Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

Nomad – In cammino con Bruce Chatwin ***

Uno zaino di pelle marrone, consumato dai viaggi, dalle avventure di una vita.

Un oggetto semplice, comune, eppure necessario: eredità simbolica, che Bruce Chatwin – scrittore inglese, viaggiatore leggendario, esperto d’arte e di archeologia – ha lasciato all’amico Werner Herzog nel 1989, pochi momenti prima della sua morte, avvenuta ad appena 49 anni.

Il regista tedesco solo ora trova il coraggio di riprendere in mano quello zaino e di ripercorrere le tracce di quel rapporto, durato un pugno di anni, ma bruciato di straordinaria passione intellettuale e intima sintonia spirituale.

I due si conobbero in aeroporto a Melbourne, nel 1983, il primo impegnato sul set del film Dove sognano le formiche verdi? il secondo nelle ricerche del libro Le vie dei canti, sul mistero delle voci degli aborigeni.

Da quel primo incontro fortuito, protrattosi per due giorni ininterrotti di racconti, confronti, riflessioni comuni, nasce un’amicizia feconda, segnata dalla comune irrequietezza e dalla passione per i viaggi da misurare a piedi, che si rafforza quando Herzog adatta il romanzo Il vicerè di Ouidah, facendone il suo Cobra Verde.

Chatwin già gravemente malato, lo raggiunge in Ghana nel 1986, ospite per diverse settimane del set allucinato del film, dominato da un Klaus Kinski completamente fuori controllo.

Il film, diviso in otto capitoli diversi, ha un andamento rapsodico, trasportandoci di volta in volta nei luoghi decisivi dell’universo narrativo di Chatwin e cercando di raccontarci il senso profondo di un’amicizia perduta: Nomad non ha la pretesa di ricostruire una biografia ordinata, filologica, dello scrittore inglese, quanto piuttosto di mettere in scena le tappe emotive del viaggio, che ha portato Herzog e Chatwin a conoscersi e a condividere anni decisivi.

Significativamente il film comincia dalla Patagonia, da un pezzo di pelle, che un avo di Chatwin regalò alla sua famiglia e che verosimilmente apparteneva ad un bradipo gigante, vissuto nella preistoria. L’ossessione per quel brandello di memoria familiare, spinge Chatwin ad abbandonare tutto, per arrivare fino ai confini del mondo.

Herzog parla con il biografo dello scrittore, ha la possibilità di consultare i suoi archivi, i suoi leggendari taccuini manoscritti, si confronta con l’anziana moglie, che lo accompagna nella campagna del Galles dove i due si rifugiavano talvolta.

Nomad – In cammino con Bruce Chatwin è un viaggio nuovo ed antico, che riconnette le biografie di entrambi i protagonisti. Non è un caso allora, che si vedano immagini del primo film di Herzog, Segnali di vita, la cui scena con i mulini a vento Chatwin dichiarava di adorare, almeno quanto la follia di Fitzcarraldo.

Lo zaino di Chatwin, regalato al regista, compare sulle spalle di Vittorio Mezzogiorno, protagonista di Grido di Pietra, ed è al centro di una delle storie più belle, che Herzog ci regala in questo film, quando racconta di come contribuì a salvargli la vita, durante una tempesta improvvisa sul Cerro Torre.

Nomad è un film su Chatwin, almeno quanto su Herzog, un po’ come era Il mio nemico più caro, il documentario dedicato a Klaus Kinski, che più di tutti forse si avvicina a questo nuovo lavoro, per modalità espressive, coinvolgimento emotivo, ricerca intellettuale.

Nella mole imponente dei lavori del regista di Monaco, in cui il cinema narrativo ha lasciato spazio sempre di più al reportage, al documentario a soggetto, al saggio visivo, Nomad è uno ritratti più felici, in cui la curiosità inesausta di Herzog per l’altro e per l’altrove, si apre alla confessione autobiografica e persino alla commozione personale.

Inutilmente, con i suoi interlocutori, Herzog cerca più volte di riportare il discorso su Chatwin, quando sembra scivolare su di sè: Nomad è invece proprio un passo a due, in cui l’uno illumina la grandezza dell’altro e anche se Chatwin appare solo attraverso il ricordo, gli oggetti, qualche rara fotografia e la voce, che legge alcuni passi dei suoi libri, è la macchina da presa di Herzog a sostituirsi al suo sguardo, a raccontarci i relitti e le grotte, il deserto e le pietre misteriose.

Il regista non nega mai la finzione del cinema, mostra sempre la sua mediazione, rispetto a quello che vediamo: come Chatwin, anche Herzog, come tutti i registi, “non racconta una mezza verità, ma una verità e mezzo“.

E lo fa sempre, anche quando ricorda gli ultimi momenti di vita dell’amico, scarnificato dall’aids, a ciglio asciutto.

Il mondo si rivela a chi lo attraversa a piedi, credendo nel potere del cammino“: le parole di Herzog sembrano scritte da Chatwin. Le immagini di Nomad sembrano sgorgare dalle note inesauribili dello scrittore.

Le affinità elettive tra i due ci consegnano uno dei documenti più sinceri ed emozionanti della stagione.

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