Ambulance

Ambulance **

Cinema antico eppure nuovissimo, avanguardia e strumenti di genere, gioco patinato di superfici e scontro luddista di macchine e lamiere: da sempre il lavoro di Michael Bay, dopo i successi degli anni ’90, si è mosso attraversando dicotomicamente categorie solo apparentemente lontane, che finivano invece per convergere per il tempo necessario alle sue avventure.

Non meno controversa è stata la ricezione critica dei suoi film, capaci di dividere imprevedibilmente chi continua a considerarlo l’alfiere, sempre più marginale e radicale del cinema-cinema, da coloro che nel suo cinema colgono solo l’ipertrofia di immagini catastrofiche.

Ambulance non cambia le carte in tavola, inserendosi in modo coerente nella filmografia ultima del suo autore.

Tratto da un modesto action danese e riscritto dallo sceneggiatore televisivo Chris Fedak, il nuovo film è una sorta di molteplice omaggio alla città degli angeli e a quel western metropolitano che nessuno può più fare, fagocitato dall’ossessione per il franchise delle major hollywoodiane.

Michael Bay invece ci crede ancora, testardamente, a costo di autocitarsi un paio di volte, ma costruendo un film tutto qui e ora, in cui fabula e intreccio coincidono, in una lunga giornata assolata in cui due fratelli che si sono un po’ persi di vista finisce per motivi diversi a tentare la rapina in banca più redditizia della storia della città: 32 milioni di dollari,  che al nero Will, eroe di guerra, servono per curare la moglie gravemente malata e al bianco Danny, criminale in carriera, a calmare la sua brama di azione.

Solo che le cose non vanno come sperato: un poliziotto di pattuglia viene preso in ostaggio e quando la banda di Danny esce dalla banca si ritrova in mezzo al fuoco incrociato di polizia ed FBI.

Danny e Will requisiscono un’ambulanza, caricano il poliziotto ferito e la paramedico Cam Thompson e fuggono cercando di farla franca.

Il film diventa così, per il tempo che resta, una sorta di Speed lanciato a tutto gas, per le infinite strade di L.A..

Ambulance segna il ritorno di Bay alla Universal dopo la parentesi di 6 underground girato per Netflix, con la speranza forse frustrata di creare un nuovo franchise: nonostante i numeri enormi, sbandierati dal gigante dello streaming, non sono in cantiere nuovi sequel del film con Ryan Reynolds.

Ambulance invece, uscito nelle sale nell’indifferenze generale, non si pone neppure il problema, fedele alla natura vintage del racconto, un action losangelino che sembra affondare le sue radici nel western più classico, con la diligenza che corre senza sosta verso il tramonto all’interno della  quale le dinamiche tra i protagonisti cambiano più volte, mentre coloro che inseguono non sono più gli indigeni, ma le varie agenzie governative e poliziesche.

Che i villain siano le forze dell’ordine, per un regista troppo spesso accusato di patriottismo guerrafondaio e conservatore, è certamente una novità. Ma Bay sembra sempre più disilluso dal suo Paese. Il modo stesso con cui mostra una Los Angeles preda di bande criminali e senza tetto, in cui le istituzioni rispondono con messaggi preregistrati e la solidarietà esiste solo tra criminali, è significativo.

Nel modo in cui lo stato abbandona i suoi eroi al proprio destino si sentono echi del cinema anarchico eastwoodiano.

La stessa co-protagonista, la paramedico Cam, la migliore nel suo ruolo, ci appare all’inizio rotta ad ogni sentimentalismo: indifferente alla sorte dei suoi pazienti, fredda con il suo nuovo partner in ambulanza, si attiene scrupolosamente al suo incarico, ovvero far sopravvivere i suoi pazienti per i dodici minuti del viaggio verso l’ospedale, consegnandoli al pronto soccorso.

Anche per lei la lunga giornata con Danny e Will avrà una funzione trasformativa.

Per il resto il film di Bay soffre dei soliti difetti: l’ossessione per il ritmo cinetico, la superficialità nella scrittura dei personaggi, la distruzione come unica misura possibile per far progredire l’azione.

Anche questa volta la storia è un canovaccio per mostrare esplosioni, scontri, incidenti, sparatorie, scintille, in un profluvio di stunt ed effetti speciali.

Jake Gyllenhaal e Yahya Abdul-Mateen II ci mettono la loro fisicità e poco altro, la bellissima Eiza Gonzalez ha un ruolo appena più costruito, rispetto ai personaggi femminili mozzafiato del cinema di Michael Bay. Il resto è accessorio, buono per qualche alleggerimento comico, compreso il super agente Monroe, interpretato da Garret Dillahunt, che arriva sulla scena della rapina con una vecchia 500, occupata quasi interamente da lui e da un molosso gigante.

Alieno ad ogni istanza neofemminista, quello di Bay è ancora cinema testosteronico anni ’90, fatto di uomini duri e donne forti e bellissime, di motori che rombano e di rapine in banca che promettono di cambiare la vita – “ma si fanno ancora?” dice ironicamente uno dei personaggi del film.

Così è, se vi pare.

Prendere o lasciare.

 

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