Black Widow

Black Widow **

In ritardo di un anno e mezzo sull’uscita originariamente prevista per la primavera 2020, Black Widow è il primo film della Marvel post-Endgame, ma non rappresenta in alcun modo l’inizio della tanto attesa fase cinque del celebrato e sopravvalutato MCU, piuttosto si tratta di un episodio autoconclusivo, che finisce per seppellire un’altra volta un personaggio, che abbiamo già pianto nel dittico finale degli Avengers.

Eppure proprio per questo, Eric Pearson, lo sceneggiatore, deus ex machina non accreditato di tutta la fase quattro, avrebbe potuto tentare di farne un esperimento originale all’interno del canone codificato delle storie Marvel. Ci è riuscito solo fino ad un certo punto.

Il film si apre con un idilliaco ritratto familiare: madre, padre e due bambine nell’estate dell’Ohio di metà anni ’80.

Tuttavia è solo un’impressione, perchè si tratta solo di una riuscita copertura per una missione di spionaggio sovietico: quando Alexei e Melina vengono scoperti devono fuggire precipitosamente per rientrare in patria su un aereo di fortuna. In patria li aspetta il loro capo, il mefistofelico Dreykov, che fa portare le due bambine, Natasha e Yelena, nella Stanza Rossa, un centro di addestramento, dove l’unica alternativa è diventare macchine da guerra o morire.

Trent’anni dopo sappiamo che Natasha, Black Widow, ha disertato e si è unita agli Avengers, ma dopo l’accordo di Sokovia e la scissione tra Iron Man e Captain America, si nasconde dallo SHIELD.

Yelena invece è diventata un’agente di Dreykov, che sta sperimentando su di lei e sulle altre, un condizionamento chimico che ne annulla qualsiasi volontà.

Quando una Widow fugge portando con sè un antidoto che annulla il condizionamento e lo usa proprio per salvarsi da Yelena, quest’ultima finisce per disertare, dopo aver recuperato la propria libertà e le fiale rimaste: le invia a Natasha, per coinvolgerla nel tentativo di annientare il potere di Dreykov e distruggere la Stanza Rossa.

Peccato che il coté spionistico si disperda poi per le due ore successive e venga recuperato solo alla fine, in una trama che gareggia con i peggiori Bond della nostra infanzia.

Il film è un susseguirsi di scene d’azione, in cui Yelena e Natasha prima si scontrano – senza alcun logico motivo – poi si alleano, quindi fuggono, fanno evadere il super soldato Alexei non si capisce bene perchè rinchiuso in una prigione di massima sicurezza, che sfonda con una facilità irrisoria, quindi si riuniscono anche a Melina, vera mente scientifica dietro gli esperimenti di Dreykov.

L’assalto alla Stanza Rossa, che è introvabile perchè sospesa nel cielo, è la solita tonitruante esagerazione di esplosioni in green screen, che prelude ad un ricongiungimento della storia di Black Widow con la continuity dell’MCU.

Ed è un peccato perchè, escluso il villain da fumetto Dreykov, interpretato da Ray Winston con il pilota automatico, il cast è invece di primissimo livello.

Florence Pugh nei panni di Yelena, la sorellina più piccola, ruba la scena alla Johansson in continuazione ed è servita dalle battute migliori del film, che recita con un gustoso accetto dell’est.

Rachel Weisz e David Harbour meriterebbero da soli uno spin off sul Red Guardian, il super soldato sovietico in tempi di guerra fredda. Peccato che la Shortland li utilizzi quasi solo nel contesto dello strambo quadretto familiare, come alleggerimento comico e poco altro.

C’è forse maggior cura nelle scene d’azione, rispetto al passato, anche perchè il film è tutto costruito su un susseguirsi di set action.

Dal punto di vista narrativo il film è proprio una parentesi: chi era deceduto o creduto tale, alla fine lo è per davvero, i comprimari spariscono quasi tutti nell’ombra e solo a Yelena viene lasciato uno spiraglio per nuove avventure.

Come al solito è la scena post titoli di coda a portare avanti la linea narrativa principale, ma ormai anche questo stratagemma ha stufato e lascia il tempo che trova.

In definitiva un Black Widow è un film in chiaroscuro e un’occasione in buona parte perduta, per giocare un po’ con storie e personaggi senza la cappa deterministica del Dio Kevin Feige, che presiede alla coerenza di tutte le storie e di tutti i racconti.

In fondo, concedeteci la provocazione, è lui il Dreykov della Marvel, il funzionario che regge i fili con la persuasione indotta e che andrebbe abbattuto per liberare i personaggi dal destino che ha scritto per tutti.

Non accadrà.

 

 

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