Don’t Look Up

Don’t Look Up **1/2

In un laboratorio dell’università pubblica del Michigan, la dottoranda Kate Dibiasky scopre l’esistenza di una cometa non ancora identificata. Dopo aver chiamato il professor Randall Mindy, fatti i calcoli della sua traiettoria, si accorge che la cometa, del diametro di 5-10 km – è diretta verso la Terra e impatterà sulle coste del Cile in poco più di sei mesi, provocando la distruzione dell’intero pianeta.

I due si mettono in contatto con il professor Teddy Oglethorpe della NASA con il quale vengono convocati a Washington, dalla Presidente Janie Orlean. Dopo aver atteso un’intera giornata in anticamera, perchè la Casa Bianca deve risolvere i suoi problemi con le elezioni di mid-term e la nomina a giudice della Corte Suprema di un cowboy senza laurea in giurisprudenza, gli scienziati vengono ricevuti e messi a tacere.

Si rivolgono così al New York Herald che accetta di pubblicare la loro scoperta, ma prima vuole accertarsi del sentiment social. Li manda quindi ad un morning show televisivo, dove il Prof. Mindy riesce a contenere la sua furia, di fronte al tono leggerissimo e irridente dello show, mentre Kate invece sbotta e viene presa di mira da meme e caricature.

Nessuno sembra dar peso alla profezia di impatto imminente, fino a quando la Presidente decide di sfruttarla a suo vantaggio, ribaltando l’esito elettorale.

Tutto sembra pronto per una missione alla Armageddon per distruggere e deviare la cometa, quando Peter Isherwell, il proprietario della Bash, un’enorme compagnia high tech, finanziatrice della Orlean, scopre che l’ammasso roccioso è ricchissimo di quei minerali necessari alla sua produzione e con l’aiuto di un gruppo di Premi Nobel, mette a punto un assurdo piano per ridurre in piccoli pezzi la cometa, lasciando che questi cadano nell’Oceano Pacifico e vengano recuperati dai suoi uomini.

Il tentativo di Adam McKay, dopo La grande scommessa e Vice è quello di costruire una satira tagliente e apocalittica sulla stupidità superficiale con cui affrontiamo le emergenze climatiche e ambientali che mettono a repentaglio la sopravvivenza del nostro pianeta.

Per farlo è costretto a convocare la politica ai suoi massimi livelli, i guru dell’high-tech, la stampa spazzatura, condizionata dai social, negazionisti di ogni realtà, diffidenti del progresso scientifico.

Un panorama che purtroppo abbiamo conosciuto benissimo anche alle nostre latitudini negli ultimi anni di pandemia e che contiene al suo interno una dimensione parodistica così forte, da sterilizzare qualsiasi ironia.

Per quanto McKay si impegni è difficile che la sua Janie Orlean risulti più vuota e pittoresca di Donald Trump e della sua corte. Lo stesso accade con la coppia di anchorman televisivi interpretati da Cate Blanchett e da Tyler Perry, per l’astronauta razzista di Ron Perlman, che vorrebbe ricordare lo Slim Pickens di Stranamore o per il CEO dai capelli bianchi di Mark Rylance, un incrocio tra Tim Cook e Elon Musk.

La satira resta così spesso spuntata e nel tentativo di renderla graffiante, McKay è costretto ad esagerare, affidandosi spesso a toni farseschi, che se non si allontanano troppo dalla realtà che stiamo vivendo, risultano in ogni caso stucchevoli nel contesto di un film, che vorrebbe anche essere un monito e che spesso rimane solo uno sfogo moralista.

Rispetto ai due film precedenti, McKay rinuncia ad un narratore esterno, elimina quelle glosse, quelle note a pieno schermo così caratteristiche del suo stile, perde anche il ritmo furioso che animava gli altri suoi lavori “politici”.

Manca questa volta il contrasto fertile tra la serietà dei motivi e del contesto e l’uso degli strumenti propri della commedia: la satira è esplicita, la regia vi si accoda senza inventiva e il film non suscita mai davvero preoccupazione o inquietudine.

McKay non usa nemmeno quella grammatica postmoderna, fatta di interpelli diretti allo spettatore, digressioni, ellissi: il flusso narrativo procede in modo ordinario e senza scosse.

Il film spreca il potenziale della coppia Di Caprio-Lawrence che nei panni del professore e della dottoranda funzionano bene, cassandre inascoltate che vengono dalla provincia e da un’università pubblica, buttati in pasto ad un mondo dello spettacolo che non conoscono.

All’inizio la reazione dei due sarà diversa: all’opposizione radicale di Kate, risponde il tentativo di adattarsi del professor Mindy, lusingato dalle copertine e dalla popolarità e dalle attenzioni della bella e annoiata giornalista tv.

Si ritroveranno alla fine, quando le follie presidenziali li costringeranno ad aprire gli occhi sulla fine imminente.

I due e Rob Morgan, l’altro scienziato, sono gli unici che sembrano recitare senza dover per forza assumere un tono costantemente sopra le righe.

L’identificazione è scontata, ma ne fa le spese il film, troppo pieno e anche troppo lungo nella seconda parte, che arranca un po’ affannosamente verso il finale.

La scrittura di McKay è debole, le battute cadono spesso a vuoto e la rincorsa di una realtà già ridicola di per sè, spinge il suo film in una secca, da cui esce forse solo nel finale, che ha una sua malinconica asciuttezza.

Peccato che poi McKay si senta in dover di aggiungere una doppia coda sui titoli, in cui rilanciare lo sberleffo presidenziale.

La satira non punge più, il racconto è troppo frammentato e nonostante la presenza di un cast di all-star, il divertimento è contenuto e il monito perde mordente.

Vorremmo guardare in alto con Di Caprio e la Lawrence, ma Don’t Look Up ci riporta troppo spesso sulla linea d’orizzonte.

Incompiuto.

In sala dall’8 dicembre, su Netflix dalla vigilia di Natale.

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