The Journalist: una battaglia per la verità nel Giappone degli scandali

The Journalist **1/2

C’è del marcio sotto i cieli della politica, a tutte le latitudini, e il Giappone non fa eccezione. La serie Netflix The Journalist racconta le vicende di personaggi, inclusi uomini e donne con altissime funzioni di governo, coinvolti a vario titolo nella scandalosa svendita di un terreno pubblico nella regione di Chūbu. The Journalist si ispira a un film del 2019, dal titolo identico e girato dal medesimo regista, Michihito Fujii. A sua volta, il film era liberamente tratto da un libro scritto da Isoko Mochizuki, reporter del quotidiano Shimbun e pubblicato un paio di anni prima. Il documentario I-Documentary of the Journalist, presentato al Far East Film Festival di Udine del 2020, mette al centro la figura di Mochizuki, definita dalla critica cinematografica Beatrice Fiorentino “una vera giornalista, di quelle che sentono il proprio mestiere come una missione e non arretrano di fronte a nulla. Parole che si adatterebbero alla perfezione anche nei confronti di Anna Matsuda, la protagonista della serie e alter ego di Mochizuki nella finzione.

Gli eventi dell’ultimo periodo di governo di Shinzō Abe, primo ministro in carica per quasi un decennio, vengono catturati in questo complesso gioco di riflessi, frutto di un dialogo tra differenti e convergenti modalità di racconto del reale, cinema, serialità, documentarismo e, appunto, giornalismo.

Anna Matsuda lavora presso la redazione di Touto News, una testata giornalistica caratterizzata da dedizione, impegno e attenzione verso tematiche sociali di rilievo. Matsuda, più degli altri, pare animata da un fuoco sacro. Emblematiche le scene in cui la giornalista alza la mano in conferenza stampa per incalzare il portavoce governativo, in procinto di riporre le carte e andar via, con l’ennesima domanda. Il primo episodio di The Journalist ci mostra un antefatto riguardante Mr. Toyoda, un consulente speciale del Cabinet Secretariat giapponese, in pratica un’agenzia di coordinamento di tutte le funzioni di governo. Una piccola annotazione: l’inizio richiede una certa concentrazione, soprattutto per sintonizzarsi con i modelli organizzativi tanto della politica quanto della burocrazia nipponica (le sovraimpressioni aiutano). La serie, peraltro, non è stata tradotta in italiano, quindi ci si deve necessariamente affidare alla lettura dei sottotitoli in inglese, comunque comprensibili. Cosi come sono pienamente comprensibili, perché universali nel loro squallore, le ragioni alla base del mancato arresto di Toyoda, braccato dalla polizia e poi lasciato andare a seguito di un ordine “dall’alto”, una drammatizzazione non originale eppure efficace. The Journalist è didascalica. Il consulente, implicato in una truffa miliardaria ai danni dei contribuenti, è un intoccabile.

Esiste quindi una cupola, un gotha che tiene assieme politici e imprenditori, burocrati di livello apicale e eminenze grigie. No, The Journalist non scivola nel complottismo, anzi è costruito per esserne l’antitesi. La storia principale, d’altronde, riprende avvenimenti reali, ben noti ai giapponesi, senza trasfigurarli.

Nel marzo del 2018 il Ministero delle Finanze ammetteva ufficialmente di aver emendato, ovvero alterato, la documentazione presentata al Parlamento relativa all’atto di compravendita di un terreno pubblico nella regione di Osaka. L’acquirente, un operatore scolastico privato, la Moritomo Gakuen, avrebbe goduto di uno sconto mostruoso, pari all’86 per cento. Dagli atti sarebbero stati eliminati i riferimenti a Shinzō Abe e alla moglie Akie, amica dell’ex presidente dell’Istituto. La stampa sottolineò l’appartenenza della Moritomo Gakuen e del clan Abe alla stessa costellazione ideologica che ruota attorno alla Nippon Kaigi, un influente think tank conservatore. La Nippon Kaigi propugna lo scintoismo come religione di Stato, soffia sul vento dello sciovinismo e rivendica un revisionismo politico-culturale teso a ridimensionare le colpe del Giappone nella seconda guerra mondiale. Non meraviglia, pertanto, la decisione della Moritomo Gakuen di aprire nel nostro secolo scuole elementari in cui gli alunni recitano il Rescritto imperiale sull’educazione, voluto dall’imperatore Meiji del Giappone nel 1890 per articolare su basi confuciane i principi guida della nazione, un testo, imparato a memoria, che contribuì a radicare il nazionalismo estremo nelle coscienze dei giovani ed in seguito contribuì all’ascesa del militarismo negli anni Trenta del Novecento.

The Journalist lascia il discorso ideologico sullo sfondo e si concentra sulle vicende personali. Nell’ambito della rivelazione dei “Moritomo Papers”, il quotidiano Asahi Shimbun riportò la notizia del suicidio di un oscuro funzionario del Ministero delle Finanze. Da qui, dalla figura tragica di un uomo che nella fiction è chiamato Kazuya Suzuki, ripartiamo per raccontare The Journalist. Suzuki è un agnello sacrificale, una vittima del sistema. In The Journalist, l’alto stritola il basso, e più in basso degli altri c’è proprio Suzuki. Una sera il funzionario è in procinto di sedersi a tavola con l’adorata moglie Mayumi, quando riceve una telefonata da Kurosaki, dirigente di lungo corso di specchiata onestà del Chūbu Local Finance Bureau, che lo richiama frettolosamente in servizio. Kurosaki ha ricevuto un ordine perentorio che qualcuno deve eseguire materialmente: eliminare ogni riferimento alla First Lady dagli atti ufficiali di compravendita del terreno incriminato, un waste site, in pratica una discarica, ceduto alla Eishin Academy per una manciata di yen. Scandaloso, vero? Eppure protestare non serve, perché la catena gerarchica è più forte dell’istinto morale e del rispetto di sé. Il distruttore di documenti è il simbolo per eccellenza di The Journalist. Con la carta vengono triturate anche vite umane. In un contesto culturale in cui il senso dell’onore conta moltissimo, venire meno al proprio dovere di lealtà verso la collettività ha conseguenze catastrofiche sull’animo del singolo. Suzuki perde la testa, cade in depressione (per essersi dimostrato un “cattivo funzionario” disattendendo le aspettative di Mayumi…), finisce in ospedale, infine non regge alla pressione.

Nella serie vi sono personaggi equivalenti per importanza. Ognuno di loro recita un ruolo significativo all’interno della sfaccettata realtà sociale del Giappone contemporaneo. Per ripagarsi gli studi, Ryo Kinoshita, figlio di madre single, distribuisce giornali che però non legge (“abbiamo gli smartphone”). The Journalist insiste molto sul contrasto tra vecchia carta stampata, sinonimo di faticoso lavoro redazionale, e la nuova frontiera delle news online, una sfera ovviamente legata al mondo dei social network con tutto ciò che comporta in termini di fake news, influencers e haters. Ryo, che scopriremo essere il nipote di Suzuki, rappresenta una generazione ossessionata dal job hunting, il matching tra domanda e offerta di lavoro, un obiettivo, questo della ricerca di impiego, totalizzante, asfissiante. Finché la tragica fine dello zio induce Ryo a superare l’indifferenza nei confronti della politica e a prendere in considerazione la possibilità di incidere attivamente sul proprio e l’altrui futuro. L’incontro con Anna Matsuda, alla ricerca di prove per smascherare la manipolazione dei documenti, risulta determinante per Ryo. “Credo che il lavoro di un giornalista consista nel dare voce a chi non ne ha (voice to the voiceless)”. Le parole della reporter saranno assunte da Ryo a stella polare di un nuovo corso di vita… e di studi.

Le pedine cadono una dopo l’altra. Se il Ministro delle Finanze Mouri è costretto a dimettersi (non prima di aver mentito in Parlamento, incolpando del misfatto i funzionari locali di Chūbu), Shinichi Murakami, l’assistente della First Lady che fa da tramite tra i ministeri, è un astro nascente dell’Amministrazione destinato a spegnersi. Murakami viene tolto di mezzo e, quasi per “espiare” un torto, è assegnato ad un’unità speciale, il Cabinet Intelligent and Research Office (CIRO). The Journalist ci introduce nel labirinto del controspionaggio digitale del Ventunesimo secolo. In un grande open space illuminato da algide luci al neon, decine e decine di anonimi controllori incravattati, con gli occhi incollati allo schermo di un pc, setacciano l’intero spettro dell’informazione. Post, tweet e articoli “tradizionali” sono costantemente monitorati per neutralizzare opinioni ostili, messaggi contrari allo status quo, affermazioni non in linea con il Governo. L’arma utilizzata dal Potere per distruggere i “dissidenti”, scavare nel privato per infangarne l’immagine, è antica quanto a storia umana. La nemesi è inesorabile. Murakami inciampa nel dossier di Anna Matsuda.

The Journalist si avvale dell’uso di flashback per raccontare il passato dei protagonisti. Murakami e il fratello della giornalista un tempo erano colleghi e amici. Cos’è accaduto a Kohei Matsuda? Perché è in coma? C’è un legame tra la denuncia di Matsuda e la sua “malattia”? Dubbi e perplessità si insinuano in Murakami. L’inflessibile capo del CIRO lo esorta a non farsi travolgere dai sentimenti e a “pensare” al bene della sua famiglia. Terribile è il contrasto, anche estetico, tra il decoro classico giapponese, caratterizzato da inchini, scuse, gesti rituali, e la brutalità del Potere, che include il ricorso alla manipolazione, all’insinuazione, alla minaccia sistematica, alla pressione fisica e psicologica. Chi lavora nell’ombra? Tutte le strade portano a Mr Toyoda, il superconsulente implicato nella frode dei fondi statali con un dossier scottante sulle nefandezze del Primo Ministro chiuso nel cassetto. Lo stesso Toyoda, allo scoccare della pandemia (la serie rispetta la realtà storica, si parla anche delle Olimpiadi di Tokyo del 2020 e della decisione di posticiparle) intuisce la possibilità di sfruttare la situazione, “a fortunate tragedy”, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dall’affaire Eishin Academy.

Politica, economia e informazione formano un ecosistema compatto. Organi di stampa e magistratura hanno le mani legate o, peggio, sono conniventi. La burocrazia è asservita a una soverchiante ragion di Stato. In The Journalist la resistenza ha un volto essenzialmente femminile. Mayumi, inizialmente esitante, capisce di non essere sola e di poter riscattare la memoria del marito, ripristinando verità e giustizia con l’aiuto di chi crede ancora nel significato della parola democrazia. Mahu, la collega di Ryo, esemplare vittima delle ingiustizie della nostra epoca (l’unica azienda interessata a lei adduce il Covid a motivazione per non assumerla più), sprona il ragazzo a ragionare sulla violenza esercitata dal sistema sulle generazioni più giovani e a sconfiggere l’apatia. Ma la figura centrale della serie rimane Anna Matsuda. Ryoko Yonekura, attrice molto nota in patria, disegna un personaggio tenace, indomito e sensibile.

Il pregio di The Journalist è la sua sobrietà. Non ci sono storie d’amore. Il cast è composto da bravi attori non necessariamente belli. Nessuna inquadratura è sprecata. Si va dritti al punto. La serie scorre con semplicità, senza semplificare. Le riprese aeree dipingono i meandri di una città infinita dove è possibile perdersi. Il mondo è malato e l’innocenza è a rischio. I contatti, i dialoghi, la rassicurazione, l’elaborazione intima dei sentimenti, la persuasione gentile, il dono dell’amore si sommano in una variabile imprevista, l’unica in grado di sovvertire le previsioni: il fattore umano. Il coraggio sfida la meschinità. Il finale ci consegna una speranza.

Titolo originale: The Journalist
Numero di episodi e durata: 6
Durata: tra 45 e 60 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Data di uscita: 13 gennaio 2022
Genere: Drama

Consigliato a chi: non dimentica mai di fare un backup, sotto la scrivania ha un paio di pantofole.

Sconsigliato a chi: prova difficoltà nel chiedere scusa, ha una casa troppo in disordine per invitare qualcuno.

Letture e visioni parallele:

  • Un film survival per un’intelligente satira del Giappone contemporaneo ossessionato dalla tecnologia: Sabaibaru Famiri di Shinobu Yaguchi (2016), disponibile su MUBI

  • “Old versus new media”, un libro scritto dalla prima direttrice donna del New York Times: Jill Abramson, Mercanti di verità. Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione, Sellerio (2021)

Un dubbio: “Di recente mi chiedo: chi stiamo servendo esattamente?”

Una convinzione: “Non c’è alcun crimine che non possa essere disvelato”.

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