Hanna 2: la libertà è un varco verso il futuro

Hanna 2 **1/2

Nella seconda stagione di Hanna ritroviamo la ragazza prodigio in fuga con Clara, l’unica allieva del rinnovato progetto UTRAX disposta a seguirla al termine della stagione precedente. I boschi sono un ambiente congeniale ad Hanna, cresciuta tra le immense foreste della Polonia con Erik Heller, un uomo che, ricorderete, si spacciava per suo padre e l’aveva educata alla sopravvivenza. L’intento di Erik era proteggerla dagli artigli della rinata organizzazione. Innamoratosi della sfortunata Johanna, la madre di Hanna, Erik si era allontanato dal programma risalente ai primi anni del Duemila. Lui, agente della CIA, procedeva al reclutamento. Ragazze madri dell’Est Europa venivano avvicinate da Erik con la promessa di denaro. Le figlie loro sottratte sarebbero state indirizzate a una nuova vita. Esperimenti segretissimi di natura genetica, inclusa la commistione tra DNA umano e di lupo (apprendiamo però in queste puntate che qualcosa nel frattempo è cambiato, perché anche nelle serie tv la tecnica si evolve), le avrebbero trasformate in perfette macchine da guerra. Ovviamente, le madri erano tenute all’oscuro e non avrebbero rivisto le figlie mai più.

Nella prima stagione Hanna prende coscienza di sé, nella seconda tenta di aprirsi un varco verso il futuro. Dove andare? Su chi fare affidamento? L’approdo ad una condizione di “normalità” è l’esito di un percorso tortuoso, forse impossibile. Intanto, le ragazze del progetto sono state trasferite in un complesso blindatissimo, The Meadows, collocato da qualche parte sul territorio inglese. Clara, la sua ravveduta compagna di fuga, è spinta alla ribellione dal legittimo desiderio di conoscere sua madre biologica, un tormento interiore che la porta a rischiare e ad agire separatamente. Attirata con un escamotage in un hotel alla periferia di Bucarest, è presto catturata. Gli oltranzisti della UTRAX possono quindi muoversi senza condizioni ovunque ne abbiano necessità? Pare di si.

In ballo, dicono loro, ci sono gli interessi del governo americano, ovvero la sicurezza nazionale in un’epoca segnata da continue minacce terroristiche. Clara è ricondotta tra i ranghi e destinata ad un ciclo di rieducazione. Hanna, rimasta sola, ne segue le tracce. Tentare di fermarla è un’impresa temeraria. A differenza delle compagne allevate in cattività, la figlioccia di Erik ha un’esperienza sul campo che la rende implacabile. La serie di azione firmata David Farr gira ancora attorno a lei, adrenalinica protagonista e mattatrice incontrastata.

La solitudine è una radice amara e l’identità personale un’enorme voragine da riempire. Hanna è motivata dalla fame di libertà che avverte in se stessa. Tuttavia, ci sono conti da saldare. Com’è possibile distanziarsi dal richiamo della vendetta? Inoltre, si affaccia in lei un bisogno di sorellanza, di solidarietà condivisa. Hanna decide di andare a recuperare Clara, convinta di potercela fare (ne ha le doti) e di non incontrare resistenze (purtroppo non sarà così). Il tema della fiducia è centrale nella serie. Marissa Wiegler, l’agente preposta al coordinamento del progetto UTRAX delle origini, poi estromessa dagli sviluppi successivi, matura una crescente simpatia verso Hanna fino a diventarne una strana alleata. È lei a procurarle il passaporto falso per il Canada, una nazione sempre associata, nell’immaginario, a una condizione individuale di affrancamento in spazi incommensurabilmente vasti. Passaporto doppio: grazie a un falsario con sede a Parigi, ne rimedia uno anche a Clara.

Hanna e Marissa contro il resto del mondo, quindi? No. Hanna, sospettosa e timorosa di essere usata dagli adulti, tende sempre ad agire d’istinto e a fare di testa sua. Indaga, rileva una pista, si intrufola nel laboratorio che impianta alle allieve i chip sottocutanei, si imbarca per l’Inghilterra dopo un corpo a corpo con Marissa, arriva a The Meadows e qui, mortificata dalla reazione di una Clara ormai addomesticata, si arrende.

Non riveleremo molto di più sulla trama. Focalizziamoci, piuttosto, su alcuni allargamenti della sceneggiatura. Nella prima stagione Hanna, in pieno deserto marocchino, si imbatteva in Sophie, una sua coetanea soffocata da un’ipocrita routine familiare: il primo confronto con i riti, a lei fino a quel momento ignoti, dell’adolescenza. La civiltà non sconvolge eccessivamente l’enfant sauvage formatasi tra rocce, ruscelli e foreste. La filosofia sottesa è quella dell’adattamento. La città è una giungla urbana. Nella seconda stagione Hanna fa la spola tra la capitale francese e il Belgio, si getta nel traffico autostradale e attraversa il mare in nave.

Le ragazze rappresentano un inedito elemento di paragone che contiene contemporaneamente un passato evitato e un futuro ipotetico. Nel carcere a cielo aperto dei Meadows, si sviluppa una vita di comunità molto simile a quella di un collegio. Le allieve si applicano a una molteplicità di materie. L’addestramento è finalizzato alla guerra contro il nemico. Un nemico qualunque. In Hanna 2 interviene qualche spunto di riflessione aggiuntivo sulla contemporaneità. Le immagini di riot e distruzione che scorrono sugli schermi delle aule afferiscono ad un pericolo X declinabile in vari modi, attentato suicida, sciopero di massa, manifestazione di piazza…

Un parallelo con The Handmaid’s Tale è inevitabile. In entrambi i casi, è manipolato il corpo della donna, là, nella serie distopica Hulu, ridotto a grembo, qui, nella produzione ideata da David Farr per Amazon Video Prime, plasmato per uccidere. Perché la donna? Perché è sacrificabile, affidabile, o perché garantisce prestazioni superiori rispetto a un uomo? Ogni recluta è caratterizzata da una profilazione ben calibrata. La novella UTRAX apparecchia per ciascuna di loro un limbo fatto di corrispondenze fasulle con famiglie fittizie, dove perfino la comunicazione di lutti ed eventi gioiosi è pianificata a tavolino dall’organizzazione. È una sottile fascinazione ipnotica giocata tra realtà e finzione, cui le allieve si sottomettono volontariamente. Terri Miller, agente fresca di assunzione alla CIA, è preposta al controllo. Tocca a lei rispondere ai messaggi, di volta in volta in qualità di madre, sorella, amica, fidanzato.

Sandy Phillips e Jules Allen si distinguono all’interno del gruppo. Sandy proviene da un contesto profondamente religioso e conservatore. O meglio, questo è ciò che le viene fatto credere. E il termine credere non è fuori luogo: un atteggiamento fideistico tiene inchiodate le ragazze alle loro identità artefatte. Al di fuori del progetto, loro non sono niente, come un mistico medievale è nulla senza Dio (“Tutto quello che è nella divinità è uno, e di ciò non si può parlare”, scriveva nel Trecento il teologo Meister Eckart). Su UTRAX è impossibile nutrire dubbi poiché UTRAX è casa, riparo, vita e destino. Un giorno, nemmeno troppo lontano, saranno chiamate all’azione, ad infiltrarsi tra le linee nemiche, ad assassinare. L’adesione organica tra la totalità e la parte emerge con paradossale evidenza in Jules.

Jules, almeno all’apparenza, avrebbe le carte in regola per mettere in discussione il dogma UTRAX. È l’unica ragazza che ama approfondire gli argomenti di studio cimentandosi, ad esempio, col pensiero filosofico e con il femminismo in letteratura. Jules commenta i testi di Julia Kristeva, abbraccia la controcultura Anni Sessanta/Settanta (nella sua camera a un certo punto si sente in sottofondo Vitamin C dei CAN, una canzone rilanciata in tempi recenti dalla sottovalutata serie The Get Down) e discetta di secondo sesso. Fa anche outing, lasciando trapelare la sua attrazione verso la morigerata Sandy. Tuttavia, le sue inclinazioni sono soltanto competenze raffinate dal programma per una prossima utilità. La verità coincide con la simulazione. Jules, come e più delle altre, è in grado di smascherare la frode, ma solo per aderirvi con maggiore determinazione. Se l’alternativa è interna al sistema, può essere considerata ancora un’alternativa?

Anche Hanna, bloccata a The Meadows dopo l’incursione azzardata per arrivare a Clara e scioglierla dalle catene, cede alla tentazione di adagiarsi e di accettare il piatto avvelenato servito dall’organizzazione, destabilizzando le aspettative dell’indomita Marissa. Una breve parentesi nella quale vediamo Hanna, ribattezzata Mia, leggere Kafka. La repentina metamorfosi involutiva di Hanna alias Mia è un vulnus nella sceneggiatura che non passa inosservato, così come l’improvviso ridestarsi, peraltro incontenibile e selvaggio, dei suoi propositi di partenza. Momenti deboli, non gli unici di questa seconda stagione di Hanna, comunque, nel complesso, un po’ superiore alla prima.

Marissa sbatte il muso contro John Carmichael, il suo ex collega ora alla testa di quella che scopriamo essere una congrega di schegge impazzite della CIA (i Pionieri!), con una frequenza ed un impatto tali da suscitare una domanda spontanea: possibile che nessuno, dopo l’ennesima, sanguinosa fuga dalla cella, decida di eliminarla? Marissa farebbe bene a porsi la stessa domanda. Straordinariamente intelligente e brillante, come ammette il rivale Carmichael, Marissa non avverte stranezza alcuna quando misteriosi “amici” favoriscono la sua evasione dal blindato presidiato da soldati armati fino ai denti. Il refrain è un po’ scontato: puoi avere un quoziente intellettivo superiore alla media, ma i sentimenti comunque ti fregano.

Non è opportuno esagerare nelle critiche. Hanna nasce con la semplice ambizione di intrattenere e, nonostante i cliché, ci riesce. Nel 2021 vi sarà una terza stagione. Le indicazioni sono interessanti. La protagonista, al termine di una serie di acrobazie da classica spy story, pedinamenti, depistaggi, rincorse, sparatorie, doppiogiochismi sull’asse Londra-Barcellona, entra in possesso di una lista di obiettivi stilata dai malefici agenti deviati, falcidiati ma non sconfitti. É una brutta scoperta: i Pionieri, autoproclamatisi guardiani dell’ordine planetario, hanno nel mirino molti “piantagrane” sotto i trent’anni di età, attivisti, giornalisti, blogger e simili. Sarà la temibile Sandy, tanto soave al pianoforte quanto lucida in azione, a dare la caccia alla meglio gioventù sparsa per il mondo? O raccoglierà più trofei la sofisticata Jules, pregevole nell’eloquio e spietata nell’eseguire i suoi “compiti” anche in mezzo alla folla? In ogni caso, per Hanna non si prevede un futuro rilassato.

Le due stagioni di Hanna ci consegnano una certezza di nome Esme Creed-Miles, attrice ventenne, perfettamente calata nel ruolo di donna in rivolta. È sempre un piacere, minimale eppure appagante, vederla all’opera, mimetizzarsi, tingersi e tagliarsi i capelli, correre, sparare, sparire, ritornare e spaccare tutto. Yasmin Monet Prince, Aine Rose Daly, Gianna Kiehl compongono un trio di giovani promesse. Tra gli adulti, due presenze solide: Mireille Enos è la tosta Marissa e Dermot Mulrony è il cattivo John Carmichael. Terri Miller, interpretata da Cherrelle Skeete, entra invece a far parte dei buoni. È lei ad omettere la segnalazione dell’e-mail inviata da Clara alla madre (quella vera), permettendo alla ragazza di dileguarsi. Ennesima conferma che anche gli agenti segreti, sotto sotto, hanno un cuore.

Titolo originale: Hanna, season two
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: circa 45 minuti l’uno
Distribuzione: Amazon Video Prime
Uscita: 3 Luglio 2020
Genere: Spy, Action, Drama

Consigliato a chi: da piccolo giocava a rubabandiera, non riesce a trasgredire le regole nemmeno se si impegna.

Sconsigliato a chi: ha lasciato il computer incustodito e se n’è pentito, ha un cane di nome Tacito.

Letture e visioni parallele:

Nell e Eva, due sorelle adolescenti, si alleano in una lotta disperata contro l’apocalisse climatica: Jean Hegland, Nella foresta, Fandango Edizioni, 2019
Un film per molti ma non per tutti, cult del cinema indipendente degli ultimi anni: Revenge di Coralie Fargeat, 2017

Un’immagine: Hanna e Clara in animata discussione nella plaza de toros monumental di Barcellona. Chi delle due è il torero dell’altra?

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