutisi al tavolino di un caffè alla metà degli anni ’60, hanno condiviso una vita di ricerche, esplorazioni selvagge e pionieristiche, studi.

Le fotografie di Katia e i filmati di Maurice hanno rappresentato il lascito più grande, la testimonianza più incredibile del loro passaggio nel mondo.

Lo sterminato archivio di fossili, pietre, reperti e immagini sono stati aperti alla documentarista americana Sara Dosa e a Werner Herzog, che pure aveva già mostrato immagini dei Krafft in Into the Inferno del 2016.

Ne sono nati due documentari gemelli, questo Fire of Love e Fire Within’ del regista tedesco, presentato alla Viennale a novembre.

Chi ha potuto vederli entrambi sottolinea le differenze tra l’approccio estatico e magniloquente di Herzog e quello ordinario di questa biografia della Sosa, corretta, un po’ asettica e impaginata cronologicamente fino a quell’ultimo pomeriggio del 3 giugno 1991 alle falde del Monte Unzen in Giappone dove alle 16 e 18 i due troveranno la morte.

Limitandoci ad osservare Fire of Love, in attesa di poter vedere anche il lavoro di Herzog, in effetti si stenta a credere che si sia di fronte a quello che è stato indicato come uno dei maggiori documentari della stagione.

Come spesso accade in queste occasioni, il film della Sosa vive esclusivamente dell’eccezionalità delle immagini riprese dai protagonsti, selezionate e montate tuttavia nel modo più anonimo possibile, senza una necessità forte cinematografica, senza la condivisione del percorso avventuroso e spericolato dei due, senza lasciarci penetrare nel mistero di due vite dedicate ciascuno all’altro ed entrambi alla comune passione.

La storia dei Krafft, come molte delle storie più grandi, è una storia d’amore assoluta, ossessiva, totalizzante.

E ci sarebbe voluto uno sguardo capace di restituire la dimensione sovrumana della loro impresa, il rischio, la dedizione, l’incoscienza, il calcolo razionale.

Il film della Sosa si limita invece ad un anonimo compitino, che sembra anche ben riuscito grazie alla bellezza soverchiante e misteriosa delle immagini dei Krafft, ma questo è un merito minore, che non toglie a chi guarda l’impressione di un’occasione in parte sprecata.

Fire of Love non riesce davvero a mostrare la follia omerica dei due protagonisti, la voce off di Miranda July non aiuta, incapace di aggiungere nerbo e carattere ad una narrazione troppo timida e spesso priva di direzione.

La stessa colonna sonora leggera e pop non aiuta ad entrare nella profondità  e nelle contraddizioni del lavoro dei due vulcanologi, giovani idealisti delusi dalla crudeltà degli uomini; coniugi consapevoli della precarietà e della provvisorietà della loro vita e per questo decisi a non lasciare eredi; cineasti modernissimi, che testimoniavano attraverso le immagini ogni loro impresa; scienziati consapevoli dell’ambiguità del loro modus operandi: “più si va a fondo nei cunicoli, nel cratere del vulcano, più vediamo, più possiamo conoscerlo, ma più in fondo si va, più rischiamo di morire”.

La Dosa non ha nessuna riflessione da proporci sulle immagini sensazionali raccolte dal duo, sul sacrificio epico e un po’ folle necessario a produrle, si ferma piuttosto al fascino maledetto di due outsider destinati a condividere vita e morte.

Un po’ troppo poco.

In Italia è uscito il 25 agosto in sala per Academy Two, ora si trova su Disney+. Nominato al Premio Oscar nella categoria del miglior documentario.

 

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