Borat – Seguito di film cinema

Borat – Seguito di film cinema **1/2

Vent’anni anni dopo l’irruzione prepotente del giornalista kazako Borat Sagdiyev sulla scena televisiva anglosassone e americana nel Da Ali G Show (Channel 4 e HBO), e quasi quattordici anni dopo il primo film di Larry Charles, che aveva l’ambizione di essere davvero uno Studio culturale sull’America, ovviamente in chiave pesantemente satirica, il personaggio di Sasha Baron Cohen è tornato a raccontare gli Stati Uniti, proprio a cavallo della pandemia e in vista delle elezioni di novembre.

Il nuovo film segue la falsariga narrativa del primo episodio, con il giornalista caduto in disgrazia e costretto ai campi di lavoro in patria, ma invitato dal suo presidente a ingraziarsi la nuova amministrazione americana, regalando Johnny The Monkey, vero divo kazako al vice-presidente MIke Pence.

Borat viene così rispedito assieme alla scimmia in Texas, dopo un viaggio in nave che gli ha fatto circumnavigare il globo.

Al suo arrivo scopre che la scimmia è morta, ma nella cassa c’è sua figlia Tutar, che diventa così il cadeaux da consegnare all’amministrazione di McDonald Trump.

Solo che Borat è ancora famosissimo negli Stati Uniti, la gente lo ferma per strada e così il giornalista è costretto a travestirsi per passare inosservato e portare a termine il suo incarico.

Il meccanismo comico è sempre lo stesso ma funziona: il Kazakistan è dipinto come un paese terribilmente retrogrado, misogino, sessista, che celebra il valore delle guardie locali ai campi, durante l’Olocausto. Nell’incontro con i red state americani, con il conservatorismo complottista, evangelico, pro-life e pro-gun del Sud, Borat non solo si trova a suo agio, ma spinge i suoi interlocutori a tirare fuori la parte peggiore di sè.

Nessuno dice nulla quando in un negozio per animali, acquista una gabbia dove far vivere la figlia Tutar, inferiore in quando femmina.

Quando manifesta il proposito di cedere la ragazza a Mike Pence prima e a Rudolph Giuliani poi nessuno si scandalizza. Arriva al C-Pac del Partito Repubblicano con il cappuccio bianco del Klan, porta Tutar al ballo delle debuttanti chiedendo ad uno degli altri padri quanto pagherebbe per sua figlia, decide infine di farle rifare le tette per assomigliare ai modelli amati dal Presidente.

La scena più esilarante è tuttavia quella che vede Borat e Tutar in un centro medico pro-life, chiedere una lavanda gastrica, scambiata per un aborto dal volontario.

Non meno inquietante la partecipazione di Borat ad un raduno di repubblicani, sul palco a cantare una canzone brutale contro Obama, Fauci, i cinesi e il virus.

Avremmo invece voluto vedere qualche immagine in più dell’animazione sulla Principessa Melania e la sua gabbia dorata, presa in giro dissacrante delle eroine Disney.

Il film è come ce lo aspetteremmo, crudo, sboccato, irriverente, estremo in ogni momento, anche disturbate: si ride fino ad un certo punto alle bravate di Borat, che lasciano spesso i brividi, per l’accoglienza entusiasta o indifferente che trovano.

Dire che si tratta di umorismo di grana grossa è quasi un eufemismo.

Il film è girato in buona parte con cineprese nascoste, come una candid camera, altre volte il gioco del cinema è più scoperto e le reazioni ovviamente meno spontanee.

Resta in ogni caso la verve cruda e sulfurea di Baron Cohen, visto di recente nei panni più composti, ma altrettanto indovinati, di Abbie Hoffman ne Il processo ai Chicago 7 e ora di nuovo in quelli del giornalista kazako più famoso del mondo.

Il film si chiude con l’intervista di Tutar a Giuliani, che tante polemiche ha suscitato fin dalla sua realizzazione in estate e poi ora che il film è arrivato su Amazon, in cui lo scandalo è più cercato che reale.

Ma il finale con il ritorno del protagonista e della figlia in Kazakistan chiude anche a livello narrativo con una certa efficacia.

Ovviamente si tratta di un film di accumulo, che segue un canovaccio costantemente rinnovato e adattato all’esplosione della pandemia.

Il lockdown passato da Borat con due redneck armati fino ai denti in un capanno in mezzo ai boschi è certamente uno dei momenti più esilaranti del film, che ha dalla sua un ritmo indiavolato e che trova senso anche nella rivelazione Maria Bakalova nei panni della figlia Tutar, vera co-protagonista del film: questo secondo Borat è anche il racconto del processo di emancipazione del suo personaggio.

La creazione di Baron Cohen, nonostante il tempo trascorso, rimane un formidabile strumento per illuminare gli angoli più oscuri dell’America profonda, ripugnanti e offensivi almeno quanto l’agente provocatore, inventato dal comico inglese.

Siamo dalle parti della satira più scorretta e irriverente che potete immaginare, soprattutto nell’America bigotta e perbenista di questi tempi, che ha contagiato come un virus anche i liberal, con l’ossessione per la correttezza.

Cohen si fa beffe di tutti, nonostante il suo film sembri più improvvisato e meno rifinito dell’originale. Forse le limitazioni durante le riprese e la necessità di battere il ferro ed uscire prima delle elezioni del 3 novembre l’hanno spinto ad accelerare i tempi a scapito di un maggior rigore nella selezione dei materiali.

Borat – Seguito di film cinema resta un film militante, che non si adatta al palato di tutti, che si posiziona tra l’invettiva di un Michael Moore e le vignette senza inibizioni di Charlie Hebdo.

Sovversivo.

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