Pose 3: l’ultimo trofeo da conquistare è la normalità

Pose 3 **1/2

Nel 1994 l’AIDS diventa la prima causa di morte tra i giovani americani. È un periodo molto duro per la comunità LGBT. Le cure promesse, in particolare l’AZT, non funzionano come ci si sarebbe aspettati. Le case farmaceutiche, nel selezionare pazienti per le terapie sperimentali, privilegiano i bianchi. La politica si mostra ostile al riconoscimento dei diritti sanitari delle minoranze. A New York City il nuovo sindaco repubblicano Rudolph Giuliani, paladino del rigore, taglia i fondi ai servizi di assistenza. La religione ufficiale nega aiuto e misericordia ai bisognosi.

Questo è il contesto della terza e conclusiva stagione di Pose. Nel primo episodio Cubby Wintour, già membro di varie House, si spegne, amorevolmente accudito dai suoi vecchi compagni di ballroom. I protagonisti principali della serie, spesso doppiamente coinvolti perché loro stessi sieropositivi, sono sconvolti dagli eventi. Pray Tell, “emcee” ormai cinquantenne, presenzia a un funerale dietro l’altro (“Aveva vinto il Premio Miglior Regina e ora guardalo lì”, dice indicando un ragazzo venticinquenne steso nella bara). Ricky, partner di Pray, scopre una piaga sul suo petto, avvisaglia dell’aggravamento della malattia. Blanca, aiuto infermiera e affetta dall’HIV da sette anni, assiste i suoi amici in agonia nei letti d’ospedale.

Pose sa essere, come nelle precedenti stagioni, lieve e profonda, divertente e tragica, ironica e melodrammatica. Certo, i luccicanti anni Ottanta sono finiti, lasciando il posto a un’era di passioni tristi. Le star della House of Evangelista, emancipate dalla prostituzione, inseguono sogni individuali. Le nottate spese ai moli sono lontane. Blanca si fidanza con un collega, un medico di estrazione borghese (la borghesia nera, non meno afflitta da pregiudizi di quella bianca). Elektra fonda la sua impresa di telefoni a luci rosse e inizia a fare soldi a palate, complice una “partnership” commerciale non esattamente legale. Papi è un manager di successo nel campo della moda. Angel, la sua compagna, modella e volto cercato da grandi marchi della cosmetica, stringe un’amicizia pericolosa con Lulu, ex leader della House of Ferocity.

L’ambizione legittima si scontra, però, con la consapevolezza di dover lottare più degli altri per emergere. Attorno, i vecchi compagni di strada muoiono come mosche. La dipendenza è una fuga dalla realtà che può prendere strade diverse. Per Angel e Lulu è la droga, per Pray Tell sono i superalcolici. Il valore della solidarietà è oltraggiato dall’amoralità delle case emergenti mentre le storicamente rivali Ferocity, Wintour e Abundance sono scomparse. La prima sequenza ci mostra, infatti, un confronto inedito. Lemar Khan si è messo in proprio. I suoi toni verso due autorevoli mother, Elektra e Blanca, sono irrispettosi. La House of Khan si allinea al cinismo di una società sedotta dal profitto. Nelle ballroom si consuma uno scontro generazionale. Per la community allargata degli Evangelista è un’opportunità irrinunciabile: sconfiggere i pischelli per ritrovarsi e rinsaldare lo spirito originario.

La terza stagione esplora il passato di Pray e di Elektra. Pray, dopo un’assenza ventennale, va a fare visita a sua madre, nel quartiere nero di una piccola città conservatrice di provincia. Il medico gli ha detto che quel rigonfiamento sulla spalla è un linfoma. È una sentenza. L’AIDS può trascinare velocemente, con improvvise accelerazioni del decorso della malattia, verso la fine. Il leggendario “emcee” che introduceva le sfide delle ballroom con le tre parole scolpite nella memoria degli spettatori della serie (Live… Werk… Pose / Vivi… Sfoggia… Posa) ha un desiderio travestito da ultime volontà: riporre le sue ceneri in medagliette a forma di cuore, da distribuire agli amici più cari. Pray deve scalare lo scivoloso muro delle parole di Dio. La religiosissima madre non ha mai ammesso le sue colpe. “La pace è più importante della verità”, dice a Pray, dove “pace” significa omertà e silenzio di fronte alle molestie del patrigno, la “verità” dei fatti, appunto. Una zia maestra di canto prega per la sua anima. Un’altra zia, divorziata e consapevole di quanto possa far male sentirsi addosso il peso della riprovazione morale, promette di stargli vicino. E poi c’è il pastore Vernon Jackson…

Alcol, droga, avventure di una notte… è cominciato tutto in una chiesa”. Una doppia sorpresa attende Pray. Il suo ex fidanzato è diventato, appunto, padre Vernon, pastore di anime, consolatore di vecchiette, e come se non bastasse, marito di Ebony, la migliore amica di Pray dei tempi della scuola. Vernon è forse “guarito” (nella comunità nera e tradizionalista l’omosessualità, senza troppi fronzoli, è equiparata a una malattia) dall’essere gay? Pose 3 usa agilmente i flashback. L’excursus vale anche per Elektra, l’esuberante regina tutta d’un pezzo costretta, nel 1974, a scappare di casa per non soccombere alla madre. “Non sono un gay o un travestito, sono una donna, sono Elektra”. Un oggetto già incontrato nella seconda stagione, un baule, regge il filo della narrazione e assume un rilievo simbolico. Già, proprio quel baule nel quale Elektra aveva nascosto il corpo di un cliente, morto durante un gioco sadomaso finito male (una delle sue molte, redditizie professioni).

L’ascesa sociale di Elektra è spettacolare. “Sono la McDonald’s delle linee telefoniche sexy”. Elektra compra in contanti la sua nuova, lussuosissima casa. Alle spalle del tavolo da pranzo notiamo, appeso in bella vista, un Basquiat. Gli armadi di legno di cedro traboccano di vestiti costosi. “Un sensitivo mi ha detto che sono la reincarnazione di Cleopatra”. Eppure la sua fortuna non è vissuta in senso egoistico. Un termine andato in disuso può venirci in soccorso per definire la disposizione della leggendaria mother della House of Abundance: munificenza. Nonostante l’aria da “stronza insensibile”, che lei stessa riconosce orgogliosamente a se stessa, Elektra per le sue amiche si trasforma in un’autentica “Robin Hood transessuale”.

Il matrimonio di Angel e Papi è un evento che va oltre il privato, “l’occasione per mostrare al mondo che anche persone come loro hanno la possibilità di sposarsi”. L’ipotesi di una cerimonia tra pochi intimi è subito accantonata, nonostante le proteste di Papi. Elektra è irremovibile: serve qualcosa che faccia ombra alle nozze di Lady D. È una delle scene più iconiche dell’intero ciclo della serie, carica di pathos, di emozione, di segni e simboli messi ironicamente a contrasto. È il trionfo della community sul pregiudizio, è la vittoria dell’eccesso festosamente esibito sui formalismi sociali e burocratici, è l’irruzione al centro del palcoscenico di una minoranza emarginata. Iconograficamente, la resa è stupenda. Tutte le invitate sfoggiano abiti da sposa ultraeleganti generosamente offerti da Elektra. Pray Tell, anche lui in completo bianco e quasi cieco per l’evolversi inesorabile della malattia, è un’officiante d’eccezione.

La terza stagione rappresenta il salto definitivo dalla parodia alla realtà, dall’esclusione a una quotidianità non semplice e non scontata. Gli aficionados della serie ricorderanno di sicuro la scena di apertura della prima stagione, il furto degli abiti dal Museum of Fashion and Design, poi sfoggiati in una battaglia a colpi di voguing. Trafugare lo splendore dei secoli passati, ciò che i bianchi possono permettersi di imbalsamare e dimenticare in una teca, oppure impadronirsi, anche con la forza, della bellezza attuale, della magnificenza del presente; adottare l’opulenza, liberare il fascino, esaltare il kitsch, all’interno di un gioco con regole chiare e trasparenti; appropriarsi della moda dei piani alti facendola esplodere con sgargiante violenza ai piani bassi: questi sono i principi estetici, ed etici, alla base della filosofia delle ballroom, raccolta con cura e intelligenza filologica da Pose.

Non facevamo finta quando ci esibivamo in quelle categorie, ci stavamo esercitando”, dice Blanca nel finale. Il ballo era la cosa più vicina alla gloria, alla celebrità e ai riflettori che i protagonisti delle ballroom, in grande maggioranza gay e trans appartenenti alle minoranze afroamericane e latinos, avevano a disposizione. Di riflesso, Pose ci pone la domanda su cosa sia reale e cosa, viceversa, imitazione. Più radicalmente ancora: l’assimilazione è l’unico processo culturale consentito dalla società per non essere respinti? La vera conquista è la normalità?

Pose 3 guarda alle storie dei singoli, mentre il tempo dedicato alle ballroom è inferiore al solito. La serie si regge su momenti memorabili, spesso nel segno della musica soul: l’esibizione canora di Pray Tell in chiesa (la classica “This Day”); il bacio proibito tra lui e Vernon, accompagnato dalle note di “Killing Me Softly With His Song” dei Fugees; il contributo di Pray e Blanca (“Ain’t No Mountain High Enough”, brano cantato, tra gli altri, da Marvin Gaye e Diana Ross) alla causa di ACT UP, acronimo di AIDS Coalition to Unleash Power, in una ballroom caldissima e gremita all’inverosimile; la performance di Ricky (“The Man I Love” di George e Ira Gershwin) nel coro gay maschile. La vita agita gioia e sofferenza nelle canzoni, la morte spinge all’attivismo collettivo contro i silenzi della politica. “Ignoranza uguale paura, silenzio uguale morte”, diceva uno slogan dell’epoca, reso eterno da Keith Haring. I membri del coro si vestono di nero per ricordare le perdite subite dal gruppo negli anni. Alla festa di Angel e Papi si aggiungono i fantasmi, una soluzione narrativa già sperimentata, ad esempio, nello splendido finale di The Deuce.

Un altro virus, il Covid, ha costretto lo showrunner Ryan Murphy e gli sceneggiatori a rivedere il plot e ad apportare modifiche alle riprese. La terza stagione, nel complesso, ha risentito delle revisioni in corso d’opera. L’omicidio a Birmingham, Alabama, della sorella di Ryan Jammal Swain, l’attore che interpreta Damon, ha comportato l’eliminazione forzata del personaggio. La narrazione talvolta inciampa sul percorso, incappa in strappi narrativi, si addentra in vicoli ciechi. Il tema della dipendenza di Pray si esaurisce con la sua entrata nel centro di riabilitazione. La ribellione di Angel al suo status di “madre” e la successiva conversione sono momenti accostati superficialmente. L’enfasi riposta sul mitico baule di Elektra è un po’ pretestuosa. I flashback non sempre si amalgamano a dovere con il presente. Pose 3 ha il sapore dell’incompiuto.

Vista complessivamente nei suoi tre stadi, Pose è e resta, nonostante le incertezze dell’ultima stagione, una serie leggendaria (da vedere preferibilmente in versione audio originale, per meglio godere della polifonia dei timbri e delle voci dei protagonisti), un quasi capolavoro del maestro Ryan Murphy. Di rado si è potuto ammirare, nel mondo seriale, un cast così compatto, valido, consapevole delle parti, un cast, ricordiamolo, composto interamente da attori e attrici appartenenti all’universo LGBTQI. I meriti spettano principalmente a loro, pertanto citiamoli, a partire da Billy Porter, per proseguire con MJ Rodriguez, Dominique Jackson, Indya Moore, Hailie Sahar, Dyllon Burnside, Jason A. Rodriguez, Sandra Bernhard, Angel Bismark Curiel. LIVE, WERK, POSE!

Titolo originale: Pose – Season 3
Numero degli episodi: 7
Durata ad episodio: 45 minuti l’uno, 1h30m il series final
Distribuzione: Netflix
Programmata in Italia: 23 Settembre 2021
Genere: Drama

Consigliato a chi: trova stupido rifiutare una carta oro senza limiti di spesa.

Sconsigliato a chi: non si era mai accorto del razzismo nascosto in Sex and The City.

Visioni parallele:

– La prima stagione di American Crime Story, sul caso O.J. Simpson. Scommettiamo che anche Blanca & Co. l’hanno vista?

Il santo che diventò un’icona gay, un documentario sul canale ARTE dedicato a… San Sebastiano.

Casa Roshell (2017) di Camila Josè Donoso, disponibile su MUBI. E tu sei pronto/a a vestire i panni di un altro/a?

Un’immagine: l’incontro di due “mother” in apparenza molto distanti, Charlene e Blanca, ovvero la riconciliazione tra due mondi.

Una frase: “Sicura di non essere italiana? Saresti una boss eccezionale”.

Quattro oggetti: un libro di cucina, una pelliccia bianca, una medaglia prestata, un martelletto blu.

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